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lunedì 25 settembre 2017

Pirandello e il cinema - una citazione da "Serafino Gubbio"



"Scenografi, macchinisti, apparatori, falegnami, muratori e stuccatori, elettricisti, sarti e sarte, modiste, fiorai, tant'altri operai addetti alla calzoleria, alla cappelleria, all'armeria, ai magazzini della mobilia antica e moderna, al guardaroba, son tutti affaccendati, ma non sul serio e neppure per giuoco"

Luigi Pirandello, Quaderni di Serafino Gubbio operatore, 1925 (prima edizione con il titolo Si gira..., 1916)

Sul cinema come industria, ai suoi albori


giovedì 31 agosto 2017

CESARE PAVESE - Ricordi di un lettore

Il 27 agosto 1950 Cesare Pavese viene ritrovato suicida in  una camera dell'albergo Roma, in piazza Carlo Felice, a Torino. Nella prima pagina del suo libro da lui più amato, e più difficile, i Dialoghi con Leucò del 1947, ha lasciato un biglietto divenuto celebre: "Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi". Nelle pagine interne un altro biglietto, con altre tre frasi: una citazione dai Dialoghi, "L'uomo mortale, Leucò, non ha che questo d'immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia"; una dal proprio diario, "Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti"; e infine a concludere, socraticamente, "Ho cercato me stesso". Un gesto preannunciato già nel diario stesso, pubblicato nel 1952 (e che lessi nell'inverno 1981-82), con il titolo Il mestiere di vivere, alla data del 17 e del 18 agosto 1950: "Questo il consuntivo dell'anno non finito, che non finirò"; "Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più". Ultimissime parole del diario. E che utilizzai allora per chiudere un mio taccuino, indicando non la volontà di farla finita ma di girare - radicalmente - una pagina nella mia vita; anzi, chiudere un libro. E aprirne un altro.
Dunque, c'era di che farne un mito, di Pavese, e come a un mito negli anni adolescenziali mi accostai alla sua scrittura, mitizzando però più la scrittura che quel gesto, dai quali (scrittura e gesto) mi separavano ancora pochi anni. Pochi anni, quattordici, che sembravano tanti, quando la propria età, quindici anni e mezzo, superava di poco quell'intervallo. Il primo gennaio del 1974, in una fervida giornata di lettura, divoravo le poesie di Lavorare stanca, primo libro pubblicato da Pavese per Solaria di Firenze nel 1936 e poi riedito da Einaudi nel 1943 con l'aggiunta di nuove poesie (a Siracusa, intorno al 2007, dovevo trovare, nella mia terza o quarta vita, un'enoteca intestata a "Solaria", non solo per il sole di Sicilia, quanto e soprattutto per la rivista-editrice fiorentina). E suo primo libro che leggevo, tra le prime letture "adulte". Pavese mi era venuto incontro dall'antologia di testo e dalle parole di un professore. La scuola serve anche a questo. Forse. O, almeno, serviva. 
In Lavorare stanca l'ingenuità accorta dell'adolescente veniva colpita da quella venatura dialettale che tramava una lingua fortemente letteraria, facendola tremare, vibrare, risuonare ulteriormente, accostandosi poi alle cose, luoghi e persone. Un (neo)realismo espressionista - non usavo allora questa cifra combinata ma probabilmente solo il primo dei due elementi, qui sostantivo. Un mondo - letterario e di vita - che veniva confermato dalla lettura di pochissimo successiva, compiuta dall'8 al 28 febbraio di quello stesso 1974, de La bella estate uscita per Einaudi nel 1949 con i tre romanzi brevi La bella estate, Il diavolo sulle colline e Tra donne sole, dal quale ultimo Antonioni avrebbe tratto il film del 1955  Le amiche, che avrei visto per la prima volta sempre nei Settanta, trasalendo al riconoscimento dell'intreccio pavesiano. Intreccio che non è intreccio: le storie di Pavese mi sembravano scorrere come nella vita, senza necessità di una trama forte, e terminare così di colpo, senza finale, come gli episodi della vita. 
