Perché?

Perché questo blog?
Per chi ama ancora la galassia Gutenberg?
Per chi ha paura dell'invasività della tecnica disumanizzante?
Per chi ritiene indispensabile ancora la cultura umanistica?

Affinché la tecnica sia davvero mezzo e non fine

Visualizzazione post con etichetta LETTERATURA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta LETTERATURA. Mostra tutti i post

domenica 29 novembre 2020

Ricordi di un lettore: Italo Calvino

di ENZO REGA

 




   Italo Calvino faceva parte del mio Quintetto italiano, cioè dei primi cinque autori da "grande" a cui mi sono accostato al ginnasio: Italo Calvino, Cesare Pavese, Leonardo Sciascia, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini. Quattro di questi erano negli anni Settanta in piena attività, e si potevano seguire anche i loro interventi sui giornali del tempo. Allora, le voci degli scrittori erano importanti nel dibattito pubblico, e più autorevoli dei tanti che ora starnazzano sui social. Con Quintetto italiano (denominazione che mi è venuta solo ora per i miei scrittori preferiti del tempo) mi riferisco agli autori contemporanei. Poi c'era il Trio italiano dei classici contemporanei: Pirandello, Verga e Svevo. 
   Il Quintetto non esauriva gli italiani contemporanei ai cui libri mi rivolgevo, ma senza dubbio ne rappresentava allora l'avanguardia. Calvino dunque. Forse era uno dei primi che avevo conosciuto, almeno attraverso l'antologia scolastica (come d'altronde gli altri nomi). Luna e Gnac, racconto tratto da Marcovaldo (un libro del
1963), l'avevamo letto in classe, e doveva allora coinvolgermi in chiave ecologista la vicenda di Marcovaldo e dei suoi figli ai quali era concesso di vedere dalla loro terrazza il cielo e la luna per soli venti secondi nel lampeggiamento intermittente di un'insegna pubblicitaria: di Spaak-Cognac erano visibili solo le ultime quattro lettere. Il libro per intero lo lessi dal 2 al 7 febbraio 1974, a metà anno di distanza dai primi di Sciascia che avevo letto (Il giorno della civetta e Il mare colore del vino) e tra i due di Pavese (Lavorare stanca, divorato in un giorno solo il 1° gennaio 1974, seduto in una poltrona che è a due passi dal posto in cui sto scrivendo adesso, e La bella estate, al quale l'hanno scorso ho finalmente dedicato un saggetto d'insieme sulla trilogia). Ma Marcovaldo era una vecchia amicizia: nel 1970 avevo visto lo sceneggiato con
 Nanni Loy trasmesso in sei puntate su Rai 2. Scorci di ricordo in bianco e nero riemergono da quelle visioni, ma non so se attribuirle allo sceneggiato o alla lettura del libro: i figli di Marcovaldo che, dovendo fare un regalo per le festività natalizie a un bambino povero come raccomandato dal loro maestro, lo fanno al figlio del capufficio molto più benestante, perché, in una visita a casa su, l'hanno trovato triste. L'altro ricordo, questo sicuramente desunto dalla lettura, riguarda uno dei personaggi che dall'alto precipita su una spiaggia, sicuro di non bagnarsi perché il tratto di mare del lido è talmente affollato che non c'è rischio di cadere in acqua. Marcovaldo dunque non è dissociabile da Nanni Loy che lo interpretava, anche se dal 1970 a oggi non ho più visto lo sceneggiato, se non forse qualche frammento riproposto talvolta in tv (ma non ne sono sicuro). 

Nanni Loy nello sceneggiato Rai "Marcovaldo"
andato in onda nel 1970


Era quello dunque il primo impatto con il grado zero della scrittura di Calvino, una scrittura che rimane essenziale anche quando approda alle sperimentazioni degli anni Ottanta. E, paradossalmente, il successivo appuntamento con un libro di uno dei miei scrittori preferiti - che tuttavia seguivo come personaggio pubblico - doveva arrivare solo nel novembre-dicembre 1984 con Se una notte d'inverno un viaggiatore, uscito in realtà già nel 1979. Ma in occasione della pubblicazione di Palomar nel 1983, con l'amico Michele Ranieri avevamo acquistato uno a testa questi libri (io, Se una notte) per scambiarceli. Calvino era andato avvicinandosi all'OULIPO e un romanzo "telescopico" e combinatorio come Se una notte ne è espressione: giocato sull'invenzione di un libro rilegato male, per cui si susseguono, alternandosi, gruppi di pagine appartenenti a libri diversi, ripropone, nell'intenzione di Calvino stesso, la tecnica d'assemblaggio delle Mille e una notte. In fondo, la scrittura letteraria e il romanzo sono nati "sperimentali", se all'origine dello stesso romanzo borghese moderno ci sono il Don Chisciotte e il Tristram Shandy. 


Per un under 30 qual ero allora, per un giovane ventiseienne degli anni Ottanta che ancora respirava l'atmosfera della neoavanguardia, un "antiromanzo" come quello di Calvino (che andava avanti guardando indietro, se il modello erano le Mille e una notte) era certo lettura stimolante, come lo fu Palomar, letto, nonostante rientrasse nello scambio con Michele Ranieri, solo un anno dopo, tra il settembre e l'ottobre del 1985. Qui il connubio letteratura-scienza, proprio dell'OULIPO, e già sperimentato da Calvino nelle Cosmicomiche, la cui lettura avrei affrontato solo dopo, tornando a ritroso nella sua produzione, si ripresenta prepotentemente (nel decennio bergamasco deglianni Novanta al Teatro Dinizetti avrei visto una riduzione dalla Cosmicomiche, rappresentazione di cui purtroppo ricordo poco) .Un paginone di Le Monde degli anni Ottanta, dedicato alla (allora) nuova filosofia italiana, accanto ai libri dei filosofi "professionisti" come Vattimo e Cacciari, cita anche Palomar  e Il nome della rosa di Eco, romanzo che aveva appena cominciato la propria carriera di best-seller e long-seller: Eco, al quale si deve tra l'altro la traduzione e riscrittura degli Esercizi di stile di Queneau, tra i maggiori rappresentanti dell'OULIPO. I francesi, dopo aver dominato la scena filosofica europea e internazionale, s'inchinavano alla nuova filosofia italiana, lanciata "all'assalto di piccole verità" (come titolava più o meno l'articolo), tramontato il tempo delle grandi narrazioni nelle quali s'era impegnata ancora la modernità che ormai cedeva il posto alla postmodernità e al postmodernismo (categorie anche queste, letteralmente, del secolo scorso). 



