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sabato 31 dicembre 2016

Luigi Fontanella, "L'adolescenza e la notte", rec. di E. Rega

Ripropongo la mia recensione a

 LUIGI FONTANELLA, 
L'adolescenza e la notte,
 Passigli editore

larecherche.it Pubblicato il 12/02/2016 12:00:00



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La “poesia nomade” (come la chiamò Giuseppe Pontiggia) di Luigi Fontanella, dopo stagioni sperimentali, furori linguistici, ampi squarci prosodico-narrativi, sembra raggiungere una nuova misura, una nuova pacatezza. Questo raggiunto equilibrio formale recupera e riassume in sé le tematiche fondamentali della sua poesia: innanzitutto la memoria e il tempo. Quella di Fontanella è insieme poesia di lago e di fiume, dunque. Di fiume perché ha attraversato e sviscerato tutte le potenzialità della lingua. Di lago perché tematicamente ruota come un gorgo intorno a se stessa e ai suoi miti, alla sua mitologia personale. Per coniugare questi opposti – lago e fiume: ma il lago è fatto pure dal fiume di/da cui riceve le acque – mi viene di paragonare questa poesia, nel suo insieme, ai  “mitemi” di cui Claude Lévi-Strauss parla a proposito delle mitologie dei popoli: mitemi, cioè nuclei tematici ripetuti che però vengono riassemblati diversamente, producendo daccapo nuove contestualizzazioni pur riproducendo se stessi. E Fontanella scrive: “Partire da una macchia / per continuare un disegno / di senso compiuto” (p. 40).
Parlando di mitemi, mi viene da dire che questa nuova raccolta di Fontanella da un lato richiama una poesia di Cesare Pavese che proprio Mito s’intitola e che “spiega” la prima parte del titolo, e la prima delle due sezioni, quella dedicata appunto all’adolescenza  Scrive Pavese: “Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo, / senza pena, col morto sorriso dell'uomo / che ha compreso. Anche il sole trascorre remoto / arrossando le spiagge. Verrà il giorno che il dio / non saprà più dov'erano le spiagge d’un tempo”. Così Fontanella è l’uomo, che forse con un sorriso meno “morto” di quello di Pavese, ricorda quando era lui il giovane dio. E scrive Fontanella: “Avrai i tuoi anni / le tue disgrazie le tue diaspore / le tue speranze” (p. 29).
Se Pavese c’introduce alla prima sezione, il nome tutelate che apre la seconda, dedicata alla notte, viene fatto da Fontanella stesso con un esergo tratto da un Novalis che si ripiega verso la “sacra notte … colma di misteri”. Ma un altro passo di Novalis vorrei ricordare, posto proprio nella prima pagina degli Inni alla notte e che ci permette di intrecciare, come congiunte sono, le due sezioni del libro di Fontanella il cui titolo potrebbe anche suonare come L’adolescenza ovvero la notte. Scrive Novalis in questo libro primo nel quale giorno e notte, vita e morte, vengono poste in rapporto dialettico: “Lontananze della memoria, desideri della giovinezza, sogni dell’infanzia, brevi gioie e vane speranze dell’intera e lunga esistenza vengono in grigie vesti, come nebbie vespertine dopo il tramonto del sole” (trad. di Roberto Fertonani).
Ma ora sentiamo Fontanella, la cui poesia nomade si muove dunque innanzitutto nel tempo, andando a recuperare l’antica stagione dell’adolescenza. Nel tempo, ma anche nello spazio, per l’indissolubile rapporto tra la contiguità spaziale e la successione temporale: “C’è solo da percorrere / lo spazio. La vita trasmessa / abbraccia la distanza” (p. 30). La lontananza temporale si misura allora anche come distanza spaziale. Un po’ rovesciando l’assunto manniano all’inizio della Montagna incantata, epopea del tempo, dove un allontanamento, uno spostamento fisico nello spazio dilata il tempo: ma nomade Fontanella lo è anche nello spazio tra due continenti.
Il ritorno rammemorante al passato adolescenziale è anche individuare un punto fermo nell’eracliteo divenire. Nello stesso testo, alla fine, leggiamo: “Il tempo è in quel concentrato assoluto, / fermo e preciso, come / il tiro secco in porta” (ivi). Ma come nel mito, quel momento è destinato a ripetersi indefinitamente, almeno nel rito della memoria, una memoria intenzionale, stuzzicata, saccheggiata, più dunque come quella di cui parla Bergson, rispetto alla memoria occasionale di Proust. Il mito o l’eterno ritorno dell’identico: “In certe Domeniche lente e lunghe / io m’attardo a osservare / le gocce d’acqua ai vetri / una pioggia che si ripete all’infinito, ogni volta, / nel mio percorso a ritroso” (p. 31), per cui “Nulla è cambiato” (p. 21), “Ora / per sempre giovani” (p. 20), perché “l’adolescenza / è assoluta ed eterna. / È l’unica cosa che resta”.
Un’intenzionale e ricercato percorso, le cui tracce vanno minuziosamente individuate. Allora, ecco le domeniche, appunto, o le bande giovanili nel gioco delle alleanze, le zuffe, le prime incerte e indefinite esperienze sessuali, le partite di calcio (che, come annota Paolo Lagazzi nell’intensa prefazione, ricordano i gesti sportivi adolescenziali immortalati da Milo De Angelis), il fratello, gli affetti familiari.
Siccome il tempo è anche spazio, il poeta ci dà anche alcuni indirizzi precisi, così come i dati anagrafi – nome e cognome – degli amici d’infanzia. E nel ritorno nel grembo notturno dell’adolescenza, della memoria delle origini, Fontanella circolarmente si riannoda al cordone ombelicale della sua città, Salerno, quella Salerno che per Alfonso Gatto era una “rima d’eterno”. “Notte catabasi, / Notte, / vieni, / rovinami addosso. / Rianima il sabba / i miei oggi / i miei ieri. / Sillabe ricontate / voci contorte / sussurri / volti invocati. / Sorella Notte, / Madre Notte: / Notte mente e niente / di tutti i miei pensieri” (p. 71). Prima del dispiegarsi relativamente più ampio degli ultimi due versi, questo fontanelliano inno alla notte si snocciola con versi brevissimi, anche di una sola parola, come a tornare a un infantile essenziale linguaggio. Che addirittura, nell’ultimissimo verso, dopo aver attraversato anche “il buio assoluto” (p. 83), il poeta arriva ad affermare, pavesianamente, nietzscheanamente, “Vietato parlare. Vietato scrivere” (p. 83). Solo così, forse, nella notte, si coglie l’indicibile “anima del mondo” (ivi). Per dirla di nuovo con Pavese, con il suo Notturno: “Tu non sei che una / nube dolcissima, bianca / impigliata una notte fra i rami antichi”.