Ciò che a me colpiva positivamente, veniva stigmatizzato negativamente da un altro mio autore di quegli anni giovani, Alberto Moravia. In Pavese decadente, articolo del 1954 raccolto ne L'uomo come fine nel 1963, Moravia stronca il mito di Pavese, in fondo suo concorrente benché ormai scomparso, bollando come penoso Il mestiere di vivere, da lui appena letto, e sostenendo che la letteratura più letteraria è proprio quella che vuole essere antiletteraria. E Pavese - rincara Moravia - fa parlare le persone del popolo con la sua voce di uomo colto, con un uso del dialetto non conseguente, a differenza di un Verga, per esempio. che farebbe parlare il popolo come tale. Più che andare verso le cose, per Moravia Pavese ci dà una letteratura fortemente "stilizzata" e dunque "prefabbricata". Comunque, riconosce, superiore a quella degli epigoni che utilizzano il modello prefabbricato di Pavese perché lo scrittore piemontese "era uomo di gusto e di rigore intellettuale". Rigore che non gli impedisce di scivolare nell'irrazionalismo, altro capo di imputazione adoperato dal razionale, logico e loico Moravia. Ma la razionalità moraviana non ci costruisce ugualmente romanzi e racconti a tesi, e quindi anche in questo caso "prefabbricati"? Di Pavese, come di Hemingway (futuro mio mito da lì a poco), Moravia afferma che scrivano sempre lo stesso libro. E Moravia? Ma forse non ogni scrittore riscrive sempre se stesso. Pavese poi, come il Paolini, amico di Moravia e lo stesso tentato dal dialetto (friulano, romano), darebbe rimasto fino allamorte un eterno adolescente (come qualcuno pure afferma accostando lo scrittore piemontese e il poeta bolognese-friulano).
Al di là del merito della questione, il giovane lettore incomincia a imparare una cosa. Che gli scrittori non vanno d'accordo tra loro. Che un "grande" (o che perlomeno a noi appare tale) stronca un altro "grande" (o che noi viviamo come tale). E si pone una considerazione: i giudizi sono "oggettivi" o frutto di un gusto personale? Che il gusto agisca in misura se non determinante, almeno significativa, doveva "confermarlo" molti anni dopo un Heimito von Doderer, letto tra anni Ottanta e Novanta, in un passaggio dei suoi Demoni.
Tant'è. Continuai a leggere Pavese e Moravia, consapevole del ventaglio di possibilità che la letteratura mi metteva davanti. Per di più, una cosa che Moravia nello stesso articolo rimproverava a Pavese, il passaggio dal decadentismo al comunismo, doveva "influenzare" anche me. 
Ecco come stavano le cose. Io leggevo per amore della letteratura e - posso dirlo in riferimento a un fervore adolescenziale? - per la conoscenza della vita che ritenevo passasse attraverso la letteratura (o almeno la riflessione sul vivere). Ma mi accorgo, all'inizio con fastidio, che Pavese, che Calvino (avevo letto Marcovaldo tra i due libri di Pavese) in qualche modo avevano avuto a che fare con il partito comunista. Ecco il sillogismo: a) Io amo Pavese e Calvino; b) Pavese e Calvino sono comunisti; c) ergo, non posso non essere comunista anch'io. Ma anche Moravia, e altri si aggiravano nel campo delle sinistre: lo stesso Moravia dal Pci al Psi, e poi Sciascia, Pasolini... Dalla letteratura si prende così il traghetto per la politica che per un giovane degli anni Settanta diventa pervasiva, e non più reversibile.