   Paradossalmente, ci vogliono ancora alcuni anni perché io riprendessi - ormai scomparso lo scrittore - la lettura dei suoi libri, che man mano diventerà sistematica, inseguendolo nelle ristampe Garzanti e Oscar Mondadori. Ancora Einaudi è l'edizione de Le città invisibili, libro del 1973 (la cui struttura a sua volta può ricordare quella delle Mille e una notte) che leggo nel 1988, e le cui suggestioni sono alla base dei racconti del mio libro La linea dei passi, che vado scrivendo tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta per pubblicarlo soltanto alla fine del 2019. L'osservazione che Kublai Khan fa, nel libro calviniano, a Marco Polo diventa mia nei lavori in corso del mio libro il cui sottotitolo è Prose sulle città e il viaggio e nel quale compare un pezzo che è una riscrittura di un collage di passi dal libro di Calvino: se a Marco Polo viene fatto notare che tutte le città che visita e di cui parla sembrano alla fine essere tutte simili a Venezia, a me viene fatto di notare - nel mio piccolo - che con i luoghi che visito, e di cui trasfigurandoli scrivo, torno in fondo a Genova, città in cui sono nato e che costituisce la mia origine geografica (anche se il sangue è campano), origine alla quale heideggerianamente (filosofo che ora amo molto meno di allora, eppure mi ci sono laureato) si vorrebbe tornare in quanto inizio che contiene in sé non ancora declinate tutte le possibilità.
Al 1991, tra febbraio e marzo, risale la lettura - di seguito - della trilogia I nostri antenati: Il visconte dimezzato (1952), terzo libro pubblicato da Calvino, Il barone rampante (1957) e Il visconte dimezzato (1959), acquisiti nella riedizione Garzanti Anche questi credo di averli letti in simultanea con l'amico Ranieri. Il barone rampante, insieme a Marcovaldo, ha avuto la sorte di diventare anche un best-seller per ragazzi e nelle scuole. In un raccordo temporale, leggendo e recensendo quest'anno un libro dedicato a Nico Orengo, un ligure trapiantato in Piemonte come Calvino, e come Calvino collaboratore di Einaudi, ho saputo dell'escursione fatta da Orengo e amici nei luoghi dell'ambientazione del Barone, nel Ponente ligure. Equindi, da poco, ho fatto ritorno per altre strade a Calvino e al suo mondo letterario e geografico.


                                               


 - Avevo iniziato a scrivere questo ricordo qualche mese fa, o il 15 ottobre per l'anniversario della nascita avvenuta nel 1923 a Santiago de las Vegas (l'Avana), a Cuba, o il 19 settembre, anniversario invece della morte avvenuta a Siena nel 1985. (Già, a distanza di poco, la memoria non recupera con precisione il ricordo). Allora volevo scrivere di altre cose, dell'impatto delle Lezioni americane, uscite nel 1988. O della sua esperienza come presidente di giuria nella 38a Mostra del Cinema di Venzezia, che aveva come direttore artistico Carlo Lizzani mentre Presidente della Biennale era lo storico napoletano Giuseppe Galasso, con il quale avevo dato tre esami di storia moderna e avevo concordato una tesi poi slittata (per la chiusura dell'Archivio di Stato napoletano in conseguenza del terremoto) verso la cattedra di storia della filosofia moderna e contemporanea. In quell'edizione della Mostra erano stati premiati Margarethe von Trotta con Anni di piombo (Leone d'oro) e Nanni Moretti con Sogni d'oro (Leone d'argento) e fuori concorso erano stati proiettati Da un paese lontano: Giovanni Paolo II di Krzysztof Zanussi Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Ulrich Edel (che anni, quegli anni!).  Vi accenno soltanto, e glisso sugli altri libri calviniani letti ancora successivamente.










 

sabato 3 ottobre 2020

Leonardo Sinisgalli: industria e letteratura

Commenti
Si legge sul “Corriere della sera” di stamattina, 24 aprile 2008, che è in uscita il volume L’anima meccanica. Le visite in fabbrica (1953-1957), curato da Giuseppe Lupo e Gianni Lacorazza per Avagliano editore di Cava de’ Tirreni, che raccoglie reportage scritti per la “La civiltà delle macchine” diretta dal poeta e matematico lucano Leonardo Sinisgalli e finanziato negli anni Cinquanta dalla Finmeccanica presieduta da Giuseppe Nuraghi: illuminato e ormai lontano esempio di interazione fa le due culture, quella letterario-umanistica e quella tecnico-scientifica. Vi collaboravano niente po’ po’ di meno che artisti, scrittori, intellettuali come Giorgio Caproni, Domenico Cantatore, Geno Pampaloni, Franco Fortini, Domenico Rea, Mario Mafai, Carlo Emilio Gadda, Michele Prisco, Franco Gentilizi, Libero De Libero, Giovanni Arpino, Alfonso Gatto, Giovanni Comisso, Alfonso Gatto, Giovanni Arpino, Emilio Tadini, Emilio Villa, e scusate se è poco. Nel clima della modernità – e non in quello edonistico e dispersivo della postmodernità – da un lato l’industria esercitava un’attrazione fatale sugli uomini di cultura (vedi i romanzi di Ottieri e di Volponi, sempre in quegli anni, sul mondo delle fabbriche). Dall’altro, gli stessi industriali non dimenticavano la loro provenienza umanistica e, come Pirelli e Olivetti, diventavano mecenati e tenevano a fregiarsi di un umanistico fiore all’occhiello. Gillo Dorfles, che fu amico di Sinisgalli, ricorda – e lo leggiamo sempre sul “Corriere” ,  “che queste riviste aprivano dibattiti d’attualità, su temi come la politica, la filosofia, il design, l’architettura, la scienza – e aggiunge: – I periodici aziendali di oggi sono vacui dal punto di vista culturale, pubblicitari o informativi” quali sono diventate. Sinisgalli riusciva a coniugare la trasfigurazione mitica della sua Lucania rurale con l’impegno di “tecnico” nel Nord industrializzato. Ora forse la tecnica, per dirla con Heidegger, ma anche con la Scuola di Francoforte, ha svelato appieno la propria essenza e assolutizzato la propria “ragion strumentale”. Idem il capitalismo, che non si preoccupa più di essere “temperato” e risvela il suo volto aggressivo. Non è più possibile allora una “civiltà delle macchine”. Dovremo rassegnarci alla loro più brutale “inciviltà”?