Ma Salerno, per Fontanella:

Rivedi l’Irno oggi inaridito
ridotto a un rigagnolo tra sassi e sterpi
al centro della tua vecchia città
oggi ricreata in bellezza (p. 76)
Che sia ora così: tutto andato
tutto triturato. Ecco Via del Carmine
che faccio ogni mattino da Fratte
a Piazza San Francesco. Che sia tutto
benedetto in questo fermo mattino
in questo fumo demente e dimentico
un istante, questo, che ci vede in fila (p. 78).

venerdì 30 dicembre 2016

Per alcune poesie di Anna Santoro, in "Levania" 5

La trama in penombra del giorno

Sono donne normali nel loro mondo di ogni giorno quelle che vediamo affacciarsi, muoversi, o anche ballare, in questi tre testi di Anna Santoro che con ritmo piano le ritrae e ce le consegna. Un epos quotidiano, ma non meno importante (anzi) di vite trascorse spesso in penombra ma che pure sono la trama (più o meno nascosta) del mondo, un mondo alla rovescia o messo sui suoi veri piedi. O meglio, sulle sue gambe vere, come quelle “gambe di gazzella” che insieme con “quel leggero dondolio / dei fianchi” e “quel sorriso” sbalzano in primo piano una sensualità che pur è parte di quella normalità. Normalità di donne il cui lavoro ha scavato solchi nei polpastrelli o che vediamo al loro banco di mercato. O alla propria cattedra di maestra, una maestra che crede di ritrarsi, rinunciando a far la pianista o la cantante, ma che purtuttavia si trova a fare la “solista”, unica com’è per la quarantina di ragazze e ragazzi che volta per volta si succedono di anno in anno, di classe in classe. L’unica donna “intellettuale” la maestra, in questo mondo al femminile, dove forse contano comunque l’intelligenza, la saggezza, anche la bellezza – perché no? –, e anche il pizzico di follia delle ragazze che, abbracciate, inventano nuovi balli ma forse creano, loro, anche il mondo. In semplicità. Quel mondo che senza loro non andrebbe avanti neanche di un giorno. Ciò che resta, ciò che è destinato a durare, sembra qui non fondato dai poeti, come pure qualcuno ha scritto, ma dalle donne, e dai loro passi. Passi di un ballo, questo, che sembrano usciti da un film neorealista, come altre immagini, pur in una certa atemporalità in bianco e nero. Come un film neorealista che restituisce la realtà con i materiali della realtà, questi versi di Anna Santoro rinunciano a effetti speciali, traendoli invece dalle pieghe della vita, pur utilizzando se capita strumenti come la sineddoche che ci dà la parte per il tutto, in questo caso però nominando anche il tutto, e rendendo la sineddoche aggettivante e caratterizzante. Ma sineddoche di tutto il mondo femminile, parte per il tutto, sono le figure, o le singole immagini, che da questi versi emergono. E le “donne dita corte” e le “donne gambe di gazzella” sono anche dettaglio cinematografico (per tornare al registro filmico usato prima): (neo)realistico e simbolico insieme.
(da Levania, rivista di poesia, ottobre 2016)

venerdì 23 dicembre 2016

"Lo specchio di Leonardo" di Ivano Mugnaini - rec. di E. Rega

 Ivano Mugnaini
Lo specchio di Leonardo
Edizioni Eiffel, Caserta 2016

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recensione pubblicata in "America Oggi", 
domenica 18 dicembre 2016
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mercoledì 30 novembre 2016

Francesca Bellino a Radiotre ricorda Alfonso Gatto

Alfonso Gatto, omaggio a 40 anni morte con ciclo di TreSoldi

da REPUBBLICA - Napoli
25 novembre 2016



A 40 anni dalla morte, l'8 marzo del 1976, viene reso omaggio al poeta Alfonso Gatto con il ciclo di TreSoldi, curato dalla giornalista e scrittrice Francesca Bellino, in onda su Radio3 dal 28 novembre al 2 dicembre alle 19.50.
"Salerno e il poeta con la valigia - Alfonso Gatto nella sua città" ci riporta alle origini della poesia di Gatto nata nel rione Fornelle, a Salerno, "in una stanza diroccata" a pochi passi dal mare. E da qui comincia il viaggio nella storia che da Salerno, città da cui Gatto si è sentito costretto a partire a 20 anni come "tutti i giovani d'immaginazione e di fantasia del Sud", ha portato il poeta in tante città, da Napoli a Milano, Firenze, Roma.

Fra i maggiori esponenti dell'ermetismo italiano, scomparso in un incidente stradale, Gatto ha fatto lunghi soggiorni anche a Venezia e ha viaggiato tra la Sicilia, la Sardegna e diversi paesi stranieri, ma Salerno ha sempre rappresentato la sua patria, quel luogo ancestrale da cui "voler partire e voler restare insieme".

Tra le voci raccolte alle Fornelle, rione popolare tra i più antichi della città, troviamo l'artista Pino Roscigno, in arte Greenpino, e il poeta Valeriano Forte, direttore artistico e direttore progettuale dell'iniziativa, ma anche quelle degli abitanti del rione, di chi guida i turisti curiosi di passaggio per Salerno per il suo tirocinio all'Università come Mario Venezia, di giovani poeti come Alfredo Mercurio che hanno fatto tesoro dell'eredità di Gatto, di giornalisti come Marcello Napoli che custodisce vecchie fotografie in bianco e nero del poeta mai esposte.

