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venerdì 7 gennaio 2022

Dos Passos e Döblin: Ricordi di un lettore











 Sono usciti quasi negli stessi anni, "Manhattan Tranfer" nel 1925 e "Berlin Alexanderplatz" nel 1929. Due grandi città - New York e Berlino - sono le protagoniste dei due libri che per certi aspetti si somigliano: tanti punti di vista che si intrecciano, tante finestre aperte sulle due città e sulle difficoltà economiche di tanti loro abitanti; una scrittura talvolta joyciana con flussi di coscienza che attraversano le pagine. Anche se Döblin dichiarò di aver letto Joyce quando aveva già scritto un quarto del proprio libro. 

A mia volta, il libro di Dos Passos lo sto leggendo solo adesso, e nulla avevo letto finora dello scrittore americano, anche se il suo nome mi inseguiva da decenni, da quando, liceale, leggevo che Pavese ne aveva tradotto qualche libro. Il libro di Döblin, invece, lo lessi in gran parte durante il soggiorno di un mese a Berlino, subito dopo la laurea, ospite di un nipote di Heinrich (e Thomas) Mann. Era il 1984 e c'era ancora il Muro. Due volte andammo a Berlino Est. La prima volta, cercando Alexander Platz, chiedemmo indicazioni a un signore "anziano" (che forse aveva semplicemente l'età che ho io adesso): "avete letto il romanzo di Döblin!", ci disse subito. Nella plumbea Berlino Est di allora, la piazza era già diversa da quella degli anni Venti del Novecento nei quali è  ambientato il romanzo: non più una piazza circolare, cuore pulsante del quartiere nel quale a raggiera convergevano le artiere già vitali e intensamente vissute di allora, ma uno slargo squadrato a margine della strada, che ho poi rivisto una decina di anni fa nella Berlino post crollo del Muro. Comunque, allora, scendemmo nel metro della piazza, che era ancora quello nel quale si aggirava lo sventurato Franz Biberkopf. Inutile dire che nel frattempo, ma in tempi relativamente recenti, ho visto in Dvd tutte le puntate dello sceneggiato girato da Fassbinder: ma negli anni Settanta ne avevo già visto qualche puntata quando fu mandato in onda dalla Rai. 

Ho meno da raccontare in merito al romanzo di Dos Passos. Non sono mai stato a New York. Molti anni fa, quando non avevo ancora preso un aereo e avevo anche un po' paura di volare, facevo un sogno ricorrente: mi trovavo a New York e la cosa mi sembrava stupefacente; spesso ero lì per far visita al mio amico poeta che vive nella Grande Mela insegnando Letteratura italiana in una Università statale.

sabato 3 ottobre 2020

Leonardo Sinisgalli: industria e letteratura

Commenti
Si legge sul “Corriere della sera” di stamattina, 24 aprile 2008, che è in uscita il volume L’anima meccanica. Le visite in fabbrica (1953-1957), curato da Giuseppe Lupo e Gianni Lacorazza per Avagliano editore di Cava de’ Tirreni, che raccoglie reportage scritti per la “La civiltà delle macchine” diretta dal poeta e matematico lucano Leonardo Sinisgalli e finanziato negli anni Cinquanta dalla Finmeccanica presieduta da Giuseppe Nuraghi: illuminato e ormai lontano esempio di interazione fa le due culture, quella letterario-umanistica e quella tecnico-scientifica. Vi collaboravano niente po’ po’ di meno che artisti, scrittori, intellettuali come Giorgio Caproni, Domenico Cantatore, Geno Pampaloni, Franco Fortini, Domenico Rea, Mario Mafai, Carlo Emilio Gadda, Michele Prisco, Franco Gentilizi, Libero De Libero, Giovanni Arpino, Alfonso Gatto, Giovanni Comisso, Alfonso Gatto, Giovanni Arpino, Emilio Tadini, Emilio Villa, e scusate se è poco. Nel clima della modernità – e non in quello edonistico e dispersivo della postmodernità – da un lato l’industria esercitava un’attrazione fatale sugli uomini di cultura (vedi i romanzi di Ottieri e di Volponi, sempre in quegli anni, sul mondo delle fabbriche). Dall’altro, gli stessi industriali non dimenticavano la loro provenienza umanistica e, come Pirelli e Olivetti, diventavano mecenati e tenevano a fregiarsi di un umanistico fiore all’occhiello. Gillo Dorfles, che fu amico di Sinisgalli, ricorda – e lo leggiamo sempre sul “Corriere” ,  “che queste riviste aprivano dibattiti d’attualità, su temi come la politica, la filosofia, il design, l’architettura, la scienza – e aggiunge: – I periodici aziendali di oggi sono vacui dal punto di vista culturale, pubblicitari o informativi” quali sono diventate. Sinisgalli riusciva a coniugare la trasfigurazione mitica della sua Lucania rurale con l’impegno di “tecnico” nel Nord industrializzato. Ora forse la tecnica, per dirla con Heidegger, ma anche con la Scuola di Francoforte, ha svelato appieno la propria essenza e assolutizzato la propria “ragion strumentale”. Idem il capitalismo, che non si preoccupa più di essere “temperato” e risvela il suo volto aggressivo. Non è più possibile allora una “civiltà delle macchine”. Dovremo rassegnarci alla loro più brutale “inciviltà”?

