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venerdì 7 gennaio 2022

Dos Passos e Döblin: Ricordi di un lettore











 Sono usciti quasi negli stessi anni, "Manhattan Tranfer" nel 1925 e "Berlin Alexanderplatz" nel 1929. Due grandi città - New York e Berlino - sono le protagoniste dei due libri che per certi aspetti si somigliano: tanti punti di vista che si intrecciano, tante finestre aperte sulle due città e sulle difficoltà economiche di tanti loro abitanti; una scrittura talvolta joyciana con flussi di coscienza che attraversano le pagine. Anche se Döblin dichiarò di aver letto Joyce quando aveva già scritto un quarto del proprio libro. 

A mia volta, il libro di Dos Passos lo sto leggendo solo adesso, e nulla avevo letto finora dello scrittore americano, anche se il suo nome mi inseguiva da decenni, da quando, liceale, leggevo che Pavese ne aveva tradotto qualche libro. Il libro di Döblin, invece, lo lessi in gran parte durante il soggiorno di un mese a Berlino, subito dopo la laurea, ospite di un nipote di Heinrich (e Thomas) Mann. Era il 1984 e c'era ancora il Muro. Due volte andammo a Berlino Est. La prima volta, cercando Alexander Platz, chiedemmo indicazioni a un signore "anziano" (che forse aveva semplicemente l'età che ho io adesso): "avete letto il romanzo di Döblin!", ci disse subito. Nella plumbea Berlino Est di allora, la piazza era già diversa da quella degli anni Venti del Novecento nei quali è  ambientato il romanzo: non più una piazza circolare, cuore pulsante del quartiere nel quale a raggiera convergevano le artiere già vitali e intensamente vissute di allora, ma uno slargo squadrato a margine della strada, che ho poi rivisto una decina di anni fa nella Berlino post crollo del Muro. Comunque, allora, scendemmo nel metro della piazza, che era ancora quello nel quale si aggirava lo sventurato Franz Biberkopf. Inutile dire che nel frattempo, ma in tempi relativamente recenti, ho visto in Dvd tutte le puntate dello sceneggiato girato da Fassbinder: ma negli anni Settanta ne avevo già visto qualche puntata quando fu mandato in onda dalla Rai. 

Ho meno da raccontare in merito al romanzo di Dos Passos. Non sono mai stato a New York. Molti anni fa, quando non avevo ancora preso un aereo e avevo anche un po' paura di volare, facevo un sogno ricorrente: mi trovavo a New York e la cosa mi sembrava stupefacente; spesso ero lì per far visita al mio amico poeta che vive nella Grande Mela insegnando Letteratura italiana in una Università statale.

domenica 29 novembre 2020

Ricordi di un lettore: Italo Calvino

di ENZO REGA

 