sabato 11 luglio 2020

Conrad a Napoli: "Il Conde"


Joseph Conrad, che ha girato il mondo, è  stato anche a Napoli. Alla città  partenopea ha dedicato un breve ma intenso racconto (Edizioni Dante & Descartes, Napoli 2019), nel quale dà conto di luci e ombre di questa contraddittoria metropoli del Sud. Il racconto muove da un incontro nel museo archeologico tra un aristocratico mitteleuropeo, cittadino dell'impero austroungarico, e il narratore nei cui panni si cela lo stesso Conrad. Si tratta di una storia vera, il cui protagonista, il Conde, appunto (ovvero "conte", con una storpiatura della parola italiana che forse vuole rendere conto della pronuncia napoletana) è  in realtà polacco, come Conrad... 
Leggi il resto al link sottostante:

https://ibalzirossi.blogspot.com/2020/07/il-conde-la-napoli-di-conrad.html?m=1

sabato 13 ottobre 2018

John Donne, Nessun uomo è un'isola

Il ritratto di John Donne riprodotto è quello eseguito da Isaac Oliver




No man is an Iland,
intire of it selfe;
every man is a peece of the Continent,
a part of the maine;
if a Clod bee washed away by the Sea,
Europe is the lesse,
as well as if a Promontorie were,
as well as if a Mannor of thy friends
or of thine owne were;
any mans death diminishes me,
because I am involved in Mankinde;
And therefore never send to know
for whom the bell tolls;
It tolls for thee.


John Donne, "Devotions upon Emergent Occasions" (1623)


Nessun uomo è un'isola, intero per se stesso;
Ogni uomo è un pezzo del continente,
parte della terra intera; e se una sola zolla vien portata via
dall'onda del mare, qualcosa all'Europa viene a mancare,
come se un promontorio fosse stato al suo posto,
o la casa di un uomo, di un amico o la tua stessa casa.
Ogni morte di uomo mi diminuisce perché
io son parte vivente del genere umano.
E così non mandare
mai a chiedere per chi suona la campana:
essa suona per te.

[trad. it. da internet]

sabato 22 settembre 2018

Rapallo. Ricordo


Rapallo.

E. F. Batty, Veduta di Rapallo, 1820 (incisione in acciaio)


            Fugace puntata nelle terre natie. Ma Genova è solo sfiorata. A Rapallo ci accoglie il sole, e, per me, già all'olfatto, e agli occhi, un’aria e una luce conosciuti. Il ricordo delle gite domenicali dell’infanzia: da Genova a Rapallo, da Genova a Recco, da Genova a Nervi. Un’aria sottile, una luce sul filo d’una lama. Sottilissima ebbrezza salmastra. E, dietro il lungomare, vicoli come calli veneziane (e c’è difatti una via Venezia). In auto, al ritorno, il solito scoramento.

L'acqua di Parigi

  


 L’acqua si porta via da sé, lentamente e inesorabilmente, con la calma che il saggio ha di fronte alla morte, trascinandosi appresso il sole a placche, a scaglie. Un quatto e pigro alligatore, appena stordito da un leggero pasto; già la coda scompare alla prima svolta che un’orda gli tiene dietro nel magnifico silenzio delle auto rombanti. Alta su tutto, la sfida verticale della Torre di metallo.
Da tempo Parigi strizzava l’occhio alle nostre stanze di adolescenti, affollate di speranze e ingombre di libri. 

Enzo Rega, Il racconto di Parigi, in "ClanDestino" (1987?)


mercoledì 5 settembre 2018

NAPOLI: incontro con il poeta SOTIRIOS PASTAKAS

Sotirios Pastakas a Napoli
Istituto Italiano per gli Studi Filosofici
martedì 18 settembre 2018 ore 18




Sotirios Pastakas è nato nel 1954 a Larissa in Tessaglia, dove è tornato a vivere due anni fa. Ha studiato medicina a Roma, dove ha trascorso alcuni degli anni più significativi per la sua formazione spirituale. Per trent’ anni ha lavorato come psichiatra ad Atene. Ha pubblicato quattordici raccolte di poesie, un monologo teatrale, un libro di saggi e traduzioni di poeti italiani (Sereni, Penna, Saba, Pasolini, Gatto). 

domenica 2 settembre 2018

Cesare Pavese, da "Tra donne sole", 1949



Arrivai a Torino sotto l'ultima neve di gennaio, come succede ai saltimbanchi e ai venditori di torrone. Mi ricordai ch'era carnevale vedendo sotto i portici le bancarelle e i becchi incandescenti dell'acetilene, ma non era ancor buio e camminai dalla stazione all'albergo sbirciando fuori dei portici e sopra le teste della gente. L'aria cruda mi mordeva alle gambe e, stanca com'ero, indugiavo davanti alle vetrine, lasciavo che la gente mi urtasse, e mi guardavo intorno stringendomi nella pelliccia. Pensavo che ormai le giornate s'allungavano, e che presto un po' di sole avrebbe sciolto quella fanghiglia e  aperto la primavera.

Cesare Pavese, Tra donne sole, 1949


sabato 25 agosto 2018

Cesare Pavese, da "Il diavolo sulle colline", 1948



“Eravamo molto giovani. Credo che in quell’ anno non dormissi mai. Ma avevo un amico che dormiva meno ancora di me, e certe mattine lo si vedeva già passeggiare davanti alla Stazione nell’ ora che arrivano e partono i primi treni.”