Ma Pavese. Ecco finalmente (14-17 giugno 1974) la lettura de La luna e i falò pubblicato da Einaudi nel 1950 e che io lessi nell'edizione Oscar Mondadori del 1974: quei volumetti che si aprivano con la foto dell'autore (e quell'ovale di Pavese doveva accompagnarmi per anni), corredati da altre foto prima del testo, da una cronologia e da una biobibliografia. L'ultimo romanzo, con forti elementi autobiografici, con quel ritorno del protagonista a Gaminella dall'America  (quell'America che Pavese aveva viaggiato con le sue traduzioni): proprio quel passo avevo letto a scuola, e quel passo mi è diventato refrain quando, scrivendo dei libri degli altri, voglio caratterizzare un "ritorno" - è vero, con il tempo si è aggiunto anche il ritorno del Wanderer Hӧlderlin come archetipo interpretativo, quale tic esegetico.
La lettura di Pavese nel corso già degli anni liceali ha sgranato diversi suoi libri, riletti ai tempi dell'università e riacquistati poi in cofanetto con una diaspora di molti dei volumi acquistati originariamente. Ad esempio, la mia prima copia de La bella estate nella seconda metà degli anni Ottanta è andata a un mio amore parzialmente ricambiato. Perduti, l'amore e il libro. Altre copie a mia sorella, tradizionale destinataria dei miei "doppioni" in un desiderio di condivisione che continua negli anni.
Due ultime cose. 
La prima. Una rilettura che urge, quella dei Dialoghi con Leucò, letti un po' più tardi, dal 22 marzo al 6 marzo 1981, ormai nell'ultimo anno di università, e non più riaperti, se non per frettolose consultazioni. Anche se del rapporto di Pavese con il mito, non solo quello greco, ho letto nel carteggio tra lo scrittore con l'etnologo napoletano Ernesto De Martino che Bollati Boringhieri ha pubblicato sotto il titolo La collana viola. Lettere 1945-1950 e a cura di Pietro Angelini: la collana viola (ovvero "Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici" edita dal 1948 al 1956), cosiddetta dal colore della copertina, è quella curata da Pavese e De Martino per Einaudi e che ha permesso di far conoscere in Italia molti classici dell'antropologia. Anche in questo scambio epistolare emerge il carattere "irrazionale" (per tornare al giudizio di Moravia) dell'approccio culturale dello scrittore piemontese. All'antropologo che vorrebbe, scientificamente, premettere alle opere da pubblicare un'introduzione che contestualizzi libri il cui contenuto è, in una certa prospettiva - quella marxista - discutibile, il poeta ribatte invece che non servono presentazioni profilattiche ma le opere devono parlare da sole. (Per non parlare poi dei molti suoi saggi ancora non letti...).
La seconda. Di Pavese ho solo letto, ma non ho scritto mai, stavo per dire: dovrei quindi farlo. Ma è parzialmente vero. Proprio de La collana viola ho scritto, in un articolo apparso nei primi anni Novanta in "Quaderni radicali" e poi ripreso in un mio libro - il primo di saggistica - del 2001.
Da quei "dintorni" ripartire... E magari da un ritorno alla casa natale di Santo Stefano Belbo, dove passai - anche lì - agli inizi dei Novanta. Ma come Anguilla che non ritrova la Gaminella che ha lasciato, perché il tempo della realtà scorre implacabile rispetto alla memoria che se si muove lo fa nel proprio stesso perimetro contingentato, così potremmo ritrovare mutato ciò che abbiamo lasciato pur provvisoriamente. E c'è comunque un "eterno ritorno del mito", come  si potrebbe dire parafrasando Mircea Eliade, uno degli autori della mitica collana viola, seppure in epoca post-pavesiana.
Il mito ha i suoi luoghi, e i suoi riti che lo rinnovano.