   Italo Calvino faceva parte del mio Quintetto italiano, cioè dei primi cinque autori da "grande" a cui mi sono accostato al ginnasio: Italo Calvino, Cesare Pavese, Leonardo Sciascia, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini. Quattro di questi erano negli anni Settanta in piena attività, e si potevano seguire anche i loro interventi sui giornali del tempo. Allora, le voci degli scrittori erano importanti nel dibattito pubblico, e più autorevoli dei tanti che ora starnazzano sui social. Con Quintetto italiano (denominazione che mi è venuta solo ora per i miei scrittori preferiti del tempo) mi riferisco agli autori contemporanei. Poi c'era il Trio italiano dei classici contemporanei: Pirandello, Verga e Svevo. 
   Il Quintetto non esauriva gli italiani contemporanei ai cui libri mi rivolgevo, ma senza dubbio ne rappresentava allora l'avanguardia. Calvino dunque. Forse era uno dei primi che avevo conosciuto, almeno attraverso l'antologia scolastica (come d'altronde gli altri nomi). Luna e Gnac, racconto tratto da Marcovaldo (un libro del
1963), l'avevamo letto in classe, e doveva allora coinvolgermi in chiave ecologista la vicenda di Marcovaldo e dei suoi figli ai quali era concesso di vedere dalla loro terrazza il cielo e la luna per soli venti secondi nel lampeggiamento intermittente di un'insegna pubblicitaria: di Spaak-Cognac erano visibili solo le ultime quattro lettere. Il libro per intero lo lessi dal 2 al 7 febbraio 1974, a metà anno di distanza dai primi di Sciascia che avevo letto (Il giorno della civetta e Il mare colore del vino) e tra i due di Pavese (Lavorare stanca, divorato in un giorno solo il 1° gennaio 1974, seduto in una poltrona che è a due passi dal posto in cui sto scrivendo adesso, e La bella estate, al quale l'hanno scorso ho finalmente dedicato un saggetto d'insieme sulla trilogia). Ma Marcovaldo era una vecchia amicizia: nel 1970 avevo visto lo sceneggiato con
 Nanni Loy trasmesso in sei puntate su Rai 2. Scorci di ricordo in bianco e nero riemergono da quelle visioni, ma non so se attribuirle allo sceneggiato o alla lettura del libro: i figli di Marcovaldo che, dovendo fare un regalo per le festività natalizie a un bambino povero come raccomandato dal loro maestro, lo fanno al figlio del capufficio molto più benestante, perché, in una visita a casa su, l'hanno trovato triste. L'altro ricordo, questo sicuramente desunto dalla lettura, riguarda uno dei personaggi che dall'alto precipita su una spiaggia, sicuro di non bagnarsi perché il tratto di mare del lido è talmente affollato che non c'è rischio di cadere in acqua. Marcovaldo dunque non è dissociabile da Nanni Loy che lo interpretava, anche se dal 1970 a oggi non ho più visto lo sceneggiato, se non forse qualche frammento riproposto talvolta in tv (ma non ne sono sicuro). 

Nanni Loy nello sceneggiato Rai "Marcovaldo"
andato in onda nel 1970


Era quello dunque il primo impatto con il grado zero della scrittura di Calvino, una scrittura che rimane essenziale anche quando approda alle sperimentazioni degli anni Ottanta. E, paradossalmente, il successivo appuntamento con un libro di uno dei miei scrittori preferiti - che tuttavia seguivo come personaggio pubblico - doveva arrivare solo nel novembre-dicembre 1984 con Se una notte d'inverno un viaggiatore, uscito in realtà già nel 1979. Ma in occasione della pubblicazione di Palomar nel 1983, con l'amico Michele Ranieri avevamo acquistato uno a testa questi libri (io, Se una notte) per scambiarceli. Calvino era andato avvicinandosi all'OULIPO e un romanzo "telescopico" e combinatorio come Se una notte ne è espressione: giocato sull'invenzione di un libro rilegato male, per cui si susseguono, alternandosi, gruppi di pagine appartenenti a libri diversi, ripropone, nell'intenzione di Calvino stesso, la tecnica d'assemblaggio delle Mille e una notte. In fondo, la scrittura letteraria e il romanzo sono nati "sperimentali", se all'origine dello stesso romanzo borghese moderno ci sono il Don Chisciotte e il Tristram Shandy. 


Per un under 30 qual ero allora, per un giovane ventiseienne degli anni Ottanta che ancora respirava l'atmosfera della neoavanguardia, un "antiromanzo" come quello di Calvino (che andava avanti guardando indietro, se il modello erano le Mille e una notte) era certo lettura stimolante, come lo fu Palomar, letto, nonostante rientrasse nello scambio con Michele Ranieri, solo un anno dopo, tra il settembre e l'ottobre del 1985. Qui il connubio letteratura-scienza, proprio dell'OULIPO, e già sperimentato da Calvino nelle Cosmicomiche, la cui lettura avrei affrontato solo dopo, tornando a ritroso nella sua produzione, si ripresenta prepotentemente (nel decennio bergamasco deglianni Novanta al Teatro Dinizetti avrei visto una riduzione dalla Cosmicomiche, rappresentazione di cui purtroppo ricordo poco) .Un paginone di Le Monde degli anni Ottanta, dedicato alla (allora) nuova filosofia italiana, accanto ai libri dei filosofi "professionisti" come Vattimo e Cacciari, cita anche Palomar  e Il nome della rosa di Eco, romanzo che aveva appena cominciato la propria carriera di best-seller e long-seller: Eco, al quale si deve tra l'altro la traduzione e riscrittura degli Esercizi di stile di Queneau, tra i maggiori rappresentanti dell'OULIPO. I francesi, dopo aver dominato la scena filosofica europea e internazionale, s'inchinavano alla nuova filosofia italiana, lanciata "all'assalto di piccole verità" (come titolava più o meno l'articolo), tramontato il tempo delle grandi narrazioni nelle quali s'era impegnata ancora la modernità che ormai cedeva il posto alla postmodernità e al postmodernismo (categorie anche queste, letteralmente, del secolo scorso). 