lunedì 24 settembre 2018

L'Austria sovranista "riscrive" nei libri scolastici il Risorgimento italiano


In pratica la destra nazionalista austriaca, che non vuole immigrati, e quindi minoranze, ed è nemica della globalizzazione (ovviamente, da destra, in chiave sovranista), accusa il risorgimento italiano di essere stato nazionalista contro lo stato cosmopolita austriaco trattando da minoranza gli austriaci occupanti. Si dimentica che al tempo il nazionalismo era quello dei popoli che cercavano l'autodeterminazione contro gli invasori stranieri (che non erano gli immigrati, ma Stati in armi). Certi nazionalismi ottocenteschi erano altra cosa rispetto ai nazionalismi fascisti novecenteschi e ai sovranismi (idem fascisti) odierni. Con la scusa di voler fare uno stato italiano i patrioti risorgimentali volevano in realtà - questa la ricostruzione - dissolvere l'Impero multinazionale austroungarico. Gli occupanti da oppressori diventano vittime. E gli oppressori sono Cavour e (sic) Mazzini. Va be' che ora in Italia va di moda, da Nord a Sud, l'odio contro Mazzini e Garibaldi. Ecco gli austriaci buoni alleati in quest'odio dunque transnazionale! Le critiche, pure legittime, alle modalità del processo unitario italiano (vedi Gramsci) assumono una coloritura delirante! Ma tant'è. Questo "va" oggi...
Da un punto di vista storico, poi, molte pagine del Risorgimento devono ovviamente ancora essere analizzate. Come in tutti i processi storici avranno agito diversi elementi. Gli idealisti che volevano semplicemente una "patria" per tutti gli italiani. Chi come Mazzini - ma chi lo ricorda? - univa a una questione patriottica anche una questione sociale a favore delle classi più povere. Chi vedeva l'occasione per promuovere un'espansione territoriale: i Savoia. Ma ridurre tutto il Risorgimento - e anche le motivazioni di Mazzini, Garibaldi, Pisacane - alla conquista regia sabauda è possibile? Ed è storiograficamente corretto? Condannare tutto il Risorgimento per le modalità con le quali è avvenuta l'unificazione è giusto? Coinvolgere lo stesso Cavour nel giudizio negativo per la costruzione di un Paese alla quale (costruzione) non ha potuto partecipare perché morto presto è parimenti corretto? 
Imputare la decadenza del Meridione solo al "sacco" operato dai Piemontesi senza coinvolgere nel giudizio le stesse classi dirigenti meridionali complici è possibile?

venerdì 10 agosto 2018

Patria, a partire da una frase di Nagib Mahfuz


"La Patria di un uomo non è il luogo dov'è nato, ma quello dove cessano i suoi tentativi di fuggire".
(Nagib Mahfuz)

Lo scrittore egiziano premio Nobel NAGIB MAHFUZ (1911-2006)




Per fortuna c'è chi non ha bisogno di fuggire. Ma tanti italiani sono dovuti fuggire e stanno fuggendo. Cercano anche loro altre patrie altrove, o una vera patria. Che può essere anche quella in cui siamo nati, se "ci accoglie" e non ci respinge, noi "nativi". Io, come Maalouf - mi si perdoni di citare un grande autore arabo - preferisco parlare di Origini più che di Radici. Le radici possono indicare immobilità anche mentale. Le origini sono come quelle di un fiume che sorge e va arricchendosi delle tante acque di affluenti che vi confluiscono pur sorti altrove. O, come dice un altro poeta, "sono un albero con le radici nel cielo". O qualcun altro parla di identità multiple. Cosi, io sono "italiano", e sono contento di esserlo - contento, non c'è bisogno di essere fieri. E sono nato a Genova figlio di napoletani e sono tornato a Napoli dove mi sono laureato, e poi ho insegnato in Lombardia, e poi sono tornato in Campania, e poi mi sono sposato in Sicilia. E sono stato fidanzato con una tedesca, una bergamasca, una calabrese e una nigeriana. E sono genovese, napoletano, lombardo, siciliano. Ma sono anche osco, greco, latino, probabilmente ebreo e arabo e spagnolo. Fiero di essere meticcio. Come  tutti sono meticci: vogliamo fare la prova del DNA? Scriveva Dedalus di Joyce, a proposito della propria patria: Dublino, Irlanda, Europa, Terra, Via Lattea. Siamo tutti figli delle stelle, e del caso. E Mahfuz è scrittore della mia Patria, come Thomas Mann e Annamaria Ortese.


ps. C'è un bel libro di Jenny Erpenbeck, Voci del verbo andare (Sellerio editore), che focalizza bene questa fuga in cerca di patria, dall'Italia alla Germania e da un luogo all'altro della Germania, dei tanti migranti di oggi.

Voci del verbo andare





sabato 12 agosto 2017

Il trionfo dell'opinione

Le opinioni personali pretendono di essere verità assolute. Gli studi scientifici sarebbero solo deliri di accademici prezzolati

Ai dati di Tito Boeri dell'Inps sulle entrate che vengono dagli immigrati e che permetterebbero di pagare le pensioni agli italiani, un cardiologo di Napoli obiettava - in un mio post su fb - che gli stranieri lui li vedeva solo ai semafori a pulire i vetri, o a chiedere l'elemosina, a rubare ecc. ecc. Che veniva a contare Boeri? La massa degli immigrati era lì a non fare niente. Allora io ho risposto al medico che forse lui aveva dati che a Boeri sfuggivano. E il medico, irridendomi e insultandomi, mi risponde: "ma che dati e dati, che hai anche tu gli occhi foderati di prosciutto che non li vedi in giro gli immigrati?".
 Certo, questo è ciò che balza agli occhi. Se l'esperienza diretta è importante, la scienza, da Galilei in poi almeno, insegna che l'apparenza inganna spesso e bisogna andare oltre ciò che appare. Altrimenti saremmo ancora qui a dire che è il sole a girare. Proprio un medico irride i dati e si affida alla sola sua impressione. Le conoscenze mediche non derivano da un faticoso e lungo incrocio di dati, e dalla loro interpretazione? Come tutte le conoscenze scientifiche. Ma appunto, le conoscenze scientifiche non valgono più, gli studiosi sono solo spocchiosi intellettuali, se non addirittura al soldo di interessati committenti - il che ovviamente può accadere e accade. Ma contro la ricerca collaborativa a ogni modo risorge il primato dell'Io. Io penso, Io sento, Io voglio. Povero Bacone, che pensava già ai team di studiosi, e povero Platone (e prima Parmenide o Eraclito) che distingueva tra doxa e episteme, opinione e scienza. Sporchi intellettuali. Filosofi. Insomma: Boeri ha ragione? Non lo so. Io tendo a credere ai suoi dati, perché parla di dati da lui interpretati. Per smentirlo, dovrei avere altri dati, e saperli interpretare, e non solo la mia impressione personale.
 Poi ci sono questioni etiche, politiche su cui il pensiero personale ha pieno diritto. Qualcuno può pensare che ci voglia un argine all'invasione di immigrati perché ciò mina l'identità culturale italiana. Questa non è questione di dati. E quindi si può legittimamente dissentire. Si può dire, in questo caso: Io penso; Io invece non credo. Però, bisognerebbe anche argomentare. Ma, si sa, anche argomentare è cosa da filosofi. Dio ne scampi.
Perciò dico che si può rispondere in base ai dati, o in base all'uso dei dati, non in base a quello che io vedo per strada. Boeri non è l'ultimo degli esperti, ma può sbagliare. Ma potrebbero sbagliare anche quelli che contestano la sua interpretazione dei dati. Il problema è il confronto, superando la fase del mero insulto. Questo è il punto. Non tanto stabilire - nella fattispecie - se Boeri abbia o meno ragione. Poi, epistemologicamente, è chiaro che i dati non sono la scienza, sono la base sulla quale la scienza lavora, e può farlo bene o male. Perciò occorre, come detto, un faticoso e lungo incrocio di dati. Questo incrocio e analisi ci portano alla scienza. Senza dati esiste solo la mia opinione personale. Se i dati non sono sufficienti, da soli, figuriamoci l'impressione personale e soggettiva. Che, pur in assenza di dati - vogliamo chiamarli riscontri? - molti sbrigativamente assolutizzano, insultando chi la pensa diversamente.
Sui social tutti diventano esperti di tutto, e sulla base della propria esperienza, o di pochi dati scorsi sui social stessi, pretendono di esprimere, senza diritto di replica, la propria opinione. Era quello che Umberto Eco diceva dei nuovi saccenti da social. Per essere aggredito sui social, dai social.



