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Affinché la tecnica sia davvero mezzo e non fine

venerdì 29 dicembre 2017




ne I balzi rossi recensione di Nel guscio di Ian McEwan

"Tutto il resto è caos" (p. 173) sentenzia al momento della nascita il protagonista 'ventriloquo' - nel senso che lo abbiamo sentiamo parlare, o perlomeno pensare, finallora dall'interno del ventre materno: Nel guscio, appunto, come s'intitola questo funambolico romanzo dello scrittore inglese Ian McEwan ("Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna" è l'esordio a p. 3). Funambolico verbalmente, con un'esercizio di scrittura ...

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 https://ibalzirossi.blogspot.it/2017/12/ian-mcewan-nel-guscio-2017.html

giovedì 28 dicembre 2017

da Ian McEwan - una citazione




Vivere confinati in un guscio di noce, vedere il mondo in due pollici di avorio, in un granello di sabbia. Perché no, quando la letteratura tutta, e l'arte, e ogni impresa umana altro non sono che puntini nell'universo del possibile? Quando l'universo stesso potrebbe rivelarsi un puntino in una moltitudine di universali reali e possibili?

Ian McEwan, Nel guscio, tr. it. di Susanna Basso,
 Einaudi 2017, p. 56



mercoledì 27 dicembre 2017

E. Rega sulla poesia di M. Bàino in Poetarumsilva





Mariano Bàino, come scrive Andrea Cortellessa in quarta di copertina di Prova d’inchiostro e altri sonetti, Nino Aragno Editore, 2017, era nel Gruppo ’93 – del quale ha fatto parte, dirigendo tra l’altro la rivista “Baldus” con Biagio Cepollaro e Lello Voce –, «l’anima più colta e ludica, la più acrobatica e pure, però, la più melanconica.» Cifra quest’ultima che resta – sempre Cortellessa – caratterizzante ancora oggi.

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https://poetarumsilva.com/2017/12/19/prova-dinchiostro-e-altri-sonetti-mariano-baino-enzo-rega/

martedì 26 dicembre 2017

"La mascherata" di Moravia: Servitori e intellettuali





"Nulla da fare con i servitori," disse ansimando il Saverio mentre si arrampicavano su per l'angusta scaletta a chiocciola. E spiegò come ai servitori, a differenza dei contadini e degli operai, facesse completamente difetto la coscienza di classe. Essi erano, soggiunse, in una posizione molto simile a quella degli intellettuali. Infeudati cioè e parassiti della borghesia. Da un poeta o da uno staffiere non c'era, insomma, da aspettarsi nulla di buono: dal primo perché l'arte è sempre profondamente reazionaria e conservatrice, dal secondo perché servire vuol dire tradire. Ma in una rivoluzione si può ancora trarre qualche utilità dagli intellettuali per fare opera di propaganda; i servitori invece non soltanto sono inutili ma anche dannosi; epperò  vanno stroncati senza pietà. Sono i servitori che nelle rivoluzioni disonorano la causa per cui pretendono di militare con atrocità e infami rappresaglie esercitate ai danni dei loro antichi padroni. Dai ranghi dei servitori potevano venire fuori dei carnefici, non degli apostoli. Così il Saverio si vendicava delle manopole di cui l'avevano tempestato le ragazze nella stanza da stiro.

Alberto Moravia, La mascherata, 1941, I edizione "I Grandi Tascabili", Bompiani 1997, pp. 114-115


domenica 24 dicembre 2017

Trilussa - Er presepio

Er presepio


Ve ringrazio de core, brava gente,
pé 'sti presepi che me preparate,
ma che li fate a fa? Si poi v'odiate,
si de st'amore non capite gnente...

Pé st'amore sò nato e ce sò morto,
da secoli lo spargo dalla croce,
ma la parola mia pare 'na voce
sperduta ner deserto, senza ascolto.

La gente fa er presepe e nun me sente;
cerca sempre de fallo più sfarzoso,
però cià er core freddo e indifferente
e nun capisce che senza l'amore
è cianfrusaja che nun cià valore.

TRILUSSA

da PensieriParole

mercoledì 20 dicembre 2017

da Paul Auster, una citazione




... quando una persona è abbastanza fortunata da vivere all'interno di una storia, da vivere in un mondo immaginario, i dolori di questo mondo svaniscono. Perché fino a quando la storia continua, la realtà non esiste più.


Paul Auster, Follie di Brooklin, Einaudi, 2005, p. 135 (tr. it. di Massimo Bocchiola)

martedì 12 dicembre 2017

LUIGI PIRANDELLO - Ricordi di un lettore




Luigi Pirandello
(Girgenti, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936)