Nel documentario anche le voci di esponenti della famiglia Gatto, dal nipote Filippo Trotta, figlio della primogenita del poeta, Paola, e oggi presidente della Fondazione Alfonso Gatto, alla nipote Maria Teresa, figlia di Nicola, primo fratello del poeta. E poi la sua famiglia simbolica, ossia il gruppo di giovani che nel 1963 lanciò la proposta di un riconoscimento pubblico al poeta di Salerno accolta dal sindaco dell'epoca, Alfonso Menna, diventati suoi amici fedeli nell'ultima parte della sua vita. Sono Lelio  Schiavone, direttore della Galleria d'arte Il Catalogo, il pittore Mario Carotenuto e il medico Bruno Fontana che ci dona una poesia inedita di Gatto, senza titolo, scritta il 19 gennaio 1969 nello suo studio mentre il medico lo ritraeva.



E, infine, tra i giovani che hanno valorizzato l'eredità di Gatto si incontrano anche i musicisti brasiliani Moreno Veloso, figlio di Caetano, e Pedro Sà, che hanno portato in musica alcune sue poesie tradotte in portoghese.


sabato 5 novembre 2016

ROMA - mostra "L'eternità nell'arte"


L'eternità nell'arte
Basilica dei Santi Quattro Coronati
R O M A
 12 novembre - 18 dicembre 2016
inaugurazione sabato 12 novembre ore 16

venerdì 4 novembre 2016

MODICA: "Percorsi", rassegna di filosofia


Riparte la rassegna "Percorsi", all'Ente Liceo Convitto di Modica.
Primo appuntamento con Nuccio Ordine.Quest'anno la rassegna si arricchisce di un ciclo di film, a cura di Danilo Amione. 
Oltre a Ordine, Salvo VastaEmanuele FaddaPaolo Ercolani e Paolo Sylos Labini.
La direzione scientifica è di Francesco Coniglione.
Organizzazione a cura di Teresa Floridia e di Sandro Vero.

lunedì 3 ottobre 2016

CASERTA "Lo specchio di Leonardo" di Ivano Mugnaini

IVANO MUGNAINI
LO SPECCHIO DI LEONARDO 
EIFFEL EDIZIONI

relazioni di
Paolo Farina
Enzo Rega

Libreria GIUNTI al Punto - piazza Matteotti - CASERTA
sabato 8 ottobre 2016 ore 17

giovedì 15 settembre 2016

Ermanno Rea "La fabbrica dell'obbedienza" - rec. di E. Rega


Dal Rinascimento alla Controriforma che ha separato l'Italia dalla vita universale. E poi fascismo, craxismo e berlusconismo

di Enzo Rega - 17/12/2012 - 12:23  in saperincampania.it (poi in  "L'Indice dei libri")






A ispirare questo libro di Ermanno Rea, La fabbrica dell’obbedienza. Il lato oscuro e complice degli italiani (Feltrinelli, 2011, pp. 219, €16,00) – nato dalle successive rielaborazioni del testo letto nell’estate 2009 al Middlebury College, tra i boschi e le brughiere del lontano Vermont – è il filosofo napoletano Bertrando Spaventa con il suo Rinascimento Riforma Controriforma del 1928.
Ma è proprio in pieno Rinascimento che va rintracciato l’altro nume tutelare di questo gustoso e invelenito pamphlet: l’eretico Giordano Bruno, autore del “più eroico ‘no’ mai pronunciato”.

Non a caso Rea – che lascia il romanzo-saggio per un vero saggio (anche se mette le mani avanti proclamando di non essere né storico né saggista) – si abbandona, delineando il “carattere degli italiani”, a una feroce invettiva contro la Chiesa cattolica, responsabile di un’indole che dispone all’obbedienza passiva. Se non per scatti di ribellione come in Bruno, la cui figura viene recuperata anche per il significato di “modello” per liberi pensatori.
Il Nolano incarna così l’uomo nuovo rinascimentale, il ribelle sperimentatore in ogni campo caro a Eugenio Garin.
  
Ma con il rogo di Bruno s’è combusto tutto il Rinascimento, la cui eredità passa alla filosofia tedesca da Kant a Hegel. Che è quanto sostiene Bertrando Spaventa, che trova un preciso avvio per il declino della penisola: la Controriforma.

“Spaventa è perentorio: – scrive Rea – da quel momento l’Italia è costretta a vivere ‘come separata’ dalla vita universale”.
E il cittadino responsabile diventa un suddito deresponsabilizzato.

La Controriforma appare “come motore di una vera e propria mutazione antropologica”.
Riprendere lo “spirito hegeliano”, e svelarne la matrice italico-rinascimentale, significa allora per Spaventa riprendere anche il filo della nostra migliore tradizione filosofica. Ma forse oggi, sembra dire Rea, è troppo tardi e anche di quello stesso spirito hegeliano resta poco: “Abbiamo tutti (no, non tutti, ma tanti, troppi) sposato la Controriforma; ci siamo fatti Chiesa noi stessi; i nostri peccati ce li assolviamo da soli, evitando di recarci perfino al confessionale. Come tanti Provenzano, le nostre case pullulano di santini e di refurtiva”.

Un lungo percorso storico che attraversa fascismo, craxismo e berlusconismo. Gobetti sentiva in Italia ancora un bisogno di protestantesimo (bisogno che in letteratura, nota Rea, emergeva nel 1921 in Rubè di Borgese), per avviare finalmente alla libertà, alla serietà morale e a un’educazione moderna. La risposta fu la repressione clerico-fascista.
Sarà Malaparte a dire come il fascismo volesse ridestare la Controriforma con un rigore e uno spirito dogmatico che hanno un’impronta meridionale e orientale che è nell’essenza stessa della civiltà latina. Malaparte finisce così per adattare alle sue esigenze idee di Leopardi, contrapponendo “lo spirito critico, di natura occidentale e nordica” a “quello dogmatico di natura orientale e meridionale”.