sabato 12 agosto 2017

Il trionfo dell'opinione

Le opinioni personali pretendono di essere verità assolute. Gli studi scientifici sarebbero solo deliri di accademici prezzolati

Ai dati di Tito Boeri dell'Inps sulle entrate che vengono dagli immigrati e che permetterebbero di pagare le pensioni agli italiani, un cardiologo di Napoli obiettava - in un mio post su fb - che gli stranieri lui li vedeva solo ai semafori a pulire i vetri, o a chiedere l'elemosina, a rubare ecc. ecc. Che veniva a contare Boeri? La massa degli immigrati era lì a non fare niente. Allora io ho risposto al medico che forse lui aveva dati che a Boeri sfuggivano. E il medico, irridendomi e insultandomi, mi risponde: "ma che dati e dati, che hai anche tu gli occhi foderati di prosciutto che non li vedi in giro gli immigrati?".
 Certo, questo è ciò che balza agli occhi. Se l'esperienza diretta è importante, la scienza, da Galilei in poi almeno, insegna che l'apparenza inganna spesso e bisogna andare oltre ciò che appare. Altrimenti saremmo ancora qui a dire che è il sole a girare. Proprio un medico irride i dati e si affida alla sola sua impressione. Le conoscenze mediche non derivano da un faticoso e lungo incrocio di dati, e dalla loro interpretazione? Come tutte le conoscenze scientifiche. Ma appunto, le conoscenze scientifiche non valgono più, gli studiosi sono solo spocchiosi intellettuali, se non addirittura al soldo di interessati committenti - il che ovviamente può accadere e accade. Ma contro la ricerca collaborativa a ogni modo risorge il primato dell'Io. Io penso, Io sento, Io voglio. Povero Bacone, che pensava già ai team di studiosi, e povero Platone (e prima Parmenide o Eraclito) che distingueva tra doxa e episteme, opinione e scienza. Sporchi intellettuali. Filosofi. Insomma: Boeri ha ragione? Non lo so. Io tendo a credere ai suoi dati, perché parla di dati da lui interpretati. Per smentirlo, dovrei avere altri dati, e saperli interpretare, e non solo la mia impressione personale.
 Poi ci sono questioni etiche, politiche su cui il pensiero personale ha pieno diritto. Qualcuno può pensare che ci voglia un argine all'invasione di immigrati perché ciò mina l'identità culturale italiana. Questa non è questione di dati. E quindi si può legittimamente dissentire. Si può dire, in questo caso: Io penso; Io invece non credo. Però, bisognerebbe anche argomentare. Ma, si sa, anche argomentare è cosa da filosofi. Dio ne scampi.
Perciò dico che si può rispondere in base ai dati, o in base all'uso dei dati, non in base a quello che io vedo per strada. Boeri non è l'ultimo degli esperti, ma può sbagliare. Ma potrebbero sbagliare anche quelli che contestano la sua interpretazione dei dati. Il problema è il confronto, superando la fase del mero insulto. Questo è il punto. Non tanto stabilire - nella fattispecie - se Boeri abbia o meno ragione. Poi, epistemologicamente, è chiaro che i dati non sono la scienza, sono la base sulla quale la scienza lavora, e può farlo bene o male. Perciò occorre, come detto, un faticoso e lungo incrocio di dati. Questo incrocio e analisi ci portano alla scienza. Senza dati esiste solo la mia opinione personale. Se i dati non sono sufficienti, da soli, figuriamoci l'impressione personale e soggettiva. Che, pur in assenza di dati - vogliamo chiamarli riscontri? - molti sbrigativamente assolutizzano, insultando chi la pensa diversamente.
Sui social tutti diventano esperti di tutto, e sulla base della propria esperienza, o di pochi dati scorsi sui social stessi, pretendono di esprimere, senza diritto di replica, la propria opinione. Era quello che Umberto Eco diceva dei nuovi saccenti da social. Per essere aggredito sui social, dai social.