   Era l'anno scolastico 1972-73, quarta ginnasiale (ovvero, primo anno del liceo classico). Entra in classe un professore di lettere, il responsabile della Biblioteca scolastica. Regge come può un certo numero di libri, che posa sulla cattedra dopo aver salutato il collega. (Era quell'aula a piano terra, nel cortile del Comune, senza riscaldamento). Il prof. non ha il tempo di invitare a prendere in prestito un volume da leggere, che in tanti scattano e si accaparrano i pochi disponibili. Io rimango senza, ma in seconda o terza battuta posso usufruire del libro conquistato da uno dei compagni a me più vicini: un volumetto giallino della PBM, la Piccola Biblioteca Mondadori, che raccoglie Vestire gli ignudi (1922) e L'uomo dal fiore in bocca (1922) di Luigi Pirandello. Il mio primo incontro con lo scrittore siciliano, e uno dei primi libri "da grande" che leggo, tanto che non compare nemmeno nell'elenco dei "Libri letti", che inizia l'11 giugno 1973 con un libro di Sciascia.
   Pirandello è dunque per me il capostipite dei tanti scrittori che seguiranno, e un autore centrale nella mia formazione anche se - a differenza di altri - non ne leggerò tantissimi libri, almeno non concentrati in periodi particolari. Eppure, lui e la sua concezione  - il suo "relativismo" psicologico e gnoseologico - saranno per me riferimento continuo. All'esame di maturità scelgo la traccia che lo riguarda e che posso svolgere solo perchè avevo letto già suoi libri: il nostro programma di italiano non era arrivato fino a lui, e si era fermato a un altro siciano, il catanese Giovanni Verga, scelto invece da me come argomento "a piacere" per l'inizio del colloquio orale. La mia maturità - la maturità di un napoletano nato a Genova - si gioca sul terreno della Sicilia - e su quello tedesco per il colloquio di filosofia, tra Kant ed Hegel e alcuni "minori".
   Ma Pirandello. Forse al ginnasio ne avevamo letto comunque qualche brano antologico: non posso più affermarlo con sicurezza, forse da Il fu Mattia Pascal del 1904. Anzi, di sicuro ne avevo letto io almeno, per conto mio, un brano da questo suo più celebre romanzo grazie all'antologia del biennio Best-sellers del 900 (Giuseppe Galleno, Sansoni 1972), che corredava i passi con una nota introduttiva generale e per le pagine proposte. Da qui veniva dunque una mia conoscenza dell'autore. Ma ora che scrivo si arpionano i ricordi e mi pare di sentire le parole - pur non dintinguendole adesso nella mente, non cogliendone cioè il contenuto - con le quali ci commentava il brano il professore di lettere che ci avrebbe parlato di Moravia, Pavese e chissà di quant'altri. Ed ecco allora la lettura integrale del Fu Mattia Pascal, tra il 4 e l'11 giugno 1974. Il volume l'aveva acquistato mio padre su mia richiesta, credo insieme a Il castello di Kafka. Mio padre borbottava quando gli chiedevo di comprarmi dei libri, ma questa volta ne aveva presi ben due dalla lista che gli avevo dato: "costavano poco", mi aveva detto. Erano edizioni Oscar Mondadori: quei volumetti con cospicui apparati introduttivi e con una piccola antologia della critica. Da qui mi si squadernava davanti l'emblematica visione pirandelliana della realtà, questo gioco di specchi tra coscienze che si appannano tra loro nella reciproca incomunicabilità, rendendo sfuggente la comprensione stessa del mondo; la crisi dell'io; l'ipocrisia della propria recita di fronte alla naschera imposta dalle convenzioni sociali. Un connubio tra psicologia e sociologia; e - accanto a letteratura e filosofia - i nomi di queste discipline baluginavano davanti agli occhi già miopi dello studente ginnasiale. Non voglio qui ridurre a psicologismo o sociologismo il pirandellismo per non suscitare ire di pirandellisti. In quei primi anni Settanta il letterario veniva percepito attraverso il sociale o evocava rimandi al sociale. Ma non è di questo che voglio parlare ora. Senza dubbio, invece, il pirandellismo mi s'imponeva come una verità della non-verità dell'umano.
 E la triade Uno, nessuno e centomila mi s'imponeva così ancora prima della lettura del romanzo del 1926 fatta più tardivamente, dal 27 febbraio all'11 marzo 1990, ormai da qualche anno insegnante nel Nord Italia. Mi sorprendeva allora l'andamento più saggistico-filosofico che prettamente narrativo del romanzo, più apertamente "a tesi" - tesi che appunto avevo conosciuto nell'apprendistato pirandelliano che, in quanto a lettura, aveva annoverato nel frattempo anche i tre drammi Il berretto a sonagli, La giara  e Il piacere dell'onestà letti nel gennaio 1981, in piena università: tre testi diversi tra loro ma tutti del 1917 e raccolti in un unico Oscar Mondadori, il cui apparato introduttivo doveva dare altro materiale conoscitivo, seppure in sintesi, sullo scrittore e drammaturgo siciliano. La giara, di sicuro, l'ho letta anche in forma di racconto - non posso più dire se prima o dopo di quel gennaio universitario.