Non sembra poi che Mussolini si sia mai lamentato d’essere stato infilato nelle vesti d’un principe della Chiesa!
“Identica comunque la missione da parte di entrambi (fascismo e Controriforma): imporre attraverso la violenza il pensiero unico, cioè la mordacchia al dissenso”. Se con Mussolini s’instaura un regime, di norma “la Chiesa non chiede formalmente alla politica di uccidere la democrazia. Chiede di limitarla nei suoi impulsi autocorrettivi; di porre un freno al dissenso, alla dialettica, al cambiamento”.

E siamo così alla perpetuazione dello spirito controriformista fino al secondo dopoguerra, a prima e seconda repubblica. E in quello snodo tra prima e seconda nell’accoppiata Craxi-Berlusconi.

A partire dagli “infami anni ottanta”. Rea sottolinea qualcosa che molti dimenticano: i giudici non si sono accaniti contro il premier di Arcore quando questi è sceso in politica; piuttosto il contrario, Berlusconi scende in politica perché già assediato dai problemi giudiziari. Lo “scontro” con la magistratura risale alle origini dell’impresa berlusconiana, a quel 1984, quando i pretori di Torino, Roma e Pescara fanno disattivare gli impianti per impedire le trasmissioni sul territorio nazionale.
Fininvest si preparava così a unificare nel berlusconismo quel Paese troppo lungo di cui parla Giorgio Ruffolo in un libro, le cui idee in qualche misura riprende Rea che, certo non sospetto di simpatie filo o neoborboniche, considera provocatoriamente, alla stregua di Martone nel bel film Noi credevamo, una “iattura” l’unità d’Italia, non in sé, ma per come è stata realizzata, tutta a svantaggio del Sud: che è quanto già Gramsci sosteneva sottolineando, con toni che sembrerebbero liberisti, l’incapacità della borghesia industriale settentrionale post-unitaria.

L’amarezza con cui Rea addita (in uno dei periodi più bui della storia d’Italia, tanto da “vergognarsi di essere italiano”) mancanza di dignità, conformismo e servilismo nei confronti del potente di turno, investe anche il suo campo, la letteratura, nella quale si levano poche voci di dissenso.

E anche questo è Controriforma.


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mercoledì 31 agosto 2016

Eventi puntoacapo editrice

TANTI EVENTI IMPORTANTI (www.puntoacapo-editrice.com)

Santa Margherita Ligure

Sabato 3 - Domenica 4 settembre ore 9,00-24
Acqui Terme, Portici (Premio Città di Acqui 2016)
Esposizione con stand librari
Domenica Ore 11,00
Incontro con gli Autori del Fiore della Poesia italiana

Biblioteca Civica, Villa Durazzo
Presentazione del Fiore della Poesia italiana
Introducono i curatori. Intervengono i poeti

Alessandria, Liceo Plana e Museo della Gambarina
XVIII Biennale di Poesia di Alessandria

lunedì 29 agosto 2016

"Terracarne" di Franco Arminio - rec. di E. Rega

Terracarne

Narrativa

(2011)

Franco Arminio
Mondadori


Recensione proposta da LaRecherche.it


ripropongo nel mio blog la mia recensione uscita ne LaRecherche.it il  09/12/2011 

http://www.larecherche.it/testo.asp?Tabella=Recensioni&Id=500



Pubblicato il 09/12/2011 12:00:00
[ Recensione di Enzo Rega ]
Viaggio nei paesi invisibili e nei paesi giganti del Sud Italia

   Da tempo Franco Arminio ha cominciato il suo viaggio nei paesi che stanno scomparendo, per coglierli e eternarli in una sorta di fermo-immagine che li riprende nel momento del trapasso. Questa è diventata una sorta di disciplina, la paesologia, che non ha e non vuole avere carattere scientifico, l’autore stesso infatti afferma che essa si trova tra la poesia e l’etnologia. Non si tratta nemmeno di rimpianto puro e semplice per un mondo che non c’è: infatti non ha nulla a che vedere con quella che in queste pagine viene chiamata invece “paesanologia”. Una disciplina, la paesologia, che forse è arrivata al suo traguardo dopo una serie di volumi, a partire da quel Viaggio nel cratere (Sironi, 2003) con il quale Arminio circoscriveva il suo raggio d’azione (e d’osservazione) ai paesi colpiti dal terremoto del 1980, con una particolare attenzione a quell’Irpinia d’Oriente, incuneata tra Puglia e Basilicata, della quale fa parte Bisaccia, il paese natio dell’autore che ha coniato anche il toponimo per una terra che, sull’altro versante appenninico, risente addirittura d’umori balcanici e che sembra più parte dell’oriente che del mondo occidentale. “Ci sono i paesi, ma ci sono pochi libri che li descrivono”, questo l’incipit del primo libro e il motore primo della Wanderung, di un vagabondaggio tra paesi in un territorio che concentricamente s’allargava sempre più a partire dall’epicentro iniziale, fino a toccare pure qualche località del Nord Italia. Queste le tappe del viaggio, e del suo racconto, che trova summa e compimento nel recente volume mondadoriano: Circo dell’ipocondria (Le Lettere, 2006), Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia(Laterza, 2008), Nevica e ho le prove. Cronache dal paese della cicuta (Laterza, 2009), Oratorio bizantino (Ediesse, 2011). Nel percorso cambia talvolta la focalizzazione (i personaggi più che i luoghi, o certe modalità della scrittura: come nel libro de Le Lettere o nel secondo di Laterza), ma resta questa ostinazione e vocazione che spinge l’autore, onnivoramente, oltre che verso terre contigue, speculari, come la Lucania e la Puglia, dove ritrova l’essenza stessa, ancora più all’osso, dei propri paesaggi, anche verso l’altra Campania, quella dei “paesi giganti” del napoletano.
   Certo, i primi sono più connaturati alla scrittura di Arminio, ne sono in fondo il respiro stesso. Fondamentale, in questo caso, la lettera che Arminio si fa scrivere dal proprio paese, Bisaccia:

    “Io sono il tuo paese, sono la somma delle case, sono ogni tegola, ogni scalino, sono ogni gatto, ogni luce sul comodino, sono i vecchi delle vie fredde e cupe, i giovani delle ville sperdute, sono il grano che comincia a crescere, sono la pala eolica, la quaglia, la rondine quando arriva. Sono il freddo che conosci bene e che prima ti piaceva tanto e ora ti fa paura. Ti vedo uscire incappucciato, non entri mai in un bar, non giochi a carte. Hai paura di sederti, senti che quella è una trappola, ma ti sbagli, e sbagli a stare in casa a farti una tisana, a fare colazione con biscotti e camomilla. Vai al bar, beviti un caffè senza paura, passeggia con chi capita, spreca il tuo tempo, fattelo rubare, non averne alcuna cura. Lo so che sei sempre in ansia, lo so che hai paura di morire. So che scrivi ogni giorno e che adesso non hai problemi a vedere stampati i tuoi libri. Potrei citarti ognuna delle tue poesie. Quando parli di me sembri più ispirato. Quando scrivi dei paesi le tue parole hanno leggerezza e peso. Quando parli d’altro sembra che giri a vuoto. La verità è che io sono tuo fratello, tua sposa, il tuo incubo e la tua speranza. Lo sai, c’è un piacere o un dispiacere dell’abitante verso il suo paese, ma c’è anche un piacere o un dispiacere del paese verso il suo abitante”.
(p. 288)

   La forza dell’ispirazione che si sprigiona parlando di ciò che più lo riguarda, non viene certo meno quando si approda in quella Lucania, dove gli spazi si fanno ancora più vuoti e i silenzi più fondi, e il paesaggio più puro. Ma anche qui natura e cultura vanno insieme, se poi la visita dei paesi è anche un pellegrinaggio alla ricerca delle voci che li hanno cantati. Così, alcune delle pagine più belle riguardano, in Lucania, l’Aliano di Carlo Levi, un paese che resiste nonostante proprio le parole dello scrittore torinese in Cristo si è fermato a Eboli abbiano attirato lì tanti curiosi:

   “Ad Aliano sono arrivati in tanti attraverso le pagine del libro di Carlo Levi. Il paese è ancora lì, con tutti i segni che hanno i paesi adesso. Però qualcosa resiste, a cominciare dal paesaggio circostante. I calanchi sono quelli, non è possibile alcuna lavorazione agricola. E neppure si sono avviate pericolose operazioni di sfruttamento turistico. Bisogna contemplarli da lontano, un mare di pieghe grigie, come un cervello spalmato per terra. E poi se ci entri dentro, senti le voci di questa terra. Ti devi inginocchiare, devi essere una formica, un ciuffo d’erba”.
(p. 50)

   Con Tricarico si apre proprio la sezione lucana:

   “Finalmente sono arrivato a Tricarico, il paese di Scotellaro. In cielo c’è un falco, gli alberi sono tranquilli e lontani. Il mezzogiorno di novembre ha il buio che sale già sui fianchi. La luce che resta è bevuta dalle vacche nei campi, dall’argilla dei calanchi. […] Questa regione vive più nella testa di chi se n’è andato che in quella di chi è rimasto. E perfino arrivandoci dalla desolata Irpinia d’Oriente si sente un ulteriore e per me riposante senso di vuoto, un vuoto che ti fa rivedere la terra, come se negli altri giorni vedessimo solo quello che c’è sopra”.
(p. 19)

   Se questi paesi invisibili permettono di cogliere istantanee nelle quali tutto appare quasi immobile, è il confronto con i paesi giganti che permette invece di svelare appieno il tarlo che corrode pure i primi. Ecco allora il quadro apocalittico:

   “La Napoli-Pompei-Salerno assomiglia a una pista di macchinine da corsa. Arrivando a Torre del Greco mi chiedo come facciano quelli che abitano qui a non impazzire percorrendo questa strada. Di certo questo posto doveva essere assai diverso quando ospitò Leopardi (che qui scrisse La ginestra e Il tramonto della luna).
   È l’ora di punta, l’uscita dalle scuole, la frenesia collettiva delle madri. Ci sono centinaia di ragazzini in giro e altrettanti motorini. Continuo a chiedere indicazioni, dico: “Scusi, per il mare?, mi fanno cenni diversi, mi guardano come se stessi chiedendo della piramide di Cheope. Eppure Torre è un paese di mare, almeno lo era. Sono in macchina da diverso tempo, non vedo altro che strade in discesa e palazzi altissimi, la luce non buca gli spazi, perché spazi vuoti non ce ne sono. Qui è tutto un tessuto unico, una trama fitta di mattonelle, finestre, basolati e cancelli. Vicoli che incrociano altri vicoli e un affannoso e distratto brulichio umano. Tutti serrati, tutti insieme in questa prigione collettiva e autocostruita, tutti a correre da qualche parte per incontrarsi nel punto di partenza”.
(p. 199)