lunedì 6 marzo 2017

Il "compleanno" di Pasolini. Ricordi di un lettore

   Il "compleanno" di Pasolini. Ricordi di un lettore




   Il 5 marzo 1922 nasceva Pier Paolo Pasolini. E io non posso dimenticare quel 2 novembre 1975 che poneva fine alla straordinaria esistenza di un poeta - uno di quelli, disse Moravia nella sua orazione al funerale, che nascono una volta in un secolo. Io ho diciassette anni, sono davanti al televisore acceso, inizia il Tg con una foto di Pasolini. E' chiaro che è successo qualcosa. Nel ricordo successivo a lungo collocavo la visione di quel Tg al rientro da scuola. ma non era possibile per due motivi: il 2 novembre era vacanza, e quell'anno cadeva di domenica.
   Conoscevo già Pasolini: ero un pasoliniano della prima ora, della mia prima ora, quando non era scontato esserlo. Un insegnante di lettere, al liceo, una mattina aveva detto che uno come lui sarebbe stato meglio non fosse mai nato; e io avevo avuto, tra i banchi, un istantaneo ed esplicito moto di stizza. Un'altra insegnante, pur amata e apprezzata, aveva commentato la scelta di un collega di introdurre al quarto ginnasio gli Scritti corsari al posto dell'Eneide (che allora si leggeva nella cinquecentesca e indigesta traduzione di Annibal Caro); il libro di un "degenerato". Era stato invece un professore di religione - un giovane sacerdote - ad aprirci altri spiragli su Pasolini, e a dirci che in quegli anni il poeta di Casarsa era il solo a proclamare pubblicamente la propria omosessualità. 
   Conoscevo già Pasolini in vita, anche se non avevo ancora letto nessun suo libro. Com'è che lo conoscevo? Mi capitava di leggere qualche suo articolo su quotidiani e riviste. Ricordo quando Piero Ottone lo volle al "Corriere della sera" all'inizio del 1973 - e allora di anni non ne avevo ancora quindici, e frequentavo il quarto ginnasio al Liceo "Rosmini" di Palma Campania, il liceo dove sono tornato a insegnare e dove con Pasquale Gerardo Santella, nel 2005, dedicammo un progetto scolastico allo scrittore corsaro. Lo seguivo, Pasolini, nelle interviste di Enzo Biagi in televisione, o in una puntata di "Controcampo" nel 1974 nella quale ribadiva il suo concetto di "omologazione". E sentirlo parlare, con quella precisione, era come leggerlo. E in quella trasmissione, o in un'altra, lo sento dire che considera buona letteratura la propria: e questa (auto)affermazione mi colpisce per la consapevolezza senza false ipocrisie che un intellettuale ha del proprio lavoro. 
   E poi avevo visto già alcuni film in televisione. E, probabilmente, le prime volte senza sapere chi fosse Pasolini: i film più popolari come Il vangelo secondo Matteo del 1964, che allora veniva spesso trasmesso a Natale o a Pasqua, e Uccellacci e uccellini del 1966 con Totò, E quindi visto quella prima volta per Totò. Film guardati con tutta la famiglia: e ricordo ancora la sera che costrinsi mio padre a vedere il per lui incomprensibile Medea con la stupenda Maria Callas.  Mentre solo con mia sorella - in quegli anni giovani, una delle persone con cui condividevo le scoperte culturali - devo aver visto, al televisore piccolo - un Brionvega rosso - Accattone. E solo pochi mesi fa sono stato al Pigneto, dove sono state girate alcune scene del film, tra cui quella della morte del protagonista. Che anno era? Pasolini era già stato trucidato oppure no? Come ricordarlo, adesso? Il confronto con i libri - per dire che non si trattava di una mera trasposizione dai due romanzi borgatari dei quali rimaneva piuttosto l'ambientazione - l'ho potuto fare allora, e quindi Pasolini era già morto, perché i libri li ho letti solo in seguito -, o questo confronto è avvenuto soltanto a posteriori: il film visto con Pasolini vivo e i romanzi letti dopo? Non posso dirlo.
   Posso dire solo che il film mi sembrò poesia, anche nel senso che le riprese e il montaggio mi sembrarono scanditi metricamente. Per cui con fastidio sentii l'affermazione fatta molti anni più tardi da Franco Zeffirelli, secondo il quale con il passaggio di Pasolini al cinema la poesia aveva perso un poeta e il cinema non aveva guadagnato un regista. Per me, il poeta rimaneva poeta ed era un regista dallo sguardo particolare, che sapeva isolare in un suo spazio ogni inquadratura.