   Altri racconti, e testi teatrali, e romanzi, ho letto ancora qua e là, non più registrati, perché il mio elenco di "libri letti" si è fermato poi al 22 agosto 1994. E così non vi compaiono I quaderni di Serafino Gubbio operatore (1925) letti solo in questo 2017, un ritratto del nascente mondo del cinema le cui mistificazioni ben si prestano a entrare nella carne delle tematiche pirandelliane: la finzione sulla scena che poi doveva apparire realtà allo spettatore, il meccanicismo e l'artificio come di più fornito dalla tecnologia per cui la mano di Serafino che gira la manovella e il suo occhio non sono che un dispositivo ulteriore della cinepresa, tanto che alla fine si consuma un delitto vero e uno degli attori viene sbranato dalla tigre di scena, ma Serafino continua imperterrito a muovere la mano e a riprendere: anticipazione dell'attuale società delle immagini e dei social nella quale tanti serafini-gubbi diventano solo una mano che regge lo smartphone impegnato a riprendere gli accadimenti più crudi senza che ciò che avviene davanti all'obiettivo tocchi le emozioni dell'operatore.
   Il cinema nel romanzo in Pirandello, uno dei primi romanzi a parlare della settima arte anche se con un cipiglio critico. Ma ecco anche il teatro nel teatro in uno dei più celebri drammi, i Sei personaggi in cerca d'autore, la cui violenza si celebra nel confronto tra i personaggi che  - nella finzione - sono i veri protagonisti saliti sulla scena a reclamare attenzione da parte del regista per la propria storia, che poi appunto rappresenteranno sé stessi perché nessuno dei veri attori si mostrerà all'altezza del compito. Teatro nel teatro, perchè, quando i sei (poi sette) personaggi irrompono sulla scena cercando il proprio autore, si stavano tenendo le prove de Il giuoco delle parti, titolo e dramma emblematico che diventa espressione proverbiale. C'è una sottotraccia popolare di Pirandello nella cultura contemporanea, probabilmente anche al di là dei lettori forti e degli aficionados veri e propri. Una fortuna popolare oltre che strettamente letteraria. Quando nell'estate 1977, dopo la maturità, mi trovai per la prima volta all'estero, per le strade di Bruxelles potei vedere manifesti che annunciavano la messa in scena di un suo testo teatrale - non ricordo più quale. Il giovane neodiplomato doveva avere un moto d'orgoglio perché quel nome nazionale - tra l'altro protagonista della proria performance scritta agli esami appena conclusi - veniva proposto con grande rilievo nelle strade di un altro Paese.
   Ma i Sei personaggi dicevo: inizialmente non letto, ma visto alla televisione in bianco e nero degli anni Settanta, in quella prosa del venerdì allora offerta da uno dei due canali nazionali. Forse anche qualche altro dramma pirandelliano potei vedere allora in televisione, ma vatti più a ricordare quale.
   Un forte impatto doveva avere anche il Kaos (1984) dei Taviani visto al cinema al momento della sua uscita e che proponeva sei novelle di Pirandello (due racchiuse e ricucite in un solo episodio). E solo pochi anni fa ne dovevo vedere la continuazione, quel Tu ridi (1998) che ha avuto meno risonanza. A ridosso di questa visione mi sono anadato a leggere, o rileggere, tutti i racconti utilizzati dai fratelli Taviani, ripescandoli nei volumi delle Novelle per un anno. A proposito di cinema, relativamente recente è stata la visione del film Le due vite di Mattia Pascal  che Mario Monicelli ha tratto nel 1985 dal romanzo di Pirandello con Marcello Mastroianni nella parte di Mattia Pascal che diventa adriano Meis. Ecco, ora che digito anche il nome che Pascal assume pensando di poter inventarsi con il nome una nuova vita, mi diventa più chiaro e distinto nella mente il ricordo di quando studiammo il brano o i brani dell'opera a scuola: l'impossibilità di esistere davvero in un altro modo e in altro mondo, ridotto a fantasma senza consistenza anagrafica: Adriano Meis non può sposarsi perché non esiste, così come non esiste il Fauchelevent che vuole far sposare la figlia adottiva Cosette, perché Fauchelevent altri non è che la controfigura del Jean Valjean de I miserabili di Hugo. Ecco, ora ricordo - scrivendo - il momento in cui, in classe, leggiamo (qualcuno legge e altri ascoltano) della messa in scena del suicidio di Adriano Meis che lascia cappello, bastone e un biglietto sul muretto di un ponte romano. E ritornato al suo paese non pèuò neanche più riassumere la propria identità e riprendersi la moglie che ora sta con un altro. Non può che essere il fu Mattia Pascal che fa visita alla propria tomba.
   Rimane un cruccio. Quel I vecchi e i giovani cominciato e lasciato per strada, nonostante certe affinità con L'imperio di Federico De Roberto, e la politica postunitaria che mi interessavano proprio quando avevo intrapreso la lettura del libro che Pirandello aveva pubblicato nel 1913.
   Ma rimedierò.
   Così come bisognerà rileggere L'umorismo del 1908. Di cui qui non parlo, perchè questo non è un saggio su Pirandello - non potrei scriverlo - (però non resisto alla tentazione di verificarne la data e segnarla), ma la rivisitazione del mio incontro, dei miei incontri con lui, con un pezzo di storia della letteratura italiana, con un frammento prismatico di realtà.
   Ma posso aggiungere un ulteriore ricordo, che m'era sfuggito? Seconda metà anni Ottanta, corte del castello Lancelloti di Lauro, in bassa Irpinia. Il compianto Bruno Cirino rappresenta Liolà, il dramma del 1916 che fa da congiunzione tra il primo teatro siciliano e la fase più matura. Un'esperienza indimenticabile, con Cirino, che però stavo dimenticando...