   Come in testo a fronte, e al di là degli stereotipi esistenti, leggiamo dei diversi possibili Sud. E se abbiamo tolto ampi stralci dal libro è per rendere conto anche della grana della voce perché Arminio, come dicevamo, non è un sociologo, ma uno scrittore che declina, nel senso di disfacimento dei paesi che attraversa, il sentimento della propria altrettanto inevitabile morte. Questo è anche e forse soprattutto un libro sulla morte che, occasionalmente ma non per questo meno significativamente, s’incontra con la morte del mondo che l’uomo, nella presunzione pure di superare i suoi limiti, ha costruito. E Arminio crede e non crede nel potere della parola. Se da qualche parte scrive di volere, con le sue parole, prendere un paese e porlo in salvo (p. 231), dall’altro confessa pure l’impotenza: “Faccio parole con la carne e con la terra. Con le parole faccio carne e terra e niente” (p. 145). C’è un’esattezza spaventosa in queste parole, continuazione stenografica dell’osservazione che avvicina la tensione della scrittura di Arminio, e la sua interna esigenza, a quella dell’ecole du regard di un Peter Handke, che scrive: “Quel che ho sempre pensato fra me non è niente: io sono soltanto quel che m’è riuscito di dirvi”. D’altro canto, ci viene un altro paragone lontano territorialmente da quel Sud nel quale Arminio si muove (ma Arminio non è scrittore territoriale, localistico), quello con ilpaesologo Walter Benjamin (quello che ha parlato della natia Berlino e di Mosca, e di Berlino attraverso Mosca: come Arminio attraverso il suo vagabondaggio torna in fondo sempre all’odiata/amata Bisaccia). In Benjamin l’altissima tensione della scrittura investe ogni frase, tanto da togliere il respiro. Anche Arminio, flaubertianamente, costruisce le sue frasi come se ciascuna fosse l’ultima, anzi l’unica. Ma, nello stesso tempo, ci fa il dono di una leggibilità assoluta.

mercoledì 17 agosto 2016

"Il sorriso di Don Giovanni" di Ermanno Rea - rec. di E. Rega


Libri con le ali

recensione di Enzo Rega
Dal numero di luglio-agosto 2014 de "L'Indice dei libri del mese"

Ermanno Rea
IL SORRISO DI DON GIOVANNI
pp. 233, € 18
Feltrinelli, Milano 2014

“Sono una lettrice accanita, obbligata – credo dalla sua dannata immaginazione (nonché sentimento) – a vivere accanto ai libri, dentro ai libri, per i libri, leggendoli, ma non soltanto. Vivendoli. Perché, caro Maestro, quando un libro mi prende non passa su di me senza lasciare tracce profonde, senza cambiarmi un poco. Questo, per quanto mi riguarda, è un punto fermo: i grandi libri ci mutano, ci trasformano, e non soltanto individualmente ma come collettività”. Il passo è quasi alla metà esatta del nuovo libro di Ermanno Rea. Il “maestro” a cui Adele, la protagonista, si rivolge, è Italo Calvino. Il libro di Calvino che l’ha folgorata è, non a caso, Se una notte d’inverno un viaggiatore, il romanzo caleidoscopico, uscito nel 1979, alla fine di quegli anni settanta che Adele attraversa insieme al suo Fausto, il comunista amato, lasciato, ritrovato. Non a caso si tratta di quel romanzo di Calvino composto di tanti romanzi interrotti per un errore di impaginazione della casa editrice. In questo passo c’è infatti il ritratto di Adele, il senso di questo libro di Rea, ma (a stare all’affermazione “Adele sono io” nella Nota finale) anche una raffigurazione dell’autore.
C’è il Rea scrittore “civile” nell’affermazione finale nella citazione appena riportata, quella che proclama fiducia nella trasformazione della “collettività” a opera dei libri. Rea ci ha consegnato infatti quella stupenda trilogia sul declino di Napoli, e sul suo possibile riscatto, che comprende Mistero napoletano(1995), La dismissione (1998) e Napoli ferrovia (2007), con l’appendice di La comunista (2012), che riprende la protagonista di Mistero napoletano, la comunista eretica Francesca Spada. E il secondo racconto di La comunista (il libro contiene infatti due “storie napoletane” autonome) vede un immigrato polacco intento a costruire, sotto il Vesuvio, una grande biblioteca per il suo committente, un vecchio grecista napoletano.Ed ecco che questo Sorriso di don Giovani (con il quale Rea, dopo il saggio La fabbrica dell’obbedienza, continua a uscire con il suo nuovo editore, Feltrinelli, che ha intrapreso la ripubblicazione delle sue opere, a partire da La dismissione) fa dei libri il centro della narrazione, attraverso una donna che parla in prima persona: e sempre Rea, nella trilogia aveva “incarnato” Napoli stessa volta per volta in un personaggio femminile, anche se qui siamo in un paesino dell’interno, una “Macondo” irpina, da cui muovere poi verso il capoluogo campano, seguendo la formazione umana, politica e letteraria di Adele. E se i tomi della trilogia erano romanzi-saggio, questo è un romanzo-romanzo, che però si nutre dei tanti libri che i protagonisti leggono e delle discussioni che i libri suscitano, rivivendo nello sguardo dei lettori.
In exergo, infatti, Rea afferma perentoriamente, con Marc-Alain Ouaknin, “Leggere è creare!”, e cita il Sartre delle riflessioni sulla letteratura: “Lo scrittore si appella alla libertà del lettore perché collabori alla produzione della sua opera”. E così, nelle primissime righe del romanzo, Adele confessa la sua precoce passione di lettrice che vuole entrare nei libri che legge: “Ero un fiore ancora in boccio, ma già smaniosa di essere un’altra, anzi svariate altre, a seconda dei casi. Creatura di carta, sfogliavo pagine in continuazione pretendendo di entrarci dentro per farmi personaggio a mia volta, entità immaginaria come i miei eroi: ehi, adesso dovete fare i conti con me!”. La lettura è amplificazione della propria vita, ma anche strumento di comprensione del mondo, in quella tipica dimensione in cui la letteratura si “stira” tra il “qui” della realtà esistente e il “là” di un altrove possibile: e qui si dispiega, nell’utopia letteraria, la funzione “redentrice” della scrittura stessa. Vediamo subito allora la piccola Adele arrampicarsi sulle scale della bianca libreria di don Arturo, prospettando per sé un futuro da “libraio” (declinato al maschile), e immaginando di precipitare da quella scala insieme “a una pioggia di romanzi con le ali aperte come uccelli. L’ho sognato almeno due volte: ero io stessa un libro che cadeva con le ali aperte”.
Un romanzo fondamentale nella formazione di Adele, e del suo Fausto, con il quale ne discute, è l’immortale Idiota di Dostoevskij, che instilla un cruciale quesito: “Essere completamente buoni era una possibilità reale dell’esistenza oppure no?”; domanda di portata etica che appunto registra, e condensa, la tensione tra reale e altrove, domanda che diventa ossessione che spinge la protagonista a interrogare direttamente il libro, in un’esegesi vissuta che man mano interessa tante altre opere. Fino alla fine, quando Adele, ormai anziana, si ritira a vivere in una casa-biblioteca, i cui libri vengono dati in prestito. Una casa animata da tante figure di carta, da tanti personaggi “reali”: “Caro Leopold, caro Nathan, caro Tristram, caro capitano Achab, soprattutto carissimo don Alonso, amici tutti, non potete immaginare come sia contenta di avervi stasera in casa mia…”. E che l’ultimo a essere nominato sia Don Chisciotte non è casuale.