   I libri. Ecco, i libri sono arrivati dopo, poco dopo quel '75 che stava andando a finire con la morte novembrina di Pasolini. Dal 5 al 16 giugno 1976 ho letto Una vita violenta, in una copia prestatami da Pino Ionta (oggi psichiatra) che credo avesse a sua volta presa in prestito in biblioteca (forse a Sarno, dove facevamo periodiche incursioni), Dal 5 al 26 novembre 1977 ho letto invece Ragazzi di vita. Perché così tanto tempo tra l'uno e l'altro? Letti cronologicamente a ritroso, e pur a distanza, i libri, con il film, furono un'agnizione su un mondo sconosciuto e una finestra su quella realtà sottoproletaria che - ingannandosi - Pasolini considerava potenzialmente rivoluzionaria rispetto a tutti gli altri ceti - compresa la classe operaia - ormai irrimediabilmente imborghesiti. Al di là di questo - ma a questo collegato - fu la scoperta del dialetto come lingua popolare-e-letteraria, a fare il paio, il romanesco, con il siciliano dei Malavoglia di Verga (copia prestatami  nel novembre 1975 - sì, poco dopo la morte di Pasolini, da Giovanni D'Onofrio, allora mio compagno di banco e oggi neurochirurgo). Su quelle letterature, e sul napoletano di Eduardo De Filippo, improvvisai una lezione per alcune alunne di una 5 classe ACI, ovvero assistenti di comunità d'infanzia, a Breno in Valcamonica: doveva essere la primavera del 1988, e lì insegnavo psicologia, non lettere, ma tant'è.
Poi venne la lettura delle poesie (alcune anticipate dalle antologie scolastiche, e poi in volume): Le ceneri di Grasmci, La religione del mio tempo (nei Grandi libri Garzanti, dal riquadro verde), L'usignolo della Chiesa Cattolica (nell'edizione Einaudi). Ormai ai tempi dell'università.



 E in Valcamonica l'acquisto, nel 1987 o 1988, della copia degli Scritti corsari uscita con una rivista, a recuperare articoli letti a suo tempo o dibattiti sentiti aleggiare. Letto, quel libro, nel soggiorno assolato quasi in riva all'Oglio in una lontana stagione. Nel frattempo, con i miei anni, scorrevano gli altri suoi film (stupendo l'episodio de La ricotta), fino al fermo-immagine all'idroscalo di Ostia (quel monumento dimenticato restituitoci da Nanni Moretti con il sottofondo struggente del Concerto di Colonia di Keith Jarrett). 
In quegli anni ancora giovani (metà Novanta) dovevo registrare la passione pasoliniana di una giovanissima fidanzata bergamasca. E in questi anni adulti condividere passione e ideologia con la moglie siciliana, qui, fronte Vesuvio, dove da tempo ho fatto ritorno. Ah: una moglie conosciuta andando a Messina per presentare all'Horcynus Festival, diretto da Franco Jannuzzi a cui debbo la conoscenza della futura consorte, un numero della rivista "Quaderni di Cinemasud" a Pasolini dedicato. Tutto torna... Futura consorte che precedentemente aveva vissuto per quasi dieci anni in Friuli, a Spilimbergo e a Fanna, che dista dieci chilometri da Casarsa della Delizia, il paese della madre di Pasolini, dove Pier Paolo è vissuto diverso tempo imparando e scrivendo il friulano (il friulano che per lui, giovane poeta sotto l'influenza dei simbolisti francesi, è la lingua pura"). Ecco, tutto torna, di nuovo...
      E vorrei ritrovare quella foto di Pasolini al tavolo di lavoro che a lungo mi ha seguito negli spostamenti, qui facendo ritorno, e qui - temporaneamente - scomparendo tra carte. 
   E vorrei ritrovare, tra quelle carte, anche il racconto che scrissi, Trascendente immaginario,  quando un noto settimanale pubblicò le foto del corpo martoriato di Pier Paolo. Scritto al e al quale tengo, come ai lungi articoli per "L'Indice" nel 2012 e nel 2015 ( in questo caso per una ricorrenza della morte). Trascendente perché immaginavo che Pasolini e Gramsci se ne stessero ora insieme, in un qualche aldilà, a parlare di popolo e rivoluzione, mentre in un angolo se ne stava, a guardarli, sant'Agostino. Agostino d'Ippona c'era entrato perché dovevo dare - o avevo appena dato - un esame all'università in cui si portavano le Confessioni. E mi pareva non ci stesse male, anche lui, in quella compagnia, un "usignolo della chiesa cattolica", di quel mondo contadino che Pier Paolo rimpiangeva. Con-e-contro Gramsci. Altro mio punto fermo, Gramsci. Ma è un altro discorso. O forse no.

Tomba di Pasolini e della madre
(Casarsa della Delizia, Friuli)
Centro Studi Casa Colussi in Pasolini
(Casarsa della Delizia, Friuli)

per le foto di Casarsa, un grazie ad 
Antonio Furlanis di Fanna (Pordenone)


   

domenica 3 agosto 2014

Scalfari attribuisce "Il Gattopardo" a Visconti e dimentica Tomasi di Lampedusa

La copertina della prima edizione (1958) de
Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Eugenio Scalfari su "Repubblica" attribuisce 
Il Gattopardo a Luchino Visconti... dimenticando Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Riporto qui la mia riflessione stralciata da una 'conversazione' su Facebook con amici siciliani:


La gaffe di Scalfari è imperdonabile e indice di un atteggiamento generale per cui ci si dimentica del Sud. Il libro di Tomasi di Lampedusa è un vero capolavoro assoluto: lo dico da non siciliano. E' stata una lettura fondamentale negli anni universitari, e sempre. Così come è stata fondamentale la visione del film di Luchino Visconti, che rimane un capolavoro e  da allora amo quel valzer. Da un punto di vista cinematografico, tecnicamente quella lunga sequenza è un preziosismo (pare). Visconti è un 'gran lombardo' che ha avuto grande interesse per il Sud, da Verga a Tomasi di Lampedusa, passando dai lucani 'Rocco e i suoi fratelli'. Tornando al "Gattopardo", tuttavia, sempre da non siciliano - che ha sposato la Sicilia -  preferisco però la visione più cruda dei "Vicerè'" di De Roberto (altro grande capolavoro) a quella in fondo conciliante con certa aristocrazia (seppure illuminata) come quella del principe di Salina...