Enzo Rega


giovedì 30 novembre 2017

Il compleanno di Moravia. Ricordi di un lettore


Alberto Moravia nel ritratto della sorella Adriana Pincherle, 1978


Il 28 novembre 2017 fanno centodieci anni dalla nascita di Alberto Moravia, nato Pincherle, da padre di origine ebraiche. Un compleanno un po' in sordina, anche se qua e là è uscito qualcos'altro di suo, come le lettere a Elsa Morante.
Eppure quando di anni Moravia ne faceva settanta - per fare un esempio -, e si era nel 1977, senza dubbio lo scrittore romano era un punto di riferimento nella vita culturale, letteraria, e anche politica in senso lato, di quegli anni. Quel porsi alla confluenza di psicoanalisi - con l'importanza data alla sessualità (in quegli anni circolavano molto anche le idee di Wilhelm Reich sulla Rivoluzione sessuale), di marxismo (per le critiche alla società borghese) e cattolicesimo (Moravia veniva considerato anche scrittore "cattolico") intrigava chi, un ragazzo, usciva dal liceo in quel fatidico '77 (il movimento, il processo 7 aprile, il convegno a Bologna sulla repressione), per cominciare l'università, tra tumulti che in realtà andavano spegnendosi in assemblee e "occupazioni simboliche" (cioè, facoltà bloccate senza che per forza qualcuno vi rimanesse a dormire). Era il Moravia (con altri) di "Né con lo Stato né con le BR", era l'anno tra l'uscita della raccolta di racconti intitolata Boh - apparsa nel 1976 e che era stato il primo suo libro che io acquistassi fresco di stampa - e il romanzo La vita interiore del 1978, letto in prestito. I racconti di Boh, scritti in prima persona femminile, m'erano sembrati rigorosi benché - o proprio perché - costruiti tutti su una stessa impalcatura, con una tesi teorica iniziale e uno sviluppo narrativo nella scabra, razionalistica e anche volutamente disadorna scrittura di Moravia: quel tono infranto solo nella prosa più colorita dei Racconti romani (usciti nel 1954), letti poco più in là, in anni universitari, e anche de La ciociara (1957), della quale avevo visto prima la versione cinematografica che un grande De Sica ne aveva tratto nel 1960, con una altrettanto grande Loren, ma anche un misurato e calibrato Jean-Paul Belmond. Non avevo acquistato invece Al cinema, il volume del 1975 che raccoglieva 148 recensioni di film, molte delle quali ero andato leggendo - giovane liceale - sulle pagine de "L'Espresso", nella rubrica dallo stesso titolo. Il mio sguardo cinematografico s'era andato formando anche grazie a quello di Moravia, ma adesso è difficile recuperare nella memoria la trepidazione con la quale si apriva il periodico, per trovarvi la rubrica cinematografica moraviana, e non solo quella.
 Mi sto muovendo a ridosso degli anni che vanno dalla seconda metà degli anni Settanta. Allora, un passo indietro: all'esame di maturità - tra Verga e altre cose - cito Gli indifferenti di Moravia affermando - ora forse sarei più cauto - che già nel 1929 anticipavano la stagione del neorealismo, anche se forse quella loro impostazione teatrale, con capitoli che si staccano come scene a teatro (e così anche per il successivo, più 'pesante' e involuto Le ambizioni sbagliate che ho letto solo da pochissimo) potrebbe portarci lontano dal neorealismo: ma l'attenzione per certi particolari e la critica della borghesia (ossessione moraviana) ci possono riportare nuovamente da quelle parti. Ma che importano le etichette: di sicuro era qualcosa di nuovo nella letteratura italiana. 
Allora, tornando all'università - tra Mezzocannone e il Rettifilo a Napoli - va detto che anche tra noi matricole di filosofia lo scrittore romano appariva riferimento imprenscindibile pure per gli elzeviri sui quotidani: ci servivano quei suoi ragionamenti sulla realtà, quello che poi sarebbe confluito nel volume Impegno controvoglia del 1980, del quale l'autore stesso aveva parlato in televisione, e che io  però allora non avevo acquistato. Un titolo che pure mi aveva colpito, così lontano - il titolo e l'autore - da quel Passione e ideologia di Pasolini: eppure i due erano amici. E come non ricordare, in una sera ventosa - almeno io rammento così la scena, e non voglio andare a verificare comodamente in un filmato sulla Rete - le parole di Moravia ai funerali di Pasolini. Anche qui cito a memoria: è stato assassinato un poeta, e nasce un solo poeta in un secolo. La televisione dicevo. Anche davanti alla telecamera, con il suo accento romano, e la voce roca ma anche un po' stridula - la ricordo ossimoricamente così - snocciolava i suoi lucidi ragionamenti che invogliavano a pensare, a continuare a pensare, oltre lui, magari anche contro di lui, o almeno diversamente da lui. Quello che voglio dire è che s'imparava un metodo. E ora - che non esistono più quelle passioni - non voglio sapere se quella passione per la sua opera e quella venerazione per l'intellettuale fossero bene o mal riposte. Oggi si gioca a smontare tanti miti - e non è neanche questione di miti, ma non so dire cosa.
Ma quando ho cominciato a leggere Moravia? Innanzitutto ce ne parlava al ginnasio lo stesso professore che ci parlava di Pavese, e di altri. La prima cosa sua che ho letto dovrebbe essere, al ginnasio appunto, un brano tratto da Agostino, il breve romanzo edipico-psicoanalitico apparso nel 1943 (il suo quarto romanzo), presentato sotto il titolo redazionale Il fumo dagli occhi: l'incontro al mare tra il borghese Agostino e i ragazzi del popolo. E Agostino è stato il secondo libro che ho letto di Moravia dopo il volume Racconti ripubblicato da Garzanti e letto tra il primo e il 12 dicembre 1974. Un occhio in copertina che appare al giovane lettore quello dello scrittore che scruta il mondo per metterlo poi nelle pagine che hai in mano. E in quarta di copertina una nota che presenta Moravia come il maestro anche degli allora nuovi scrittori francesi: quando nell'immediato dopoguerra Moravia torna per la prima volta in Francia - così informa la nota - Jean Paulhan l'accoglie chiedendogli "Cosa è venuto a fare qui? A trovare i suoi allievi?" La nota stessa cominciava con una citazione da Giacomo Debenedetti, allora sconosciuto al ginnasiale di provincia; "Davanti a un Moravia, inequivocabilmente nato per narrare, cade ogni preoccupazione di problemi sulla cosiddetta arte del romanzo", parole scritte recensendo una raccolta di racconti del 1937, probabilmente L'imbroglio che recava come sottotitolo Cinque romanzi brevi, in realtà piuttosto racconti lunghi ai quali era però possibile trasferire l'affermazione di Debenedetti sull'arte moraviana del romanzo. La mia edizione Garzanti del 1973 (da poco uscita al tempo della mia lettura) di questi racconti era in realtà la ristampa del volume Bompiani 1952 - che non va confuso con I racconti in due volumi dello stesso 1952 e vincitore allo Strega di quell'anno.
Sono dettagli che interessano solo al lettore che ricostruisce la propria storia che annovera come tappa successiva il romanzo La disubbidienza del 1948 che fa il paio con Agostino per quanto riguarda la giovane età del protagonista, qui Luca, antesignano dei futuri contestatori la cui contrapposizione al mondo degli adulti si sfoga nella distruzione del denaro; un libro letto dal 24 luglio al 6 settembte del 1975 poco dopo I fratelli Karamazov: e sappiamo quanto importante sia stato Dostoevslij per Moravia, precoce lettore e precocissimo scrittore (aveva solo 21 anni quanno usciva il suo primo romanzo). E poi tra il giugno e gli inizi del luglio 1976 si compiva la lettura dei racconti di Boh, questi acquistati all'uscita in una piccola libreria di Nola: in realtà fatta acquistare dal padre, mentre i Racconti erano stati personalmente scovati, per caso, in una cartolibreria di qui, di Palma Campania, in una rastrelliera che esponeva la collana de I Garzanti, spesso compulsata per trarne fuori anche La paga del soldato di Faulkner o Figli e amanti di Lawrence, ma questa nell'allora neonata collana de I grandi libri Garzanti. A seguire, di Moravia, vengono i saggi de L'uomo come fine, presi nella Biblioteca civica locale e letti tra fine del 1977 e inizio del 1988, ma anticipando alcuni saggi al giugno 1977, in preparazione del già menzionato esame di maturità, per il quale servirono i passaggi su Monaldo Leopardi e sui Promessi sposi quale romanzo ideologico da "realismo cattolico" alla stregua del "realismo socialista". Mi doveva colpire, tra le altre cose, il saggio che distingueva in qualche modo - cito a memoria - tra razionalità e ragionevolezza umana: nel caso della costruzione di una strada, la razionalità vuole che si scelga il percorso più breve tra A e B, a costo di radere al suolo case, coltivazioni o quant'altro; la ragionevolezza umana (umanista) accetta invece la deviazione che salvaguarda le cose umane.
Seguiranno via via gli altri libri: La vita interiore, al momento della sua uscita (così esplicitamente centrato sulla questione sessuale da rasentare, per qualcuno, la pornografia), dal 15 al 18 luglio 1978, Gli indifferenti dal 19 al 22 luglio, i Racconti romani - regalo di compleanno da parte di Gerardo Santella per i miei venti anni (venti anni!) -, letti dal giorno successivo del compleanno, e cioè dal 17 agosto al 27 agosto 1978. E ancora La bella vita (il primo libro di racconti del 1935) in prestito, poco dopo nel settembre di quell'anno.
La mia formazione moraviana era avvenuta, se poi da quell'anno salto al 1983 per la lettura di 1934 (io lo prendo nell'edizione Euroclub). Mi piace il primo capitolo, ma mi deludono gli altri capitolo, così come gli altri libri che seguono, un Moravia minore che la critica continua a osannare parlando sempre di ennesimo capolavoro. Nel frattempo, recupero le altre opere precedenti, come La noia (risposta italiana a La nausea di Jean-Paul Sartre), e - cito a caso - Il disprezzo, Il conformista (con la visione dei relativi film) ecc.
Un particolare: quando volevo riprendere a scrivere, dopo un'interruzione, sentivo il bisogno di leggere un nuovo Moravia, o riprendere Pavese.
Un altro rito: nei miei viaggi da Nord a Sud, con scalo a Roma, prendevo ritualmente un libro di Moravia che non avevo ancora alla Stazione Termini, quella della sua città. Perché? Non so. Dei riti non si sa sempre - forse mai - spiegare la ragione. Il rito, si sa, comunque, rivive il mito.