giovedì 11 agosto 2016

"La comunista" di Ermanno Rea - rec. di Enzo Rega

ripropongo la mia recensione a 

La comunista  di Ermanno Rea

uscita in "America Oggi" il 19 agosto 2012

segui il link
http://www.lavocedinewyork.com/arts/libri/2012/08/19/letteratura-francesca-la-comunista-napoletana/


A quanti s’interrogavano sulla natura dei suoi rapporti con Francesca Spada, l’intellettuale napoletana, giornalista dell’“Unità” e compagna di Renzo Lapiccirella – un militante scomodo del PCI napoletano -, morta suicida, Ermanno Rea dà finalmente una risposta nel suo recente «La comunista» (Giunti 2012, pp. 139, 12): sì, lui ne era innamorato, aveva tentato un giorno a Ischia addirittura di baciarla rimediando un ceffone, ma chiarisce: “La nostra amicizia era di granito: e quando dico amicizia dico proprio amicizia, non un’altra cosa. L’altra cosa era soltanto un’ombra che, mai esplicitamente evocata, a tratti e di soppiatto poteva rendere lei più aggressiva e me più schivo e cupo.
Nulla di più” (la frase è di tale importanza che viene riportata in quarta di copertina). Così sono serviti i denigratori di un precedente libro dello stesso Rea, «Mistero napoletano» (Einaudi 1995): allora lo scrittore napoletano tentava di ricostruire il “mistero” che aveva portato Francesca al suicidio, ma nel ritratto della donna racchiudeva il senso della storia della sua città, da un lato portata al declino dal patto scellerato tra militari americani che insediavano a Napoli una loro roccaforte e il potente armatore Achille Lauro, fascista riciclato, che accettava di spostare il fulcro della sua attività da Napoli a Genova per consegnare il porto della propria città alla potenza d’oltreatlantico. Da lì Rea – dall’arrivo degli americani nella Seconda Guerra Mondiale – data l’inizio del declino della città partenopea, dall’altro compromessa nel suo riscatto anche dalla miopia dei dirigenti comunisti napoletani e nazionali del tempo: e proprio questi cercarono di ricondurre la portata del libro nel territorio più rassicurante della passione sentimentale, dell’amore per Francesca, e nulla più…
Ma tanto «Mistero napoletano» è dominato da uno sguardo generale, seppure partendo dagli occhi di una donna, raccontata da coloro che la conobbero, tanto «La comunista» è intimo e personale. Ora Rea immagina che Francesca gli riappaia come fantasma per le strade di Napoli a distanza di cinquant’anni e, nel colloquio che avviene, la donna è informata di ciò che era seguito alla sua morte, nonché alla pubblicazione del libro che di lei parlava. Ermanno ne aveva pianto la scomparsa come solo i bambini sanno fare, ma: “Molti invece non la piansero affatto, giudicandola disumana, egoista, perfino una poco di buono. Troppe ‘comari’ al mondo, allora come adesso. Troppi pregiudizi e norme che non ammettono trasgressioni. Figuriamoci: Francesca era una disubbidiente nata, un’irregolare per scelta ideologica prima ancora che per indole” (p. 10).
Invisa quindi fuori e dentro il Partito. Nella sua flânerie partenopea, Francesca ritrova una città peggiorata, e così confessa a Ermanno, che tramite lo sguardo di lei rinnova le proprie di accuse : “Girando per le strade della città non ho ascoltato che lamenti, quanto sconforto dappertutto! Ai miei tempi le cose non stavano così. Non che Napoli non avesse le sue piaghe, ma negli occhi della gente c’era la luce della speranza. Ora, non ho incrociato che occhi spenti, uomini e donne prigionieri del buio. Un popolo di ciechi. Se non mi fossi uccisa, che ne sarebbe stato di me?” (p. 12). Tanto che la donna si chiede ancora se non abbia sbagliato a tornare. E il riferimento è a quegli anni di lavoro nella redazione napoletana del quotidiano comunista, quando si sperava di cambiare se non il mondo, almeno Napoli.
Ma come in tutta la precedente trilogia («Mistero napoletano», «La dismissione», «Napoli Ferrovia», nel 2009 raccolta nel volume BUR «Rosso Napoli»), si presenta la parola “resurrezione”, è Francesca a farlo notare a Ermanno: raggiunto il punto culminante della disfatta, non si può fare altro che pensare a un nuovo inizio. Qual è il messaggio della ricomparsa di Francesca? È sempre lei a svelarlo al vecchio amico: “Ci può essere qualcosa di meglio che sognare e lottare per l’impossibile” (p. 65).
Nonostante il racconto si concluda con il pianto, il buio e il silenzio, le parole di Francesca hanno risvegliato il fresco profumo dell’utopia e il “coraggio dell’impossibile”. Nell’altro bel racconto compreso nel volume, “L’occhio del Vesuvio”, Rea delinea un intenso rapporto, nella leopardiana campagna nei pressi di Torre del Greco, tra il grecista in pensione Lucio Ammenda, sommerso tra i libri che non riesce a sistemare, e un immigrato polacco che s’improvviserà, grazie alla propria intelligenza, falegname di qualità tanto da costruire una enorme e meravigliosa libreria. Come dire: sarà il nuovo sangue affluito da fuori a ridare linfa alla stagnante napoletanità? Era questo, no?, il messaggio di «Napoli Ferrovia» nel quale già lo sguardo diventava planetario ritraendo una Napoli fecondamente multiculturale.