La scena del ballo da Il Gattopardo di Luchino Visconti (1963)



lunedì 9 settembre 2013

Iacona, "presa diretta" sulla camorra al Nord



Stasera, come al solito, grande puntata di Riccardo Iacona sulla Rai: la penetrazione al Nord della camorra che approfitta della crisi, della indisponibilità delle banche a sostenere gli imprenditori onesti, e, al contrario, della disponibilità delle banche a garantirsi liquidità senza preoccuparsi della provenienza del denaro. La camorra che si fa garante a sua volta delle procedure per evadere il fisco a cui sono costretti anche gli imprenditori onesti. Come ha detto Saviano in trasmissione, sta avvenendo una selezione nella quale sono gli imprenditori onesti a cadere, mentre sopravvivono quelli disonesti. Questi sono i veri problemi del Paese, mentre la politica deve preoccuparsi di un grande evasore che non vuole lasciare la scena, parte in difesa (un partito arroccato intorno ai problemi privati del suo leader) e parte contro: in uno stallo pericoloso per l'Italia.
E' questo il giornalismo di cui abbiamo bisogno: quello che ci parla dei fatti del Paese e non delle chiacchiere di certa politica. Questa è vera politica.

Sgarbi, Berlusconi, il prof. di Saluzzo e le minorenni

In un programma de La 7, mi sembra, Sgarbi, pur condannando l'operato politico di Berlusconi, lo difendeva sul piano umano, nel senso che all'ex premier si rimprovera, con conseguente intervento giudiziario, ciò che si concede ai comuni cittadini. Chi si preoccupa - diceva, o meglio, urlava, più o meno, il suddetto - dei tanti che vanno con prostitute minorenni? Perché invece questo accanimento nei confronti di Berlusconi? Innanzitutto, chi ci dice che non si faccia nulla nei confronti di chi approfitta - da "consumatore" - della prostituzione minorile? E' poi vera questa affermazione? In secondo luogo, Berlusconi non è un un comune cittadino, e a lui si chiede un comportamento consono al ruolo. Nel caso di Berlusconi non si è trattato nemmeno di uno sporadico, seppur frequente, ricorso alle attenzioni e cure di giovani donne di vita. Il cavaliere di Arcore ha creato un sistema, nel quale ricorreva a personaggi di non dubbia, ma certa fama, per procacciarsi schiere di giovani donzelle. Perché chi lo difende, e chi lo vota, non riesce a focalizzare questa semplice e chiara verità. Ci sono fior di testimonianze e di intercettazioni chiare, per cui è un po' difficile mettere in dubbio la "professione" delle giovani ospiti del cavaliere. La Santanché ha voglia di dire che non si può essere chiamate "puttane" solo perché si partecipa a queste "serate eleganti": anche lei ci andava, dunque - diceva la pitonessa - si chiami così anche lei. Se proprio ci tiene, lo possiamo fare... Ma non è questo il problema da cui eravamo partiti. Era il diverso trattamento, tra Berlusconi e il comune cittadino rispetto ai rapporti con minorenni. Beh, potremmo far presente all'illustre prof. Sgarbi che il suo ragionamento, comunque sbagliato (B. non è un comune cittadino), non  sta in piedi. Ha sentito, Sgarbi, cosa sta succedendo al prof. di Saluzzo, del quale sono state scoperte le frequentazioni con alunne minorenni? Il prof. di Saluzzo non è Berlusconi, non ha messo su un sistema (anche se c'è, sembra una recidiva frequente), eppure sta avendo il suo po' po' di guai giudiziari e mediatici.
Prof. Sgarbi, guardi un po' alle cose che succedono e non segua solo il vuoto che al riguardo ha in testa, e che per di più ci urla sulle nostre, di teste.

domenica 7 luglio 2013

Miccoli, Falcone e il "fango"



La notizia è ormai di qualche giorno fa, ma vale la pena tornarci su. Almeno, mio suocero, di Cefalù, un artigiano in pensione che nel suo laboratorio aveva la foto di Falcone e Borsellino insieme - quella famosa -, insiste perché lo faccia. 
Si tratta dell'espressione "fango", che il calciatore Fabrizio Miccoli ha usato per Giovanni Falcone in una conversazione intercettata con un boss. Al di là del contesto già grave - questo tranquillo conversare con esponenti della mafia -, e al di là del tardivo pentimento ('doveroso', per un personaggio pubblico, dopo l'indignazione che si è levata), un atteggiamento del genere va stigmatizzato. Ora e sempre.
C'è, nel Paese, un certo lassismo per cui diventa facile lasciarsi andare a esternazioni gravi, senza sentire il peso di ciò che si fa. Per cui c'è chi, su facebook, insulta, alla sua morte, Margherita Hack, con epiteti impronunciabili, solo perché di una certa parte politica e dichiaratamente atea: anche se poi scienziato di grande levatura e rimasta legata al marito per anni e anni (la parola usata nell'insulto riguardava appunto comportamenti 'legati' a questa sfera): quando tanti 'presunti' cattolici hanno comportamenti ben più disinvolti. Oppure, anni fa, spregevoli - e ben poco onorevoli individui - osavano insultare in Parlamento Rita Levi Montalcini che, presente alla sua già veneranda età, si apprestava a votare.
Ma torniamo a Miccoli, e a mio suocero: dillo che protestiamo sia dalla Sicilia che da Napoli.
Ecco fatto.
Falcone, mi suggerisce mia moglie, non è un'icona da portare in processione nelle feste comandate. E' un esempio sempre vivo la cui memoria non va sporcata col fango sollevato da chi calpesta le zolle di un campo di calcio.

Firmato: famiglie Brugnone e Rega

Cefalù-Palma Campania, 7 luglio 2013

venerdì 7 dicembre 2012

Scola, Mancuso e la libertà - e Ipazia



C'è un bell'articolo su "Repubblica" di stamattina 7 dicembre 2012, nel quale Vito Mancuso risponde per le rime all'attacco integralista del cardinale Scola, il quale ricorda l'editto con il quale Costantino riconosceva il cristianesimo. Lì, per l'alto prelato, comincia la "libertà religiosa"? Ma libertà di chi, per chi, si chiede (gli chiede, ci chiede) Mancuso. Libertà per i cristiani, non per altre confessioni religiose, poi esplicitamente perseguitate con Teodosio. Non bisogna dimenticare, ci ricorda Mancuso, la pluridecennale politica illiberale della Chiesa Cattolica, ben poco "cristiana". I roghi di santa romana chiesa non hanno certo fatto bene alla libertà religiosa, e alla libertà tout court. La filosofa e scienziata Ipazia non fece certo una bella fine, uccisa proprio nel clima persecutorio teodosiano. leggiamo da Wikipedia:
   "Era il mese di marzo del 415, e correva la quaresima: un gruppo di cristiani «dall'animo surriscaldato, guidati da un lettore di nome Pietro, si misero d'accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno a casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario; qui, strappatale la veste, la uccisero usando dei cocci. Dopo che l'ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati i brandelli del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia bruciandoli".