sabato 29 luglio 2017

Victor Hugo e l'struzione per il popolo - una citazione




"Discutendo in modo generico e senza precisare, le questioni politiche, dal punto di vista del miglioramento generale della sorte di tutti, riuscivano a dirsi un po' di più di sì o no. Una volta, a proposito dell'insegnamento, che per Marius doveva essere gratuito e obbligatorio, moltiplicato sotto tutte le forme, prodigato a tutti come l'aria e il sole, in una parola respirabile da tutto quanto il popolo, si trovarono d'accordo e quasi chiacchierarono. In quell'occasione Marius notò che monsieur Fauchelevent parlava bene e anzi con una certa elevatezza di linguaggio. Eppure gli mancava un certo non so che. Monsieur Fauchelevent aveva qualcosa di meno di un uomo di mondo, e qualcosa di più".*
Victor Hugo, "I miserabili" (1862), tr. it. Einaudi, vol. II, pag. 1258
*Monsieur Fauchelevent non è altri che Jean Valjean, il celeberrimo ex galeotto redento. Notare che Hugo fa esporre queste idee ancora in pieno Ottocento: il libro è stato pubblicato nel 1862, ma l'autore colloca questo dialogo nel 1832-33.

mercoledì 26 luglio 2017

ALFONSO GATTO sulla poesia - una frase

"La vera forza della poesia è ch'essa sfugge al poeta. Ma il poeta ha riflessi pronti nel guidarla, lasciandola fare".
ALFONSO GATTO
da Alfonso Gatto, Pensieri, a cura di Federico Sanguineti, Nino Aragno editore, 2017 

un murale a Fornelle, quartiere natale di Alfonso Gatto a Salerno, rima d'eterno

mercoledì 12 luglio 2017

Nel vesuviano, l'inferno: ma non è il vulcano

Sembra l'effetto di un'eruzione. Ma non lo è. Nei giorni scorsi il Vesuvio e il Monte di Somma sono stati circondati da una cintura di fuoco - da un anillo de fuego. Da Torre del Greco a Ottaviano. Torno torno. Cinque focolai solo sul lato mare. Qui, nell'interno, una nuvola gialla, bassa e compatta a cancellare cielo e Vesuvio alla vista di chi abita in fondo alla piana vesuviana e ai piedi delle colline.


L'effetto - dicevo - è quello di un'eruzione. Ed eccone le tracce. la cenere, anche a chilometri di distanza.




Ma anche il giorno dopo - oggi 12 luglio - a focolai spenti, anche se si sentiva ancora qualche canadair rombare nel cielo, rimane appunto un'atmosfera da day afterAncora oggi clima irreale/surreale nel vesuviano/nolano con la nuvola che dà un tono 'giallo' all'aria mentre ristagna il puzzo di bruciato. E tutto sembra fermo, sospeso...




Non basta tutto quello che è successo con falò probabilmente dolosi. C'è chi tranquillamente continua ad appiccare i propri personali falò! Qui sulle colline dietro Palma Campania. Non si possono individuare i responsabili? Intendo questi responsabili "localizzabili". A Casamarciano ci sono addirittura due vigili urbani a cavallo che raggiungono i focolai in collina e ai responsabili vengono comminate multe da 500 euro. Ai roghi dolosi si aggiungano i tanti focolai di smaltimento di rifiuti "rurali" o di immondizia vera e propria. 
C'è chi, in qualche post di facebook, afferma pure che non bisogna scomodare la criminalità: si tratterebbe solo dei tanti piccoli incendiari che non hanno saputo prevedere gli effetti dei loro atti. Appare alquanto improbabile che non siano dolo e criminalità, almeno per la cintura di fuoco che ha fasciato il Vesuvio.
Così come dolo e criminalità sono chiamati in causa per gli incendi che hanno colpito la Sicilia nel 2016 e nel 2007 (di questi fui testimone anch'io a Cefalù tra le lacrime di residenti e turisti stranieri). Per quello del 2007 intervenne sulle pagine dei giornali anche Vincenzo Consolo: a chi si chiedeva come mai si dava fuoco a boschi pur sapendo che in caso di dolo non si poteva edificare sul suolo bruciato per molti anni, lo scrittore siciliano rispondeva che non tutti i comuni avevano mappe catastali aggiornate in modo da applicare i vincoli; in secondo luogo, laddove non è possibile buttarsi negli appalti dell'edilizia,  la mafia si getta nel business del rimboschimento. Ma ora vincoli temporali sembra siano stati posti anche per la ripiantumazione dei terreni bruciati. Allora? Forse resta un problema di mappatura, in qualche misura, ma certo non nel Parco del Vesuvio. Allora, come per la Sicilia dello scorso anno  quando ci furono attentati anche nei confronti di responsabili della sicurezza del territorio, si può pensare a uno sfregio. A un avvertimento.