(Mitico nel ricordo: i Racconti di Moravia li andavo leggendo sul balcone di casa mia, di fronte alla collina che sta dirimpetto alla casa, tra i vasi delle piante; ecco, mentre leggo, un petalo di geranio cade sulle pagine aperte del libro di Moravia).

martedì 28 novembre 2017

Il Blog I BALZI ROSSI





Ho dato vita a un nuovo Blog, I balzi rossi, che nelle intenzioni dovrebbe essere più mirato ad articoli e pezzi critici relativi alle arti e alle scienze umane, rispetto a questo che è un po' un calderone.Saranno mie analisi critiche, ma anche - quando se ne darà occasione - il blog ospiterà pezzi a firme diverse.

Queste sono le nuove coordinate, in riferimento al primo editoriale con cui apro questa nuova mia avventura personale online:



giovedì 23 novembre 2017

La poesia di Costanzo Ioni a Candida (Avellino)


La rassegna “Librazioni” inaugura il suo quinto ciclo: le Associazioni Culturali “Pabulum” e “Logopea” presentano sabato 25 novembre p.v. “Stive” (Guida Editore 2017), il volume di poesia di Costanzo Ioni, esponente attivo dell’intellighentia napoletana. Luogo dell’evento, che si aprirà alle ore 17:30, la Sala Convegni di “Tenute Casoli” a Candida (AV). Condurrà la serata Armando Saveriano e relazioneranno i critici Prof. Enzo Rega e Prof. Gerardo Santella.
Le letture saranno a cura del poeta-attore Davide Cuorvo e dell’autore. “Stive” rappresenta il ritorno all’edito da parte di Ioni, dopo una protratta assenza a favore di un periodo meditativo e di concentrazione sull’analisi e le mutazioni del linguaggio. Ioni è stato legato al Gruppo 93, insieme ai più insigni rappresentanti di una corrente poetica che si concentrava sulle contaminazioni anticonvenzionali, trasgressive e innovative di un linguaggio insofferente rispetto al ristagno della tradizione. Il Gruppo 93 tornava a quello “spazio di conflitti” che aveva caratterizzato tempi, fortune e polemiche di avanguardie e neoavanguardie. Il Gruppo 93 capovolgeva il numero 6 del celebre Gruppo 63.
Le identità che affiancavano Ioni appartenevano a Gabriele Frasca, Mariano Baino, Lorenzo Durante, Biagio Cepollaro, Lello Voce. Costanzo Ioni ha animato e anima diversi momenti di aggregazione pubblica, attraverso accorsate rassegne come “Veduta Leopardi”. L’evento avrà la direzione artistica di Armando Saveriano e Davide Cuorvo; la consulenza artistica sarà a cura della biologa nutrizionista, la dott.ssa Katya Tarantino. La serata sarà allietata da una finale degustazione di prodotti tipici offerti da Tenute Casoli, Locanda La Molara e dalle aziende Argenziano, La Malvizza, La Beatrice e La Perla.

martedì 7 novembre 2017

Ugo Piscopo su "Liberi di dire" (2^ serie) di Carlangelo Mauro

Recensione di Ugo Piscopo su “Critica letteraria” (Loffredo), dir. Da Raffaele Giglio, n. 177,

Carlangelo Mauro
 Liberi di dire. Saggi sui poeti contemporanei
 Avellino, Sinestesie, 2017, pp. 286



Carlangelo Mauro, accreditato studioso di letteratura italiana moderna e contemporanea soprattutto sul versante poetico, dà un seguito al primo volume col medesimo titolo, pubblicato dalla medesima casa, e ne svolge, integra e allarga i reticoli di analisi e di sistemazione critica della poesia italiana contemporanea.
La maggiore e più significativa novità, che introduce questo secondo libro non solo rispetto al precedente, ma anche sull’orizzonte complessivo degli scandagli critici a livello nazionale, è la scommessa sull’importanza e sulla consistenza della produzione e delle proiezioni di gusto, di sensibilità e di creatività della poesia a Napoli e nel Sud oggi: su quattordici autori esaminati, nove sono di quest’area geografica, sollecitati (in maniera esplicita o implicita) nel loro immaginario dai rapporti con la terra di provenienza e con i suoi linguaggi.
Oggettivamente, questo nuovo lavoro di Mauro, senza farne dichiarazione, per un forte senso di pudore, ma facendo parlare i risultati e le prospettive degli autori, delinea in controluce un’effervescente e persuasiva situazione della letteratura e della poesia nel Mezzogiorno, sul cui conto circolavano e circolano come gettoni di uso giudizi sommari e preconcetti, secondo cui la nostra letteratura nel Sud degli ultimi decenni del secolo scorso e dei primi due – ammesso che si possa dire – del XXI secolo sia una piccola, povera, mortificata cosa, se considerata sullo scenario nazionale.
Più complessivamente, poi, la prospettiva, che è questa volta dichiarata, è quella dello scandaglio di una vicenda che riguarda anche il Sud, ma entro una situazione più ampia: il dialogo tormentato nella poiesi di questi anni di consonanza e di dissonanza dalla neoavanguardia, dall’epigonismo, dalle grandi narrazioni unilineari e ottimistiche di un nuovo sempre più nuovo all’infinito.
Nel libro gli autori non meridionali sono Elio Pagliarani, Maurizio Cucchi, Giancarlo Pontiggia, Umberto Piersanti, Loretto Rafanelli.
Per quanto concerne i meridionali, non è possibile, per l’economia della nota, soffermarsi dettagliatamente su tutti e nove gli autori analizzati da Mauro, ma ci si può velocemente affacciare su alcune situazioni.
Su quella, innanzitutto, di Antonio Spagnuolo, che appartiene alla generazione dei nati negli anni Trenta, e, dopo aver fondato la rivista «Prospettive culturali», è attualmente direttore di una collana editoriale per Kairòs. Autore di testi di poesia, di teatro, di narrativa, a molti dei quali sono stati attribuiti premi e sono stati dati riconoscimenti significativi da Saba ad Asor Rosa, si connota per strappi e spaesamenti della scrittura in omologia con le esperienze traumatiche e sconvolgenti del mondo di oggi.
Vengono, poi, scrutinate le ricerche suggestive e motivate da lucide e coerenti ragioni intellettuali, insieme con una scrittura lavorata al bulino, dei poeti delle generazioni successive. Come Luigi Fontanella, in ascolto della bouche d’ombre, come diceva Breton, e dei richiami dell’Altro. Come Sebastiano Aglieco, che disocculta il lontano nel vicino. Come Luigia Sorrentino, impegnata in tessiture aracnoidee di testi nel testo. Come Domenico Cipriano, preso dalle malie dell’appartenenza che chiama in causa la storia. Come Mario Fresa, assorto nelle trame delle analogie. Come Stelvio Di Spigno, attentissimo e coerente nel lavoro di spegnimento del sublime e dell’oratorio. Come Vincenzo Frungillo, che si ricollega a Pagliarani, ma per narrare in densità di rarefazioni.