IPAZIA di Alessandria


 L'integralismo terrorista di certi cristiani - ben poco cristiani - non è stato da meno rispetto ad altri fanatismi religiosi. Spesso, chi parla fanaticamente di libertà, intende solo la propria. Ci viene in mente un certo politico odierno - speravamo passato di "moda", ma rieccolo là dietro l'angolo - che parlava di una "casa delle libertà" e di un "popolo delle libertà", presso i quali voleva comandare da solo; e, lui che era un monopolista, parlava di "liberismo". 
   Cosa c'entra. Beh, a lungo certa chiesa cattolica ha visto, in lui, anche il paladino dei valorio della famiglia.
   Vatti a fidare!
   E Scola propone di rimettere in discussione la aconfessionalità dello Stato.
   Nessuna pietà per Ipazia!

lunedì 29 ottobre 2012

Il potere delle parole - o delle parolacce

"In questo Paese, in questo Mondo, non ci sono più parole. 

Rimarrebbero le parolacce. Ma sono finite anche quelle".



Enzo Rega

mercoledì 29 agosto 2012

Cattolici contro Obama e l'ipocrisia

La chiesa cattolica statunitense nelle prossime elezioni presidenziali appoggerà il candidato conservatore, perché, tra le altre cose, paventa i riconoscimenti dei diritti degli omosessuali da parte di Obama. Proprio i cattolici, dopo lo scempio della pedofilia che ha sconvolto la chiesa americana! Ci vuole un coraggio! E poi per i cattolici sono preferibili la pena di morte, la libera circolazione delle armi, l'assistenza sanitaria su base censitaria e non garantita a tutti, la conservazione delle sperequazioni sociali ecc. ecc. Tutte cose molto poco cristiane, sembra! Ma è vero, certi cattolici non sono cristiani....

domenica 26 agosto 2012

Ricordi di un lettore: Elsa Morante


   Cent'anni fa nasceva Elsa Morante (Roma 18 agosto 1912 – 25 novembre 1985). Ne è passata di storia da quel giorno. “Storia” con la maiuscola e “storie” con la minuscola. In quel lontano 1974 La Storia è stato il primo libro della Morante che ho letto. Frequentavo il quinto ginnasio o il primo liceo classico: o era nell'estate intercorrente, visto che il libro era uscito a giugno?. Era infatti una copia fresca di stampa, un volumone di più di seicento pagine uscito negli einaudiani Struzzi a sole due o tremila lire: non ricordo più e non posso controllare, perché il libro l'avevo avuto dall'amico con cui scambiavamo le letture, ora psichiatra sempre attento alla letteratura. Un prezzo basso voluto dalla scrittrice stessa, perché tutti potessero avere quel libro, anche l'analfabeta per il quale ella scriveva, come più o meno diceva la dedica posta in spagnolo all'inizio. E così anche l'amico poté comprare il volume appena uscito senza aspettare che andasse in economica. E così anche noi potemmo beneficiarne.
"La Storia", una copia del 1974
Alberto Moravia e Elsa Morante
E così potemmo seguire le vicende del piccolo Useppe, che soffriva di epilessia, della sua povera vita nel quartiere di Testaccio a Roma, le peripezie del fratellastro Nino, figlio della stessa Ida, Nino che da fascista diventa partigiano comunista e nel dopoguerra contrabbandiere, in un intreccio appunto tra piccola e grande storia, Grande Storia che culmina nella magistrale e tragica descrizione del bombardamento di San Lorenzo. Roma tutta, e la vita del suo popolo ci passava davanti come in un film. Il realismo poetico della Morante doveva conquistare i giovani lettori che eravamo allora. E la lettura si accompagnava a commenti che ne facevamo tra noi, io, l'amico del libro ma anche mia sorella che dovette leggere la stessa copia dopo di me. E certi passaggi, e certe espressioni – ma quali ora vattelapesca – divennero tra noi proverbiali e ci accompagnarono negli anni successivi. Roma, la storia, la gente, la vita... ecco, il libro fu una potente iniziazione alla vita stessa. Senz'altro anche da quella giovanile esperienza nacque la consapevolezza del forte legame tra letteratura e società, la consapevolezza che la letteratura è essa stessa un fatto politico: prima ancora che da lì a qualche anno lo apprendessimo da Sartre. Un fatto sociale, politico anche quando gli intenti sono meno evidenti, meno manifesti, come poteva essere nella scrittura del marito di Elsa: Alberto Moravia. La cui lettura fu per noi lo stesso fondamentale, e la cui opera non si può rinnegare neanche dopo il declino dei suoi ultimi anni e i libri meno convincenti che continuava a pubblicare sopravvivendo a se stesso come scrittore. E sappiamo che c'è chi considera la Morante più grande di Moravia...

Solo dopo molti anni avrei però letto qualcos'altro di Elsa, solo verso gli anni Novanta sarei arrivato all'altro suo capolavoro: L'isola di Arturo del 1957. In realtà l'avevo iniziato più o meno negli stessi anni Settanta – ne aveva una copia una mia cugina – ma poi l'avevo abbandonato dopo poche pagine, non perché non mi piacesse... ma non ricordo più il motivo. L'avevo iniziato in quella stanza in paese nella quale dopo anni sono tornato a dormire ora. Lo lessi comunque un giorno. E nel mio unico sopralluogo di tre giorni a Procida, con l'amore del tempo, un tassista del luogo, con la sua brava Apecar ci portò sull'itinerario arturiano, oltre che parlarci dei giorni in cui Massimo Troisi girò nell'isola le scene de Il postino (anche qui alle spalle modelli letterari, con Pablo Neruda che politicamente militava nello stesso campo della Morante).
Ora, mentre scrivo qui, a Cefalù, non ricordo quale esemplare de L'isola di Arturo conservo nella mia biblioteca di fronte al Vesuvio. Acquistato in età più avanzata, l'esemplare non ha più il valore “esemplare”, memoriale (esso stesso “memoriale” della passione di leggere), dei primi libri comprati... Ricordo solo che a Procida presi un libro della Morante, ma non so se proprio L'isola o qualcos'altro... Non importa: non si può e non è giusto trattenere tutto: la precarietà della vita deve avere confini nebulosi nei quali portare avanti il nostro corpo, le nostre storie personali.