      Il diavolo sulle colline- Cesare Pavese

giovedì 23 agosto 2018

Pavese: da "La bella estate", 1940







« A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e attraversare la strada, per diventare come matte, e tutto era bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che succedesse qualcosa, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all'improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare fino ai prati e fin dietro le colline... »



sabato 28 luglio 2018

Pasolini: semiologia del reale






Cominciamo da una questione apparentemente “superata”, ora che internet è ben più invasivo: l’ossessione di Pasolini contro la televisione. In un certo momento storico italiano (e non solo) è sembrata pienamente realizzata la profezia pasoliniana per la quale il potere economico avrebbe fatto a meno della mediazione del potere politico uscendo allo scoperto. Nello stesso tempo esso sarebbe stato potere televisivo, con una televisione che avrebbe svelato vieppiù il suo volto, legata al potere economico-politico e strumento d’istigazione al consumismo: il berlusconismo è stato tutto questo, con una televisione commerciale nella quale un Mike Bongiorno, sua incarnata epifania, considera che il successo di un programma non è più determinato dall’audience ma dall’aumento di vendita dei prodotti reclamizzati. La critica di Pasolini al consumismo si dispiega quando il fenomeno da noi è all’inizio: da un lato è la virtù profetica, dall’altro la capacità di “gigantografare” il proprio Paese, in una sorta di blow-up, anche sulla scorta di quanto ha visto nei propri viaggi americani, a New York, nel 1966 e nel 1969: uno stadio avanzato sia di quello che il “corsaro” chiama “edonismo consumistico” sia dell’uso in tal senso del mezzo televisivo. 

continua

sabato 13 gennaio 2018

"Il pensiero poetante. Antologia tematica di poesia e teoria": "Il mito" (2017)



Dal nuovo volume monografico di "Il pensiero poetante" (Antologia tematica di poesia e teoria) dedicato a Il mito - a cura di Fabio Dainotti - riportiamo l'inizio della Premessa e l'indice:

PREMESSA
Mircea Eliade, proprio all’inizio del suo Il mito dell’eterno ritorno (1949), dichiara di voler analizzare le società “premoderne” o “tradizionali”, intendendo sia il mondo che viene chiamato “primitivo” sia le antiche civiltà di Europa, Asia e America, culture che hanno espresso nel mito le proprie concezioni dell’essere e della realtà, incorporandovi la propria “filosofia”. Scrive Eliade: “Evidentemente le concezioni metafisiche del mondo arcaico non sono state sempre formulate in un linguaggio teorico, ma il simbolo, il mito, il rito esprimono, su piani diversi e con i mezzi che sono loro propri, un complesso sistema di affermazioni coerenti sulla realtà ultima delle cose, sistema che può essere considerato una vera metafisica” (tr. it. Borla, Milano 2010). Svelati, i miti, rivelano la volontà di questi uomini di individuare la propria posizione nel cosmo, laddove invece, nota Eliade, l’uomo moderno occidentale, erede della tradizione giudaico-cristiana, vuole piuttosto fare i conti con la storia. Ma, pur provenendo da sponde diverse, Edgar Morin, nella sua “critica” autobiografia (Autocritica, 1958), dopo il predominio della ragione strumentale oggettivante (il feticcio della “realtà oggettiva”), ribadisce come la magia, il mito, l’immaginario facciano parte delle “strutture umane”.
Il confronto col mito è dunque, sempre e per sempre, ineludibile.

INDICE

POESIA
Aldo Amabile, Palinodia ultima
Aldo Amabile, Davvero credevi che il mondo finisse
Tommaso Avagliano, Epitaffio per un soldato
Donatella Bisutti, Sciamano
Corrado Calabrò, Il filo di Arianna
Giovanni Caso, Nella scintilla del mito
Antonio Filippetti, Il mio mito
Luigi Fontanella, Di puro sorriso
Luigi Fontanella, In una sala d'attesa
Gianpasquale Greco, Marc'Aurelio (Kairos)
Steven Grieco-Rathgeb, Monologo di Erisychthon
Vincenzo Guarracino, Ballata delle Parche
Giorgio Linguaglossa, La città degli immortali
Luigi Mazzella, Il mito
Ines Betta Montanelli, Non c'è luna stanotte
Ines Betta Montanelli, I miti dell'infanzia
Emanuele Occhipinti, Nostalgia del regno di Crono
Guido Oldani, Parole vere
Guido Oldani, Il modello
Guido Oldani, Le suole
Guido Oldani L'osservatorio
Guido Oldani, Gli uccellini
Laura Sagliocco, Linfe caste di Afrodite

DISEGNI
Michelangelo Angrisani
Corrado Calabrò
Claudio Guariglia
Renato Intignano
Rosamaria Maiorino Balducci

PROSA
Corrado Calabrò, Senso, realtà, mito nella poesia classica
Marina Caracciolo, Il mito di Barbablù dalla favola di Perrault a Gilles de Rais alle "Palinodie" del Novecento
Francesco D'Episcopo, Mitografie letterarie
Carlo Di Lieto, "Il teatro dei miti": l'ultimo Pirandello
Marco Galdi, Il mito di Europa
Emerico Giachery, Ungaretti e il mito
Guido Oldani, L'innominato del realismo terminale
Enzo Rega, Il mito, pensiero poetante
Lorenza Rocco Carbone, Dino Campana, mito e poesia

*
Genesi Editrice
via Nuoro, 3
10137 Torino
genesi@genesi.org

per informazioni e richieste
fabiodainotti@libero.it
enzo.rega@libero.it

venerdì 29 dicembre 2017




ne I balzi rossi recensione di Nel guscio di Ian McEwan

"Tutto il resto è caos" (p. 173) sentenzia al momento della nascita il protagonista 'ventriloquo' - nel senso che lo abbiamo sentiamo parlare, o perlomeno pensare, finallora dall'interno del ventre materno: Nel guscio, appunto, come s'intitola questo funambolico romanzo dello scrittore inglese Ian McEwan ("Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna" è l'esordio a p. 3). Funambolico verbalmente, con un gesercizio di scrittura ...

continua a leggere;
 https://ibalzirossi.blogspot.it/2017/12/ian-mcewan-nel-guscio-2017.html

giovedì 28 dicembre 2017

da Ian McEwan - una citazione




Vivere confinati in un guscio di noce, vedere il mondo in due pollici di avorio, in un granello di sabbia. Perché no, quando la letteratura tutta, e l'arte, e ogni impresa umana altro non sono che puntini nell'universo del possibile? Quando l'universo stesso potrebbe rivelarsi un puntino in una moltitudine di universali reali e possibili?