lunedì 26 giugno 2017

DON LORENZO MILANI - Ricordi di un lettore


DON MILANI - RICORDI DI UN LETTORE


foto nell'articolo online di "Famiglia Cristiana" 25 giugno 2017
http://www.famigliacristiana.it/articolo/don-lorenzo-milani-chi-era-costui-.aspx



   Il 26 giugno 1967, nella Firenze in cui era nato nel 1923, moriva don Lorenzo Milani. Sono passati quarant'anni ormai, oggi nel 2017; e nello stesso 1967 usciva, per la Libreria Editrice Fiorentina, a firma Scuola di Barbiana, come libro collettivo dei suoi allievi del borgo del Mugello, il titolo più celebre a lui legato, quella Lettera a una professoressa che tanto scalpore doveva destare nella pedagogia e nella società italiana. Ma a meno di dieci anni dalla morte, e dall’uscita del libro, ancora studenti all’ultimo anno di liceo, io e il compagno di tante battaglie a quei tempi, Pino Ionta, nel 1976 dedicammo una delle prime puntate del nostro programma radiofonico “Mondocultura” a quello che ora è un classico dell’antipedagogia. Come ero arrivato a quel libro, ora non saprei dire. Forse dovevo aver letto la recensione di una ristampa del tempo – e ora infatti il catalogo OPAC SBN mi fa sapere di una ristampa del 1975 (non ho più quella mia copia, per controllare: prestata, non mi è più tornata). Dev’essere molto probabile. Ed ero corso ad acquistare il libro. E così, quando dovevamo progettare le puntate del nostro programma in una delle prime radio private (radio libere come si diceva allora), noi, appunto ancora studenti –  studenti che pensavano a una scuola diversa – decidemmo di parlarne, per dedicare la puntata successiva a un altro classico dell’antipedagogia, il Descolarizzare la società che Ivan Illich aveva pubblicato nel 1971 e che probabilmente da poco doveva essere stato tradotto in italiano.
   Ma con ordine. Il nome di don Milani m’era già noto. I miei genitori, allora, compravano sempre “Famiglia Cristiana”. In un numero avevano recensito Le lettere alla madre uscite nel 1973. A ben pensarci, già lì dovevo aver trovato riferimenti alla Lettera a una professoressa. La figura di don Milani mi aveva quindi già colpito da tempo: nel 1973 completavo la terza media e iniziavo il primo anno del liceo classico. A meno che sul settimanale cattolico non mi fosse capitato di leggere invece un articolo sulle Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana che risalgono addirittura al 1970. Ma propendo per l’ipotesi 1973: un articolo che parlava anche delle altre “Lettere” del sacerdote anticonformista.
   Dunque, lettura dell’articolo e poi della Lettera alla professoressa. Quindi, puntata alla radio. 