Cefalù, 26 agosto 2012

Enzo Rega

sabato 11 agosto 2012

Il sciur Bossi e il sciur Manzoni

Alessandro Manzoni nel famoso ritratto di Francesco Hayez, 1841


Questa volta il sciur Bossi ha tirato fuori dal cilindro, pardon dall'elmo vichingo, la trovata dell'Alessandro Manzoni traditore della (presunta) patria (padana), perché ha scritto in italiano anziché in milanese. Con tutto il rispetto per un Carlo Porta, che invece è stato grande scrittore in milanese come, sia consentito ricordarlo, il Belli in romanesco, Manzoni pensava guarda caso a un superamento proprio del "padano" lombardo-veneto per andare  verso l'Italia. Non solo traditore è stato per aver scritto in italiano, ma anche per aver pensato italiano...
Al sciur  Bossi, forse un po' distratto, vorremmo ricordare che Manzoni non è stato il primo e tanto meno l'unico scrittore settentrionale a scrivere in italiano. Ecco un piccolo pro-memoria (dal quale escludiamo, per non competenza territoriale, la "scuola siciliana"):

Guido Guinizelli (Bologna 1235 - Monselice 1276)
Guido Cavalcanti (Firenze 1258 - 1300)
Dante Alighieri  (Firenze 1265 - Ravenna 1321)
Francesco Petrarca  (Arezzo 1304 – Arquà 1374)
Giovanni Boccaccio (Certaldo [Firenze] 1313 - 1375)
Ludovico Ariosto (Reggio Emilia 1474 - Ferrara 1533)
Torquato Tasso (Sorrento, ma di origine bergamasca, 1544 - Roma    1595)
Galileo Galilei (Pisa 1564 - Arcetri 1642)
Vittorio Alfieri (Asti 1749 - Firenze 1803)
Vincenzo Monti (Alfonsine [Ravenna] 1754 - Milano 1828)
Cesare Cantù (Brivio [Lecco] 1804 - Milano 1895)

per non parlare dello stesso Carlo Cattaneo (Milano 1801 - Castagnola-Cassarate [Lugano] 1869), padre del federalismo e riferimento dei leghisti, il quale, a quanto ci risulta, è in italiano che ha scritto... pure lui!
In un nostro precedente post

 dedicato all'attacco contro gli insegnanti meridionali compiuto sempre dal nostro instancabile sciur Bossi consigliavamo al(ex?) leader della Lega di comprarsi (aggiungiamo ora: a spese del finanziamento pubblico dei partiti, cioè a spese nostre) un bignami di storia per ripassarsi il modo con il quale sono avvenuti l'unità d'Italia e lo sviluppo economico del Nord. Adesso gli consigliamo di comprare, sempre a spese nostre, un bignami di letteratura italiana per verificare, se avrà voglia di leggerlo, quanto gli scrittori padani hanno dato alla letteratura italiana, insieme agli autori terroni... 
Buona lettura! Non è mai troppo tardi, come diceva il buon Alberto Manzi che l'italiano ha insegnato a generazioni di italiani non alfabetizzati...

Enzo Rega
(nato a Genova figlio di napoletani, insegnante in Lombardia
- Milano, Brescia e Bergamo -  per più di un decennio, sposato in Sicilia)




domenica 19 dicembre 2010

Gasparri e gli arresti preventivi e La Russa e gli studenti "vigliacchi"




Se ne arriva a Natale, come un re magio, ma non porta certo doni d'amore. Il nostro Gasparri eccolo qui, a parlare di arresti preventivi, prima delle manifestazioni: cioè, arrestare prima che un reato sia stato eventualmente commesso. Mi sembra che in altri tempi qualcosa del genere ci si già stato. Ma appunto, si trattava di regimi totalitari. E' che viene fuori sempre più la vera natura di questi personaggi, una natura che hanno mascherato in questi anni, ma che è sempre lì, a premere. E appunto viene fuori. Come è successoall'amico di Gasparri, tal Ignazio La Russa. Eccolo lì, a zittire lo studente, a imporgli il silenzio. Non si capiva perché insistesse tanto a chiamarlo "vigliacco". Un accenno potrebbe farcelo capire: cioè, nella concitazione, sembra che abbia detto che poi, quando venivano presi dalla polizia, implorassero pietà. Loro forse, La Russa e camerati, invece, presumo, non lo so, deduco da quanto andava dicendo l'Ignazio, i poliziotti loro li picchiassero bene bene, perché vigliacchi non erano. Loro potevano farlo, questi no. Non si capisce bene la logica. Ma questi logica non hanno.
Bene ha detto Di Pietro: quando ci vuole ci vuole. Si chiedeva Di Pietro cosa si volesse dire quando si diceva che con la fine della guerra non era poi finito il fascismo. La Russa era la prova. Eccolo lì il fascista. Che lui non si offenda sono fatti suoi. Fascista rimane.

Io so invece di comunisti, di gente di sinistra che non sono mai stati stalinisti o filosovietici.
Ero, sono uno di questi...


sabato 4 dicembre 2010

Verdini come quelli di allora: "Me ne frego"