Ian McEwan, Nel guscio, tr. it. di Susanna Basso,
 Einaudi 2017, p. 56



mercoledì 27 dicembre 2017

E. Rega sulla poesia di M. Bàino in Poetarumsilva





Mariano Bàino, come scrive Andrea Cortellessa in quarta di copertina di Prova d’inchiostro e altri sonetti, Nino Aragno Editore, 2017, era nel Gruppo ’93 – del quale ha fatto parte, dirigendo tra l’altro la rivista “Baldus” con Biagio Cepollaro e Lello Voce –, «l’anima più colta e ludica, la più acrobatica e pure, però, la più melanconica.» Cifra quest’ultima che resta – sempre Cortellessa – caratterizzante ancora oggi.

continua a leggere
https://poetarumsilva.com/2017/12/19/prova-dinchiostro-e-altri-sonetti-mariano-baino-enzo-rega/

martedì 26 dicembre 2017

"La mascherata" di Moravia: Servitori e intellettuali





"Nulla da fare con i servitori," disse ansimando il Saverio mentre si arrampicavano su per l'angusta scaletta a chiocciola. E spiegò come ai servitori, a differenza dei contadini e degli operai, facesse completamente difetto la coscienza di classe. Essi erano, soggiunse, in una posizione molto simile a quella degli intellettuali. Infeudati cioè e parassiti della borghesia. Da un poeta o da uno staffiere non c'era, insomma, da aspettarsi nulla di buono: dal primo perché l'arte è sempre profondamente reazionaria e conservatrice, dal secondo perché servire vuol dire tradire. Ma in una rivoluzione si può ancora trarre qualche utilità dagli intellettuali per fare opera di propaganda; i servitori invece non soltanto sono inutili ma anche dannosi; epperò  vanno stroncati senza pietà. Sono i servitori che nelle rivoluzioni disonorano la causa per cui pretendono di militare con atrocità e infami rappresaglie esercitate ai danni dei loro antichi padroni. Dai ranghi dei servitori potevano venire fuori dei carnefici, non degli apostoli. Così il Saverio si vendicava delle manopole di cui l'avevano tempestato le ragazze nella stanza da stiro.

Alberto Moravia, La mascherata, 1941, I edizione "I Grandi Tascabili", Bompiani 1997, pp. 114-115


domenica 24 dicembre 2017

Trilussa - Er presepio

Er presepio


Ve ringrazio de core, brava gente,
pé 'sti presepi che me preparate,
ma che li fate a fa? Si poi v'odiate,
si de st'amore non capite gnente...

Pé st'amore sò nato e ce sò morto,
da secoli lo spargo dalla croce,
ma la parola mia pare 'na voce
sperduta ner deserto, senza ascolto.

La gente fa er presepe e nun me sente;
cerca sempre de fallo più sfarzoso,
però cià er core freddo e indifferente
e nun capisce che senza l'amore
è cianfrusaja che nun cià valore.

TRILUSSA

da PensieriParole

mercoledì 20 dicembre 2017

da Paul Auster, una citazione




... quando una persona è abbastanza fortunata da vivere all'interno di una storia, da vivere in un mondo immaginario, i dolori di questo mondo svaniscono. Perché fino a quando la storia continua, la realtà non esiste più.


Paul Auster, Follie di Brooklin, Einaudi, 2005, p. 135 (tr. it. di Massimo Bocchiola)

martedì 12 dicembre 2017

LUIGI PIRANDELLO - Ricordi di un lettore




Luigi Pirandello
(Girgenti, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936)