   Eccoci di nuovo qui. Se volessi, potrei andare a ripescare il fascicolo relativo a quelle trasmissioni, con tanto di data. Ma non interesserebbe a nessuno, se non a me e a Pino. Ci colpiva il modo diverso di far lezione, con il coinvolgimento diretto degli allievi, nonostante il rigore richiesto ai poveri ragazzi di montagna, esclusi dalla scuola ufficiale: il libro parte dalla bocciatura subita da Gianni, che viene paragonato a Pierino, figlio di ricchi e quindi avvantaggiato in tutto, anche nella scuola. La scuola parla la lingua dei borghesi, e Pierino sa già parlare la lingua che la scuola vuole da lui. Una lingua che Gianni, e i suoi compagni, invece non conoscono. Quella di don Milani era una rivoluzione pacifica, dal basso, incentrata su istruzione e cultura. “Più parole più idee” si legge nella Lettera. Come questa prospettiva doveva affascinare degli studenti che allora, a metà anni Settanta, si avvicinavano a una politica che volevano umanistica, come quella del giovane Marx. Una politica che, anche a chi si allontanava dalla chiesa ufficiale, appariva autenticamente cristiana. C’erano i preti operai, c’era l’eco del Concilio Vaticano II. C’era un mondo che prometteva di cambiare – e che poi, è vero, è cambiato in tutt’altre direzioni, anche se per un po’ quelle concezioni, come quelle ispirate a don Milani, hanno contribuito a far restringere la forbice sociale, che si è poi drasticamente e drammaticamente di nuovo spalancata. Questo vibrava nelle nostre voci, facendo in diretta quella puntata. E quella successiva, dedicata a Illich. Ma dai responsabili della radio eravamo “sorvegliati speciali” già da don Milani: ed ecco che, mentre parliamo dell’abolizione della scuola ufficiale in nome della scuola diffusa nella società (la concezione di Illich), ci chiudono il microfono, fanno partire un disco, e ci convocano fuori dal piccolo studio (l’emittente era in una vecchia casa della frazione collinare, e uno dei responsabili era venuto su apposta per noi). Non potevamo continuare così, stavamo attaccando l’allora partito di maggioranza, la Dc. Ma quale Dc, diciamo noi, Illich vive in Messico, benché austriaco. Vabbè, ribattono, attaccate il “sistema” (come si diceva allora), e quindi la Dc. Potevamo continuare il programma, ma cambiare registro, e per il futuro portare il copione scritto per preventiva approvazione. Rientriamo nel piccolo studio, e l’angolo della poesia già preventivato si allarga, improvvisando a braccio, occupando metà puntata per il poeta Mario Luzi, allora ancora vivo, e che noi leggevamo per conto nostro, al di là dei programmi scolastici. Viene a proposito, in questi giorni di dibattito per il tema assegnato agli esami di stato su uno – ai più – “sconosciuto” Giorgio Caproni. E che noi invece già conoscevamo, pure Caproni: e di lì a poco mi sarebbe toccato, emozionato, incontrarlo in Toscana.
pagina da Enzo Rega,
 EducataMENTE.
Corso di psicologia e pedagogia
Zanichelli 2014
   Ma torniamo a don Milani e alla mia personale “lunga fedeltà”. Agli inizi degli anni duemila dovevo dedicare una lezione seminariale all’università di Salerno al suo pensiero pedagogico, e poi a quello di Pasolini, che su Milani si esprimeva con toni di ammirazione. E verso il 2010, anno più anno meno, gli dedicavo un intervento all’interno di un progetto pomeridiano presso un liceo campano dedicavo delle lezioni, con l’ausilio di un powerpoint per comunicare alle nuove generazioni con nuovi strumenti ciò che io avevo amato attraverso i vecchi strumenti. E poi è nato un  focus per il primo volume del manuale di scienze umane che ho scritto per la Zanichelli su “Linguaggio e classe sociale”, nel quale collegare le riflessioni di don Milani a quelle di Basil Bernstein su “codice ristretto” e “codice elaborato” e a quelle di William Labov sulla necessità di valorizzare le “parlate” dei ceti inferiori, anch’esse ricche di espressioni e non inferiori ad altre. 
   Ecco il mio don Lorenzo. Certo, oltre la Lettera a una professoressa, ho letto solo frammentariamente altre cose sue. Così non potevo farmi mancare il doppio Meridiano con Tutte le opere del priore di Barbiana appena uscito: sì, ci sono anche Le lettere alla madre, delle quali potrò leggere altro, oltre i passi citati nel settimanale del 1973.