Ugo Piscopo

lunedì 6 novembre 2017

MARIANO BÀINO A "LUCIS" - QUADRELLE (AVELLINO)

"BAINO A LUCIS" - INCONTRO CON IL POETA
MARIANO BÀINO NELLO STUDIO D'ARTE "LUCIS"

QUADRELLE (AVELLINO) Riprendono gli incontri culturali presso lo Studio d'Arte "Lucis" di Prisco de Vivo a Quadrelle (Avellino) in via Gramsci 42. Si tratta di appuntamenti ciclici organizzati dal Maestro Prisco de Vivo, pittore, scultore e poeta, nella sua Galleria d'Arte, con la collaborazione del Circolo Letterario Anastasiano di Giuseppe Vetromile, di altre associazioni territoriali e con il patrocinio del Comune di Quadrelle.
Gli incontri trattano argomenti di arte, di letteratura e in particolare di poesia, con lo scopo di interessare e mettere in giusto risalto autori, artisti e personalità dedite alla cultura in genere, e propagandare e diffondere le loro figure e le loro attività, creando momenti di approfondimento e di dialogo con il pubblico.
Ogni incontro sarà pertanto dedicato ad un Autore, con la presentazione di un suo libro o con l'illustrazione delle sue opere e dei suoi lavori, a cui potrà seguire un dibattito o altri interventi da parte dei presenti in sala.
Il prossimo incontro, intitolato "Bàino a Lucis", si svolgerà sabato 11 novembre alle ore 18.30 e avrà come ospite il poeta e scrittore Mariano Bàino. Sarà presentato il suo nuovo libro "Prova d'inchiostro e altri sonetti", Nino Aragno Editore; dopo i saluti e gli interventi degli ideatori della rassegna, Prisco de Vivo e Giuseppe Vetromile, i critici letterari Enzo Rega e Annibale Rainone si soffermeranno ampiamente su questo recente lavoro dell'illustre ospite, invitando poi il pubblico a proporre riflessioni e domande. Condurrà l'incontro lo stesso Prisco de Vivo.

Opere precedenti di Mariano Bàino
poesia
·         Camera iperbarica (Tam Tam, 1983)
·         Fax Giallo (Nola, Il Laboratorio, 1993, poi Rapallo, Zona, 2001, con una nota di Gabriele Frasca)
·         Ônne ‘e terra (Napoli, Pironti, 1994, poi Civitella in val di Chiana, Zona, 2003)
·         Pinocchio (moviole) (Lecce, Manni, 2000)
·         Sparigli marsigliesi (passar d'imago in mago fra i tarocchi)" (Nola, “Il Laboratorio”, 2002, poi Napoli, edizioni d'if, 2003)
·         Amarellimerick (Salerno, Oèdipus, 2003)

prosa 
·         Il mite e immite limite, in “Confini” (racconti di fine millennio), (Cava de' Tirreni, Avagliano, 1998)
·         Le anatre di ghiaccio (Napoli, l'ancora del mediterraneo, 2004)
·         L'uomo avanzato (Firenze, Le Lettere, 2008)
·         Dal rumore bianco (Napoli, Ad est dell'equatore, 2012)
·         In (nessuna) Patagonia (Napoli, Ad est dell'equatore, 2014)




domenica 22 ottobre 2017

PALMA CAMPANIA "Sopravvivere a Facebook" di L. Montanino e P. G. Santella




presentazione
LUIGI MONTANINO - PASQUALE GERARDO SANTELLA
SOPRAVVIVERE A FACEBOOK
Andrea Pacilli Editore 2017

intervengono

Luigi Montanino - autore / giornalista
Pasquale Gerardo Santella - autore / ex docente Unisa
Enzo Rega - docente Isis "Rosmini"


27 ottobre 2017 - ore 19
SALA TEATRALE
via Municipio - Palma Campania

lunedì 25 settembre 2017

Pirandello e il cinema - una citazione da "Serafino Gubbio"



"Scenografi, macchinisti, apparatori, falegnami, muratori e stuccatori, elettricisti, sarti e sarte, modiste, fiorai, tant'altri operai addetti alla calzoleria, alla cappelleria, all'armeria, ai magazzini della mobilia antica e moderna, al guardaroba, son tutti affaccendati, ma non sul serio e neppure per giuoco"

Luigi Pirandello, Quaderni di Serafino Gubbio operatore, 1925 (prima edizione con il titolo Si gira..., 1916)