ME NE FREGO E LEGGE TRUFFA


Quale sia il livello del dibattito politico e quello della coscienza democratica odierna viene ben esemplificato da un tipo come Denis Verdini che non solo mostra di mal sopportare le regole che un Paese civile deve darsi, ma per di più riecheggia - ammesso che siano le sue testuali parole - anche nel linguaggio quel dispregio di stampo fascista per la democrazia che l'Italia ha conosciuto nel Ventennio. "Ce ne freghiamo" sembra anche esemplificare bene il senso della parola "libertà" per quelli del cosiddetto Popolo delle libertà". Libertà di fare un po' quello che ci pare.
Per quanto mi riguarda, io ho votato contro il maggioritario al tempo del referendum così festeggiato dall'abbraccio di Occhetto e Segni, poi scomparsi, travolti dal mostro cui avevano dato vita. Il maggioritario non mi convinceva un po' per un vecchio postumo "ideologico": mi ricordava la "legge truffa" (così chiamata dalle opposizioni) promulgata il 31 marzo 1953 dal Governo De Gasperi, con Scelba ministro degli Interni: quella legge, poi abrogata, concedeva come premio di maggioranza il 65% dei seggi alla lista o al gruppo di liste collegate che avesse raggiunto il 50% più uno dei voti validi.
Quando si passò al maggioritario con relativo premio di maggioranza (poi previsto anche dal porcellum di Calderoli attualmente in vigore) nessuno ricordò la "legge truffa". PDS in prima fila tra i sostenitori.
Perché allora non ero d'accordo? Come dicevo, per un vizio ideologico: non mi sembrava giusto che venisse falsata la volontà degli elettori, fosse pure per garantire la governabilità. Governabilità che poi non è stata mai davvero garantita, se non per qualche legislazione. Il primo governo Berlusconi cadde per il ribaltone di Bossi (ora, disinvoltamente, i leghisti, riferendosi ai finiani, dicono che non vogliono nessun ribaltone: evidentemente parlano di ciò che conoscono bene, essendo stati per primi "traditori"). Il primo governo di centro-sinistra ebbe tre diversi presidenti del Consiglio; il secondo esecutivo di centro-sinistra è durato due anni ed è caduto per un solo voto contrario: come si ricorderà, quello di Mastella. Essendo stato il nostro non un bipartitismo (con soli due partiti) ma un bipolarismo (con due schieramenti di più partiti), anche nella seconda repubblica spesso i piccoli partiti hanno potuto ricattare le coalizioni delle quali facevano parte.
Il secondo motivo per il quale non ero d'accordo riguardava il culto della personalità che il maggioritario poteva introdurre, e difatti ha introdotto. Nel momento in cui non sono più le idee e i programmi che si fronteggiano, ma delle persone, il cui aspetto fisico addirittura può influenzare l'esito d'una campagna, è chiaro che il personalismo può prevalere. Ed è prevalso. Con un chiaro declino del livello politico e del concetto stesso di politica e di res pubblica, di cosa pubblica.
E con questo si arriva alle accuse di "tradimento" che Berlusconi rivolge a chi lo abbandona. Quando si sceglie direttamente un leader, e il suo governo traballa, questi può continuare sempre a dire che è stato scelto dal popolo, e, anche se sta mandando il paese al tracollo, può "pretendere" di concludere il mandato, altrimenti gli elettori verrebbero scippati della propria decisione. Nella prima repubblica, invece, con tutti i bizantinismi del caso, si poteva revocare la fiducia a un presidente del Consiglio (tanto non era stato nominato direttamente dal popolo) e individuarne un altro, anche magari, come avvenne con Spadolini, di un piccolo partito, se si trattava di personalità autorevole che poteva garantire una efficace mediazioni tra le parti.
Evviva allora il proporzionale, senza premio di maggioranza e senza nomina diretta del popolo.
Anche se ora non so se il ritorno al proporzionale sarebbe auspicabile e praticabile...



venerdì 8 ottobre 2010

Sarah e l'indiscrezione mediatica



Che lo zio abbia già toccato Sarah è cosa che riguarda la povera Sarah e i giudici che dovranno arrivare a una sentenza. E riguarda i familiari. Punto. I mezzi di comunicazione dovrebbero smetterla (Bruno Vespa in testa) a seguire vicende che sono innanzitutto "private", dolorosamente private. Si tratti del delitto di Cogne, o di Garlasco, o di quant'altro. I telegiornali dovrebbero ovviamente dare la notizia del delitto - ci mancherebbe - e poi della sentenza. Sinceramente, non capiamo il bisogno - o meglio, lo si capisce fin troppo bene - di andare a spiare sotto casa dei poveri familiari, andare a scavare nelle pieghe più scandalose del fatto, e così via. Che i servizi di informazione ci "informino" delle questioni di carattere generale, della crisi, degli scandali politici: questi sì riguardano il Paese e il suo malgoverno. Le malversazioni e le corruzioni e le concussioni, questo sì, riguarda tutti, perché tutti alla fine ne siamo vittime, nel senso che le ripercussioni di tutto questo, come minacciose onde sismiche, arrivano fino a noi.
Ma lasciamo in pace la povera Sarah. Non ci interessa chi l'ha toccata e quante volte. Ci basta sapere che i giudici faranno il proprio dovere.


domenica 12 settembre 2010

BRUNETTA o Dell'ignoranza in materia di storia


Il ministro veneto Brunetta ha dichiarato che senza Calabria e Campania (ha fatto salva la Sicilia) l'Italia sarebbe il primo Paese in Europa. Credo dato opinabile questo, comunque. Brunetta dimentica però che quella parte d'Italia che sarebbe la prima senza parte del Sud è anche grazie a quella parte di Sud che ha potuto compiere il suo progresso socio-economico. Nelle città del cosiddetto triangolo industriale calabresi, napoletani, siciliani, sardi ecc. vivevano come vivono ora gli immigrati stranieri. Ciò che si costruiva a Nord veniva poi acquistato da chi poteva anche al Sud, che così era da un lato esportatore di manodopera, dall'altro importatore di merci finite. Come accadeva per le grandi potenze coloniali che avevano all'estero il proprio bacino: da lì importavano le materie prime e lì reimportavano i prodotti lavorati. Il Sud Italia ha fatto da colonia per la madrepatria settentrionale. Certe arretratezze del Sud sono colpa anche di un certo modello di sviluppo che ha avuto il nostro Paese. Sulle colpe di quel modello si sono poi inserite anche le responsabilità dei ceti dirigenti meridionali, e quindi anche - senz'altro - quelle di Bassolino e Rosa Russo Iervolino.
Tutto questo non va dimenticato, se non si fanno solo chiacchiere...

domenica 5 settembre 2010

Chiesa e capitalismo selvaggio

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La Chiesa scende sempre più in campo contro questa nuova destra arrogante, razzista e arroccata sui soli propri interessi. Si tratti di Berlusconi o di Sarkozy. E non è solo "Famiglia Cristiana", da tempo ormai covo di "bolscevichi", a prendere posizione, ma anche gli organismi ufficiali. Questa destra ha del tutto gettata la maschera, nella crisi economica causata dai suoi stessi esponenti, quelli della destra finanziaria. La crisi, da loro stessi procurata, diventa l'alibi per politiche antisociali e speculazioni sempre più azzardate.
Qualcuno diceva che il capitalismo non può essere riformato, ma solo abbattuto. Viene il sospetto che costui avesse (ha) ragione.