   Era l'anno scolastico 1972-73, quarta ginnasiale (ovvero, primo anno del liceo classico). Entra in classe un professore di lettere, il responsabile della Biblioteca scolastica. Regge come può un certo numero di libri, che posa sulla cattedra dopo aver salutato il collega. (Era quell'aula a piano terra, nel cortile del Comune, senza riscaldamento). Il prof. non ha il tempo di invitare a prendere in prestito un volume da leggere, che in tanti scattano e si accaparrano i pochi disponibili. Io rimango senza, ma in seconda o terza battuta posso usufruire del libro conquistato da uno dei compagni a me più vicini: un volumetto giallino della PBM, la Piccola Biblioteca Mondadori, che raccoglie Vestire gli ignudi (1922) e L'uomo dal fiore in bocca (1922) di Luigi Pirandello. Il mio primo incontro con lo scrittore siciliano, e uno dei primi libri "da grande" che leggo, tanto che non compare nemmeno nell'elenco dei "Libri letti", che inizia l'11 giugno 1973 con un libro di Sciascia.
   Pirandello è dunque per me il capostipite dei tanti scrittori che seguiranno, e un autore centrale nella mia formazione anche se - a differenza di altri - non ne leggerò tantissimi libri, almeno non concentrati in periodi particolari. Eppure, lui e la sua concezione  - il suo "relativismo" psicologico e gnoseologico - saranno per me riferimento continuo. All'esame di maturità scelgo la traccia che lo riguarda e che posso svolgere solo perchè avevo letto già suoi libri: il nostro programma di italiano non era arrivato fino a lui, e si era fermato a un altro siciano, il catanese Giovanni Verga, scelto invece da me come argomento "a piacere" per l'inizio del colloquio orale. La mia maturità - la maturità di un napoletano nato a Genova - si gioca sul terreno della Sicilia - e su quello tedesco per il colloquio di filosofia, tra Kant ed Hegel e alcuni "minori".
   Ma Pirandello. Forse al ginnasio ne avevamo letto comunque qualche brano antologico: non posso più affermarlo con sicurezza, forse da Il fu Mattia Pascal del 1904. Anzi, di sicuro ne avevo letto io almeno, per conto mio, un brano da questo suo più celebre romanzo grazie all'antologia del biennio Best-sellers del 900 (Giuseppe Galleno, Sansoni 1972), che corredava i passi con una nota introduttiva generale e per le pagine proposte. Da qui veniva dunque una mia conoscenza dell'autore. Ma ora che scrivo si arpionano i ricordi e mi pare di sentire le parole - pur non dintinguendole adesso nella mente, non cogliendone cioè il contenuto - con le quali ci commentava il brano il professore di lettere che ci avrebbe parlato di Moravia, Pavese e chissà di quant'altri. Ed ecco allora la lettura integrale del Fu Mattia Pascal, tra il 4 e l'11 giugno 1974. Il volume l'aveva acquistato mio padre su mia richiesta, credo insieme a Il castello di Kafka. Mio padre borbottava quando gli chiedevo di comprarmi dei libri, ma questa volta ne aveva presi ben due dalla lista che gli avevo dato: "costavano poco", mi aveva detto. Erano edizioni Oscar Mondadori: quei volumetti con cospicui apparati introduttivi e con una piccola antologia della critica. Da qui mi si squadernava davanti l'emblematica visione pirandelliana della realtà, questo gioco di specchi tra coscienze che si appannano tra loro nella reciproca incomunicabilità, rendendo sfuggente la comprensione stessa del mondo; la crisi dell'io; l'ipocrisia della propria recita di fronte alla naschera imposta dalle convenzioni sociali. Un connubio tra psicologia e sociologia; e - accanto a letteratura e filosofia - i nomi di queste discipline baluginavano davanti agli occhi già miopi dello studente ginnasiale. Non voglio qui ridurre a psicologismo o sociologismo il pirandellismo per non suscitare ire di pirandellisti. In quei primi anni Settanta il letterario veniva percepito attraverso il sociale o evocava rimandi al sociale. Ma non è di questo che voglio parlare ora. Senza dubbio, invece, il pirandellismo mi s'imponeva come una verità della non-verità dell'umano.
 E la triade Uno, nessuno e centomila mi s'imponeva così ancora prima della lettura del romanzo del 1926 fatta più tardivamente, dal 27 febbraio all'11 marzo 1990, ormai da qualche anno insegnante nel Nord Italia. Mi sorprendeva allora l'andamento più saggistico-filosofico che prettamente narrativo del romanzo, più apertamente "a tesi" - tesi che appunto avevo conosciuto nell'apprendistato pirandelliano che, in quanto a lettura, aveva annoverato nel frattempo anche i tre drammi Il berretto a sonagli, La giara  e Il piacere dell'onestà letti nel gennaio 1981, in piena università: tre testi diversi tra loro ma tutti del 1917 e raccolti in un unico Oscar Mondadori, il cui apparato introduttivo doveva dare altro materiale conoscitivo, seppure in sintesi, sullo scrittore e drammaturgo siciliano. La giara, di sicuro, l'ho letta anche in forma di racconto - non posso più dire se prima o dopo di quel gennaio universitario.
   Altri racconti, e testi teatrali, e romanzi, ho letto ancora qua e là, non più registrati, perché il mio elenco di "libri letti" si è fermato poi al 22 agosto 1994. E così non vi compaiono I quaderni di Serafino Gubbio operatore (1925) letti solo in questo 2017, un ritratto del nascente mondo del cinema le cui mistificazioni ben si prestano a entrare nella carne delle tematiche pirandelliane: la finzione sulla scena che poi doveva apparire realtà allo spettatore, il meccanicismo e l'artificio come di più fornito dalla tecnologia per cui la mano di Serafino che gira la manovella e il suo occhio non sono che un dispositivo ulteriore della cinepresa, tanto che alla fine si consuma un delitto vero e uno degli attori viene sbranato dalla tigre di scena, ma Serafino continua imperterrito a muovere la mano e a riprendere: anticipazione dell'attuale società delle immagini e dei social nella quale tanti serafini-gubbi diventano solo una mano che regge lo smartphone impegnato a riprendere gli accadimenti più crudi senza che ciò che avviene davanti all'obiettivo tocchi le emozioni dell'operatore.
   Il cinema nel romanzo in Pirandello, uno dei primi romanzi a parlare della settima arte anche se con un cipiglio critico. Ma ecco anche il teatro nel teatro in uno dei più celebri drammi, i Sei personaggi in cerca d'autore, la cui violenza si celebra nel confronto tra i personaggi che  - nella finzione - sono i veri protagonisti saliti sulla scena a reclamare attenzione da parte del regista per la propria storia, che poi appunto rappresenteranno sé stessi perché nessuno dei veri attori si mostrerà all'altezza del compito. Teatro nel teatro, perchè, quando i sei (poi sette) personaggi irrompono sulla scena cercando il proprio autore, si stavano tenendo le prove de Il giuoco delle parti, titolo e dramma emblematico che diventa espressione proverbiale. C'è una sottotraccia popolare di Pirandello nella cultura contemporanea, probabilmente anche al di là dei lettori forti e degli aficionados veri e propri. Una fortuna popolare oltre che strettamente letteraria. Quando nell'estate 1977, dopo la maturità, mi trovai per la prima volta all'estero, per le strade di Bruxelles potei vedere manifesti che annunciavano la messa in scena di un suo testo teatrale - non ricordo più quale. Il giovane neodiplomato doveva avere un moto d'orgoglio perché quel nome nazionale - tra l'altro protagonista della proria performance scritta agli esami appena conclusi - veniva proposto con grande rilievo nelle strade di un altro Paese.
   Ma i Sei personaggi dicevo: inizialmente non letto, ma visto alla televisione in bianco e nero degli anni Settanta, in quella prosa del venerdì allora offerta da uno dei due canali nazionali. Forse anche qualche altro dramma pirandelliano potei vedere allora in televisione, ma vatti più a ricordare quale.
   Un forte impatto doveva avere anche il Kaos (1984) dei Taviani visto al cinema al momento della sua uscita e che proponeva sei novelle di Pirandello (due racchiuse e ricucite in un solo episodio). E solo pochi anni fa ne dovevo vedere la continuazione, quel Tu ridi (1998) che ha avuto meno risonanza. A ridosso di questa visione mi sono anadato a leggere, o rileggere, tutti i racconti utilizzati dai fratelli Taviani, ripescandoli nei volumi delle Novelle per un anno. A proposito di cinema, relativamente recente è stata la visione del film Le due vite di Mattia Pascal  che Mario Monicelli ha tratto nel 1985 dal romanzo di Pirandello con Marcello Mastroianni nella parte di Mattia Pascal che diventa adriano Meis. Ecco, ora che digito anche il nome che Pascal assume pensando di poter inventarsi con il nome una nuova vita, mi diventa più chiaro e distinto nella mente il ricordo di quando studiammo il brano o i brani dell'opera a scuola: l'impossibilità di esistere davvero in un altro modo e in altro mondo, ridotto a fantasma senza consistenza anagrafica: Adriano Meis non può sposarsi perché non esiste, così come non esiste il Fauchelevent che vuole far sposare la figlia adottiva Cosette, perché Fauchelevent altri non è che la controfigura del Jean Valjean de I miserabili di Hugo. Ecco, ora ricordo - scrivendo - il momento in cui, in classe, leggiamo (qualcuno legge e altri ascoltano) della messa in scena del suicidio di Adriano Meis che lascia cappello, bastone e un biglietto sul muretto di un ponte romano. E ritornato al suo paese non pèuò neanche più riassumere la propria identità e riprendersi la moglie che ora sta con un altro. Non può che essere il fu Mattia Pascal che fa visita alla propria tomba.
   Rimane un cruccio. Quel I vecchi e i giovani cominciato e lasciato per strada, nonostante certe affinità con L'imperio di Federico De Roberto, e la politica postunitaria che mi interessavano proprio quando avevo intrapreso la lettura del libro che Pirandello aveva pubblicato nel 1913.
   Ma rimedierò.
   Così come bisognerà rileggere L'umorismo del 1908. Di cui qui non parlo, perchè questo non è un saggio su Pirandello - non potrei scriverlo - (però non resisto alla tentazione di verificarne la data e segnarla), ma la rivisitazione del mio incontro, dei miei incontri con lui, con un pezzo di storia della letteratura italiana, con un frammento prismatico di realtà.
   Ma posso aggiungere un ulteriore ricordo, che m'era sfuggito? Seconda metà anni Ottanta, corte del castello Lancelloti di Lauro, in bassa Irpinia. Il compianto Bruno Cirino rappresenta Liolà, il dramma del 1916 che fa da congiunzione tra il primo teatro siciliano e la fase più matura. Un'esperienza indimenticabile, con Cirino, che però stavo dimenticando...