mercoledì 10 agosto 2016

"Pigmenti" di Antonietta Gnerre - rec. di E. Rega

Raffaele Della Fera - particolare

ripropongo nel mio blog la recensione di
 "Pigmenti" di Antonietta Gnerre 
pubblicata su saperincampania

segui il link
http://archivio.saperincampania.it/giornale-Tra-terra-e-cielo-la-poesia-di-Antonietta-Gnerre

e riproposta su farapoesia
http://farapoesia.blogspot.it/2013/02/tra-terra-e-cielo-la-poesia-di.html

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Fiori di vetro. Restauri di solitudine è il titolo di una precedente raccolta di Antonietta Gnerre (Fara Editore, Sant’Arcangelo di Romagna, Rimini 2007), ma è un’utile cifra per introdurre alla sua più recente plaquette intitolata Pigmenti (Edizioni L’Arca Felice, Salerno 2010).
Il titolo precedente dà l’idea infatti di una “fragilità” che non è debolezza ma “delicatezza” (quello che alcuni dizionari danno come infatti primo sinonimo), che è la caratteristica e del contenuto e della scrittura di questa poesia. Alessandro Ramberti, introducendo quella precedente raccolta, parlava infatti di haiku. E si può aggiungere chehaiku erano “nascosti” anche in testi lunghi, nel senso che se ne potevano estrarre lacerti che avessero queste caratteristiche, e il testo stesso nell’insieme appariva come una collana di haiku.
 
Aspetti che senza dubbio ritroviamo anche in Pigmenti, ma con un irrobustimento nel dettato pur nella delicatezza (delicatezza ribadita anche nel comunicato che accompagna questa plaquette, comunicato anonimo ma attribuibile a Mario Fresa che dirige la collana de L’Arca Felice), una densità ulteriore che si fa icasticità. Citiamo, per ridare anche questo soffio delicato d’oriente: “la tua lacrima / avvolge gli ikebana / che dormono”.
  
Anche il sottotitolo del volume precedente può essere utile come sottotraccia per la lettura di questi nuovi versi: restauri di solitudine, ricordiamo. Cioè un’atmosfera intimista e di auto-interrogazione. Leggiamo infatti in Pigmenti: “Nel camminare mi guardo / dentro”. Ma il viaggio della vita, questo cammino pur personale, non è autoreferenziale. Il “restauro di solitudine” può anche intendersi, ambiguamente, come “restauro dalla solitudine” e quindi come apertura, ri-apertura all’altro: “Dall’aria di un sogno / viaggio in treno / sulla ferrovia / delle tue mani”. Il riferimento al sogno dà poi anche l’idea del carattere talvolta visionario di questa poesia. Un carattere visionario che non è astrazione (nel senso anche concettuale, filosofico) da questo mondo: “Eppure, sento, che non hanno riparo / queste mie pene. Nascono dalla / tua materia, per restare sul rigo / di un grande motore umano. / La mia carne”.
  
Un aspetto umano, troppo umano che si completa poi nell’afflato con la natura. Già la Poesia viene qui definita come “Un pensiero / che unisce / la mia voce / sul colore di una / foglia”, in una sintetica dichiarazione di poetica.
  
Natura intesa cosmicamente come universo, in una mistica unione con Dio (“c’era Dio nella goccia che accarezzava il tuo viso”): laddove il Dio del monoteismo del quale Antonietta si è occupata anche come studiosa, oltre che come credente, non è in contrasto con una qualche forma di panteismo, se poi anche per il cristianesimo Dio è in ogni luogo. Ma natura anche come luogo e luoghi geograficamente determinati, laddove però micro e macrocosmo pure si fondono: “Irpinia, mia sventura e mia sopravvivenza / terra del mio sangue, verde e cosmica / infinita fino a schiacciarmi”; così come nella raccolta precedente una poesia era dedicata a Prata, cioè a Prata di Principato Ultra, per l’appunto in Irpinia: “Prata ti porto nel cuore nel grano delle danze / future col diadema della mia alba percorro / i perimetri le cupole dei tuoi rami con l’illusione / d’amarti solo io”.
  
La terra è dunque la madre-terra, e alla madre è dedicata l’ultima poesia qui raccolta, un recupero memoriale del Natale da sottrarre alle “cianfrusaglie dell’apparenza”, e in Fiori di vetro, a suggellare più in profondità, e più a ritroso nei tempi, il legame con questa terra, compare anche la nonna, la Grande Madre come si direbbe in altre lingue, alla quale dice: “Oggi sei la sentinella che ci accompagna / nella terra della fede con i piedi fasciati / dalle tue preghiere ascoltiamo i messaggi dell’amore”. Le poesie dedicate più direttamente alla propria terra, alla natura nella sua concretezza, e alle madri da cui ventri si discende, si dilatano oltre le forme dell’haiku, espandendosi in versi più lunghi e numerosi, come se lo spirito volesse poi farsi carne e in essa, attraverso essa, riconoscersi. Che è il mistero cristiano nel quale profondamente Antonietta crede senza chiusure confessionali ma nella tensione di un discorso interreligioso e interculturale. Che significa poi sentirsi tutti rami di un unico albero, immagine fondamentale in questa poesia: e la riproduzione di un olio di Raffaele Della Fera, raffigurante un nodoso albero che sorge da un mosso mare d’erbe (che ha qualcosa – pur spoglio e diverso per realizzazione, del Pino nei pressi di Aix di Cezanne), accompagna questa plaquette coloristicamente, e essenzialmente, intitolata Pigmenti.
  

Ma qui mi taccio per non incrinare, con le parole spurie della critica, il nitore cristallino di questi versi di vetro.