Sul cinema come industria, ai suoi albori


giovedì 31 agosto 2017

CESARE PAVESE - Ricordi di un lettore

Il 27 agosto 1950 Cesare Pavese viene ritrovato suicida in  una camera dell'albergo Roma, in piazza Carlo Felice, a Torino. Nella prima pagina del suo libro da lui più amato, e più difficile, i Dialoghi con Leucò del 1947, ha lasciato un biglietto divenuto celebre: "Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi". Nelle pagine interne un altro biglietto, con altre tre frasi: una citazione dai Dialoghi, "L'uomo mortale, Leucò, non ha che questo d'immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia"; una dal proprio diario, "Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti"; e infine a concludere, socraticamente, "Ho cercato me stesso". Un gesto preannunciato già nel diario stesso, pubblicato nel 1952 (e che lessi nell'inverno 1981-82), con il titolo Il mestiere di vivere, alla data del 17 e del 18 agosto 1950: "Questo il consuntivo dell'anno non finito, che non finirò"; "Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più". Ultimissime parole del diario. E che utilizzai allora per chiudere un mio taccuino, indicando non la volontà di farla finita ma di girare - radicalmente - una pagina nella mia vita; anzi, chiudere un libro. E aprirne un altro.
Dunque, c'era di che farne un mito, di Pavese, e come a un mito negli anni adolescenziali mi accostai alla sua scrittura, mitizzando però più la scrittura che quel gesto, dai quali (scrittura e gesto) mi separavano ancora pochi anni. Pochi anni, quattordici, che sembravano tanti, quando la propria età, quindici anni e mezzo, superava di poco quell'intervallo. Il primo gennaio del 1974, in una fervida giornata di lettura, divoravo le poesie di Lavorare stanca, primo libro pubblicato da Pavese per Solaria di Firenze nel 1936 e poi riedito da Einaudi nel 1943 con l'aggiunta di nuove poesie (a Siracusa, intorno al 2007, dovevo trovare, nella mia terza o quarta vita, un'enoteca intestata a "Solaria", non solo per il sole di Sicilia, quanto e soprattutto per la rivista-editrice fiorentina). E suo primo libro che leggevo, tra le prime letture "adulte". Pavese mi era venuto incontro dall'antologia di testo e dalle parole di un professore. La scuola serve anche a questo. Forse. O, almeno, serviva. 
In Lavorare stanca l'ingenuità accorta dell'adolescente veniva colpita da quella venatura dialettale che tramava una lingua fortemente letteraria, facendola tremare, vibrare, risuonare ulteriormente, accostandosi poi alle cose, luoghi e persone. Un (neo)realismo espressionista - non usavo allora questa cifra combinata ma probabilmente solo il primo dei due elementi, qui sostantivo. Un mondo - letterario e di vita - che veniva confermato dalla lettura di pochissimo successiva, compiuta dall'8 al 28 febbraio di quello stesso 1974, de La bella estate uscita per Einaudi nel 1949 con i tre romanzi brevi La bella estate, Il diavolo sulle colline e Tra donne sole, dal quale ultimo Antonioni avrebbe tratto il film del 1955  Le amiche, che avrei visto per la prima volta sempre nei Settanta, trasalendo al riconoscimento dell'intreccio pavesiano. Intreccio che non è intreccio: le storie di Pavese mi sembravano scorrere come nella vita, senza necessità di una trama forte, e terminare così di colpo, senza finale, come gli episodi della vita. 
Ciò che a me colpiva positivamente, veniva stigmatizzato negativamente da un altro mio autore di quegli anni giovani, Alberto Moravia. In Pavese decadente, articolo del 1954 raccolto ne L'uomo come fine nel 1963, Moravia stronca il mito di Pavese, in fondo suo concorrente benché ormai scomparso, bollando come penoso Il mestiere di vivere, da lui appena letto, e sostenendo che la letteratura più letteraria è proprio quella che vuole essere antiletteraria. E Pavese - rincara Moravia - fa parlare le persone del popolo con la sua voce di uomo colto, con un uso del dialetto non conseguente, a differenza di un Verga, per esempio. che farebbe parlare il popolo come tale. Più che andare verso le cose, per Moravia Pavese ci dà una letteratura fortemente "stilizzata" e dunque "prefabbricata". Comunque, riconosce, superiore a quella degli epigoni che utilizzano il modello prefabbricato di Pavese perché lo scrittore piemontese "era uomo di gusto e di rigore intellettuale". Rigore che non gli impedisce di scivolare nell'irrazionalismo, altro capo di imputazione adoperato dal razionale, logico e loico Moravia. Ma la razionalità moraviana non ci costruisce ugualmente romanzi e racconti a tesi, e quindi anche in questo caso "prefabbricati"? Di Pavese, come di Hemingway (futuro mio mito da lì a poco), Moravia afferma che scrivano sempre lo stesso libro. E Moravia? Ma forse non ogni scrittore riscrive sempre se stesso. Pavese poi, come il Paolini, amico di Moravia e lo stesso tentato dal dialetto (friulano, romano), darebbe rimasto fino allamorte un eterno adolescente (come qualcuno pure afferma accostando lo scrittore piemontese e il poeta bolognese-friulano).
Al di là del merito della questione, il giovane lettore incomincia a imparare una cosa. Che gli scrittori non vanno d'accordo tra loro. Che un "grande" (o che perlomeno a noi appare tale) stronca un altro "grande" (o che noi viviamo come tale). E si pone una considerazione: i giudizi sono "oggettivi" o frutto di un gusto personale? Che il gusto agisca in misura se non determinante, almeno significativa, doveva "confermarlo" molti anni dopo un Heimito von Doderer, letto tra anni Ottanta e Novanta, in un passaggio dei suoi Demoni.
Tant'è. Continuai a leggere Pavese e Moravia, consapevole del ventaglio di possibilità che la letteratura mi metteva davanti. Per di più, una cosa che Moravia nello stesso articolo rimproverava a Pavese, il passaggio dal decadentismo al comunismo, doveva "influenzare" anche me. 
Ecco come stavano le cose. Io leggevo per amore della letteratura e - posso dirlo in riferimento a un fervore adolescenziale? - per la conoscenza della vita che ritenevo passasse attraverso la letteratura (o almeno la riflessione sul vivere). Ma mi accorgo, all'inizio con fastidio, che Pavese, che Calvino (avevo letto Marcovaldo tra i due libri di Pavese) in qualche modo avevano avuto a che fare con il partito comunista. Ecco il sillogismo: a) Io amo Pavese e Calvino; b) Pavese e Calvino sono comunisti; c) ergo, non posso non essere comunista anch'io. Ma anche Moravia, e altri si aggiravano nel campo delle sinistre: lo stesso Moravia dal Pci al Psi, e poi Sciascia, Pasolini... Dalla letteratura si prende così il traghetto per la politica che per un giovane degli anni Settanta diventa pervasiva, e non più reversibile.
Ma Pavese. Ecco finalmente (14-17 giugno 1974) la lettura de La luna e i falò pubblicato da Einaudi nel 1950 e che io lessi nell'edizione Oscar Mondadori del 1974: quei volumetti che si aprivano con la foto dell'autore (e quell'ovale di Pavese doveva accompagnarmi per anni), corredati da altre foto prima del testo, da una cronologia e da una biobibliografia. L'ultimo romanzo, con forti elementi autobiografici, con quel ritorno del protagonista a Gaminella dall'America  (quell'America che Pavese aveva viaggiato con le sue traduzioni): proprio quel passo avevo letto a scuola, e quel passo mi è diventato refrain quando, scrivendo dei libri degli altri, voglio caratterizzare un "ritorno" - è vero, con il tempo si è aggiunto anche il ritorno del Wanderer Hӧlderlin come archetipo interpretativo, quale tic esegetico.
La lettura di Pavese nel corso già degli anni liceali ha sgranato diversi suoi libri, riletti ai tempi dell'università e riacquistati poi in cofanetto con una diaspora di molti dei volumi acquistati originariamente. Ad esempio, la mia prima copia de La bella estate nella seconda metà degli anni Ottanta è andata a un mio amore parzialmente ricambiato. Perduti, l'amore e il libro. Altre copie a mia sorella, tradizionale destinataria dei miei "doppioni" in un desiderio di condivisione che continua negli anni.
Due ultime cose. 
La prima. Una rilettura che urge, quella dei Dialoghi con Leucò, letti un po' più tardi, dal 22 marzo al 6 marzo 1981, ormai nell'ultimo anno di università, e non più riaperti, se non per frettolose consultazioni. Anche se del rapporto di Pavese con il mito, non solo quello greco, ho letto nel carteggio tra lo scrittore con l'etnologo napoletano Ernesto De Martino che Bollati Boringhieri ha pubblicato sotto il titolo La collana viola. Lettere 1945-1950 e a cura di Pietro Angelini: la collana viola (ovvero "Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici" edita dal 1948 al 1956), cosiddetta dal colore della copertina, è quella curata da Pavese e De Martino per Einaudi e che ha permesso di far conoscere in Italia molti classici dell'antropologia. Anche in questo scambio epistolare emerge il carattere "irrazionale" (per tornare al giudizio di Moravia) dell'approccio culturale dello scrittore piemontese. All'antropologo che vorrebbe, scientificamente, premettere alle opere da pubblicare un'introduzione che contestualizzi libri il cui contenuto è, in una certa prospettiva - quella marxista - discutibile, il poeta ribatte invece che non servono presentazioni profilattiche ma le opere devono parlare da sole. (Per non parlare poi dei molti suoi saggi ancora non letti...).
La seconda. Di Pavese ho solo letto, ma non ho scritto mai, stavo per dire: dovrei quindi farlo. Ma è parzialmente vero. Proprio de La collana viola ho scritto, in un articolo apparso nei primi anni Novanta in "Quaderni radicali" e poi ripreso in un mio libro - il primo di saggistica - del 2001.
Da quei "dintorni" ripartire... E magari da un ritorno alla casa natale di Santo Stefano Belbo, dove passai - anche lì - agli inizi dei Novanta. Ma come Anguilla che non ritrova la Gaminella che ha lasciato, perché il tempo della realtà scorre implacabile rispetto alla memoria che se si muove lo fa nel proprio stesso perimetro contingentato, così potremmo ritrovare mutato ciò che abbiamo lasciato pur provvisoriamente. E c'è comunque un "eterno ritorno del mito", come  si potrebbe dire parafrasando Mircea Eliade, uno degli autori della mitica collana viola, seppure in epoca post-pavesiana.
Il mito ha i suoi luoghi, e i suoi riti che lo rinnovano.