Enzo Rega


giovedì 30 novembre 2017

Il compleanno di Moravia. Ricordi di un lettore


Alberto Moravia nel ritratto della sorella Adriana Pincherle, 1978


Il 28 novembre 2017 fanno centodieci anni dalla nascita di Alberto Moravia, nato Pincherle, da padre di origine ebraiche. Un compleanno un po' in sordina, anche se qua e là è uscito qualcos'altro di suo, come le lettere a Elsa Morante.
Eppure quando di anni Moravia ne faceva settanta - per fare un esempio -, e si era nel 1977, senza dubbio lo scrittore romano era un punto di riferimento nella vita culturale, letteraria, e anche politica in senso lato, di quegli anni. Quel porsi alla confluenza di psicoanalisi - con l'importanza data alla sessualità (in quegli anni circolavano molto anche le idee di Wilhelm Reich sulla Rivoluzione sessuale), di marxismo (per le critiche alla società borghese) e cattolicesimo (Moravia veniva considerato anche scrittore "cattolico") intrigava chi, un ragazzo, usciva dal liceo in quel fatidico '77 (il movimento, il processo 7 aprile, il convegno a Bologna sulla repressione), per cominciare l'università, tra tumulti che in realtà andavano spegnendosi in assemblee e "occupazioni simboliche" (cioè, facoltà bloccate senza che per forza qualcuno vi rimanesse a dormire). Era il Moravia (con altri) di "Né con lo Stato né con le BR", era l'anno tra l'uscita della raccolta di racconti intitolata Boh - apparsa nel 1976 e che era stato il primo suo libro che io acquistassi fresco di stampa - e il romanzo La vita interiore del 1978, letto in prestito. I racconti di Boh, scritti in prima persona femminile, m'erano sembrati rigorosi benché - o proprio perché - costruiti tutti su una stessa impalcatura, con una tesi teorica iniziale e uno sviluppo narrativo nella scabra, razionalistica e anche volutamente disadorna scrittura di Moravia: quel tono infranto solo nella prosa più colorita dei Racconti romani (usciti nel 1954), letti poco più in là, in anni universitari, e anche de La ciociara (1957), della quale avevo visto prima la versione cinematografica che un grande De Sica ne aveva tratto nel 1960, con una altrettanto grande Loren, ma anche un misurato e calibrato Jean-Paul Belmond. Non avevo acquistato invece Al cinema, il volume del 1975 che raccoglieva 148 recensioni di film, molte delle quali ero andato leggendo - giovane liceale - sulle pagine de "L'Espresso", nella rubrica dallo stesso titolo. Il mio sguardo cinematografico s'era andato formando anche grazie a quello di Moravia, ma adesso è difficile recuperare nella memoria la trepidazione con la quale si apriva il periodico, per trovarvi la rubrica cinematografica moraviana, e non solo quella.
 Mi sto muovendo a ridosso degli anni che vanno dalla seconda metà degli anni Settanta. Allora, un passo indietro: all'esame di maturità - tra Verga e altre cose - cito Gli indifferenti di Moravia affermando - ora forse sarei più cauto - che già nel 1929 anticipavano la stagione del neorealismo, anche se forse quella loro impostazione teatrale, con capitoli che si staccano come scene a teatro (e così anche per il successivo, più 'pesante' e involuto Le ambizioni sbagliate che ho letto solo da pochissimo) potrebbe portarci lontano dal neorealismo: ma l'attenzione per certi particolari e la critica della borghesia (ossessione moraviana) ci possono riportare nuovamente da quelle parti. Ma che importano le etichette: di sicuro era qualcosa di nuovo nella letteratura italiana. 
Allora, tornando all'università - tra Mezzocannone e il Rettifilo a Napoli - va detto che anche tra noi matricole di filosofia lo scrittore romano appariva riferimento imprenscindibile pure per gli elzeviri sui quotidani: ci servivano quei suoi ragionamenti sulla realtà, quello che poi sarebbe confluito nel volume Impegno controvoglia del 1980, del quale l'autore stesso aveva parlato in televisione, e che io  però allora non avevo acquistato. Un titolo che pure mi aveva colpito, così lontano - il titolo e l'autore - da quel Passione e ideologia di Pasolini: eppure i due erano amici. E come non ricordare, in una sera ventosa - almeno io rammento così la scena, e non voglio andare a verificare comodamente in un filmato sulla Rete - le parole di Moravia ai funerali di Pasolini. Anche qui cito a memoria: è stato assassinato un poeta, e nasce un solo poeta in un secolo. La televisione dicevo. Anche davanti alla telecamera, con il suo accento romano, e la voce roca ma anche un po' stridula - la ricordo ossimoricamente così - snocciolava i suoi lucidi ragionamenti che invogliavano a pensare, a continuare a pensare, oltre lui, magari anche contro di lui, o almeno diversamente da lui. Quello che voglio dire è che s'imparava un metodo. E ora - che non esistono più quelle passioni - non voglio sapere se quella passione per la sua opera e quella venerazione per l'intellettuale fossero bene o mal riposte. Oggi si gioca a smontare tanti miti - e non è neanche questione di miti, ma non so dire cosa.
Ma quando ho cominciato a leggere Moravia? Innanzitutto ce ne parlava al ginnasio lo stesso professore che ci parlava di Pavese, e di altri. La prima cosa sua che ho letto dovrebbe essere, al ginnasio appunto, un brano tratto da Agostino, il breve romanzo edipico-psicoanalitico apparso nel 1943 (il suo quarto romanzo), presentato sotto il titolo redazionale Il fumo dagli occhi: l'incontro al mare tra il borghese Agostino e i ragazzi del popolo. E Agostino è stato il secondo libro che ho letto di Moravia dopo il volume Racconti ripubblicato da Garzanti e letto tra il primo e il 12 dicembre 1974. Un occhio in copertina che appare al giovane lettore quello dello scrittore che scruta il mondo per metterlo poi nelle pagine che hai in mano. E in quarta di copertina una nota che presenta Moravia come il maestro anche degli allora nuovi scrittori francesi: quando nell'immediato dopoguerra Moravia torna per la prima volta in Francia - così informa la nota - Jean Paulhan l'accoglie chiedendogli "Cosa è venuto a fare qui? A trovare i suoi allievi?" La nota stessa cominciava con una citazione da Giacomo Debenedetti, allora sconosciuto al ginnasiale di provincia; "Davanti a un Moravia, inequivocabilmente nato per narrare, cade ogni preoccupazione di problemi sulla cosiddetta arte del romanzo", parole scritte recensendo una raccolta di racconti del 1937, probabilmente L'imbroglio che recava come sottotitolo Cinque romanzi brevi, in realtà piuttosto racconti lunghi ai quali era però possibile trasferire l'affermazione di Debenedetti sull'arte moraviana del romanzo. La mia edizione Garzanti del 1973 (da poco uscita al tempo della mia lettura) di questi racconti era in realtà la ristampa del volume Bompiani 1952 - che non va confuso con I racconti in due volumi dello stesso 1952 e vincitore allo Strega di quell'anno.
Sono dettagli che interessano solo al lettore che ricostruisce la propria storia che annovera come tappa successiva il romanzo La disubbidienza del 1948 che fa il paio con Agostino per quanto riguarda la giovane età del protagonista, qui Luca, antesignano dei futuri contestatori la cui contrapposizione al mondo degli adulti si sfoga nella distruzione del denaro; un libro letto dal 24 luglio al 6 settembte del 1975 poco dopo I fratelli Karamazov: e sappiamo quanto importante sia stato Dostoevslij per Moravia, precoce lettore e precocissimo scrittore (aveva solo 21 anni quanno usciva il suo primo romanzo). E poi tra il giugno e gli inizi del luglio 1976 si compiva la lettura dei racconti di Boh, questi acquistati all'uscita in una piccola libreria di Nola: in realtà fatta acquistare dal padre, mentre i Racconti erano stati personalmente scovati, per caso, in una cartolibreria di qui, di Palma Campania, in una rastrelliera che esponeva la collana de I Garzanti, spesso compulsata per trarne fuori anche La paga del soldato di Faulkner o Figli e amanti di Lawrence, ma questa nell'allora neonata collana de I grandi libri Garzanti. A seguire, di Moravia, vengono i saggi de L'uomo come fine, presi nella Biblioteca civica locale e letti tra fine del 1977 e inizio del 1988, ma anticipando alcuni saggi al giugno 1977, in preparazione del già menzionato esame di maturità, per il quale servirono i passaggi su Monaldo Leopardi e sui Promessi sposi quale romanzo ideologico da "realismo cattolico" alla stregua del "realismo socialista". Mi doveva colpire, tra le altre cose, il saggio che distingueva in qualche modo - cito a memoria - tra razionalità e ragionevolezza umana: nel caso della costruzione di una strada, la razionalità vuole che si scelga il percorso più breve tra A e B, a costo di radere al suolo case, coltivazioni o quant'altro; la ragionevolezza umana (umanista) accetta invece la deviazione che salvaguarda le cose umane.
Seguiranno via via gli altri libri: La vita interiore, al momento della sua uscita (così esplicitamente centrato sulla questione sessuale da rasentare, per qualcuno, la pornografia), dal 15 al 18 luglio 1978, Gli indifferenti dal 19 al 22 luglio, i Racconti romani - regalo di compleanno da parte di Gerardo Santella per i miei venti anni (venti anni!) -, letti dal giorno successivo del compleanno, e cioè dal 17 agosto al 27 agosto 1978. E ancora La bella vita (il primo libro di racconti del 1935) in prestito, poco dopo nel settembre di quell'anno.
La mia formazione moraviana era avvenuta, se poi da quell'anno salto al 1983 per la lettura di 1934 (io lo prendo nell'edizione Euroclub). Mi piace il primo capitolo, ma mi deludono gli altri capitolo, così come gli altri libri che seguono, un Moravia minore che la critica continua a osannare parlando sempre di ennesimo capolavoro. Nel frattempo, recupero le altre opere precedenti, come La noia (risposta italiana a La nausea di Jean-Paul Sartre), e - cito a caso - Il disprezzo, Il conformista (con la visione dei relativi film) ecc.
Un particolare: quando volevo riprendere a scrivere, dopo un'interruzione, sentivo il bisogno di leggere un nuovo Moravia, o riprendere Pavese.
Un altro rito: nei miei viaggi da Nord a Sud, con scalo a Roma, prendevo ritualmente un libro di Moravia che non avevo ancora alla Stazione Termini, quella della sua città. Perché? Non so. Dei riti non si sa sempre - forse mai - spiegare la ragione. Il rito, si sa, comunque, rivive il mito.

(Mitico nel ricordo: i Racconti di Moravia li andavo leggendo sul balcone di casa mia, di fronte alla collina che sta dirimpetto alla casa, tra i vasi delle piante; ecco, mentre leggo, un petalo di geranio cade sulle pagine aperte del libro di Moravia).