sabato 12 agosto 2017

Il trionfo dell'opinione

Le opinioni personali pretendono di essere verità assolute. Gli studi scientifici sarebbero solo deliri di accademici prezzolati

Ai dati di Tito Boeri dell'Inps sulle entrate che vengono dagli immigrati e che permetterebbero di pagare le pensioni agli italiani, un cardiologo di Napoli obiettava - in un mio post su fb - che gli stranieri lui li vedeva solo ai semafori a pulire i vetri, o a chiedere l'elemosina, a rubare ecc. ecc. Che veniva a contare Boeri? La massa degli immigrati era lì a non fare niente. Allora io ho risposto al medico che forse lui aveva dati che a Boeri sfuggivano. E il medico, irridendomi e insultandomi, mi risponde: "ma che dati e dati, che hai anche tu gli occhi foderati di prosciutto che non li vedi in giro gli immigrati?".
 Certo, questo è ciò che balza agli occhi. Se l'esperienza diretta è importante, la scienza, da Galilei in poi almeno, insegna che l'apparenza inganna spesso e bisogna andare oltre ciò che appare. Altrimenti saremmo ancora qui a dire che è il sole a girare. Proprio un medico irride i dati e si affida alla sola sua impressione. Le conoscenze mediche non derivano da un faticoso e lungo incrocio di dati, e dalla loro interpretazione? Come tutte le conoscenze scientifiche. Ma appunto, le conoscenze scientifiche non valgono più, gli studiosi sono solo spocchiosi intellettuali, se non addirittura al soldo di interessati committenti - il che ovviamente può accadere e accade. Ma contro la ricerca collaborativa a ogni modo risorge il primato dell'Io. Io penso, Io sento, Io voglio. Povero Bacone, che pensava già ai team di studiosi, e povero Platone (e prima Parmenide o Eraclito) che distingueva tra doxa e episteme, opinione e scienza. Sporchi intellettuali. Filosofi. Insomma: Boeri ha ragione? Non lo so. Io tendo a credere ai suoi dati, perché parla di dati da lui interpretati. Per smentirlo, dovrei avere altri dati, e saperli interpretare, e non solo la mia impressione personale.
 Poi ci sono questioni etiche, politiche su cui il pensiero personale ha pieno diritto. Qualcuno può pensare che ci voglia un argine all'invasione di immigrati perché ciò mina l'identità culturale italiana. Questa non è questione di dati. E quindi si può legittimamente dissentire. Si può dire, in questo caso: Io penso; Io invece non credo. Però, bisognerebbe anche argomentare. Ma, si sa, anche argomentare è cosa da filosofi. Dio ne scampi.
Perciò dico che si può rispondere in base ai dati, o in base all'uso dei dati, non in base a quello che io vedo per strada. Boeri non è l'ultimo degli esperti, ma può sbagliare. Ma potrebbero sbagliare anche quelli che contestano la sua interpretazione dei dati. Il problema è il confronto, superando la fase del mero insulto. Questo è il punto. Non tanto stabilire - nella fattispecie - se Boeri abbia o meno ragione. Poi, epistemologicamente, è chiaro che i dati non sono la scienza, sono la base sulla quale la scienza lavora, e può farlo bene o male. Perciò occorre, come detto, un faticoso e lungo incrocio di dati. Questo incrocio e analisi ci portano alla scienza. Senza dati esiste solo la mia opinione personale. Se i dati non sono sufficienti, da soli, figuriamoci l'impressione personale e soggettiva. Che, pur in assenza di dati - vogliamo chiamarli riscontri? - molti sbrigativamente assolutizzano, insultando chi la pensa diversamente.
Sui social tutti diventano esperti di tutto, e sulla base della propria esperienza, o di pochi dati scorsi sui social stessi, pretendono di esprimere, senza diritto di replica, la propria opinione. Era quello che Umberto Eco diceva dei nuovi saccenti da social. Per essere aggredito sui social, dai social.