   Paradossalmente, ci vogliono ancora alcuni anni perché io riprendessi - ormai scomparso lo scrittore - la lettura dei suoi libri, che man mano diventerà sistematica, inseguendolo nelle ristampe Garzanti e Oscar Mondadori. Ancora Einaudi è l'edizione de Le città invisibili, libro del 1973 (la cui struttura a sua volta può ricordare quella delle Mille e una notte) che leggo nel 1988, e le cui suggestioni sono alla base dei racconti del mio libro La linea dei passi, che vado scrivendo tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Novanta per pubblicarlo soltanto alla fine del 2019. L'osservazione che Kublai Khan fa, nel libro calviniano, a Marco Polo diventa mia nei lavori in corso del mio libro il cui sottotitolo è Prose sulle città e il viaggio e nel quale compare un pezzo che è una riscrittura di un collage di passi dal libro di Calvino: se a Marco Polo viene fatto notare che tutte le città che visita e di cui parla sembrano alla fine essere tutte simili a Venezia, a me viene fatto di notare - nel mio piccolo - che con i luoghi che visito, e di cui trasfigurandoli scrivo, torno in fondo a Genova, città in cui sono nato e che costituisce la mia origine geografica (anche se il sangue è campano), origine alla quale heideggerianamente (filosofo che ora amo molto meno di allora, eppure mi ci sono laureato) si vorrebbe tornare in quanto inizio che contiene in sé non ancora declinate tutte le possibilità.
Al 1991, tra febbraio e marzo, risale la lettura - di seguito - della trilogia I nostri antenati: Il visconte dimezzato (1952), terzo libro pubblicato da Calvino, Il barone rampante (1957) e Il visconte dimezzato (1959), acquisiti nella riedizione Garzanti Anche questi credo di averli letti in simultanea con l'amico Ranieri. Il barone rampante, insieme a Marcovaldo, ha avuto la sorte di diventare anche un best-seller per ragazzi e nelle scuole. In un raccordo temporale, leggendo e recensendo quest'anno un libro dedicato a Nico Orengo, un ligure trapiantato in Piemonte come Calvino, e come Calvino collaboratore di Einaudi, ho saputo dell'escursione fatta da Orengo e amici nei luoghi dell'ambientazione del Barone, nel Ponente ligure. Equindi, da poco, ho fatto ritorno per altre strade a Calvino e al suo mondo letterario e geografico.


                                               


 - Avevo iniziato a scrivere questo ricordo qualche mese fa, o il 15 ottobre per l'anniversario della nascita avvenuta nel 1923 a Santiago de las Vegas (l'Avana), a Cuba, o il 19 settembre, anniversario invece della morte avvenuta a Siena nel 1985. (Già, a distanza di poco, la memoria non recupera con precisione il ricordo). Allora volevo scrivere di altre cose, dell'impatto delle Lezioni americane, uscite nel 1988. O della sua esperienza come presidente di giuria nella 38a Mostra del Cinema di Venzezia, che aveva come direttore artistico Carlo Lizzani mentre Presidente della Biennale era lo storico napoletano Giuseppe Galasso, con il quale avevo dato tre esami di storia moderna e avevo concordato una tesi poi slittata (per la chiusura dell'Archivio di Stato napoletano in conseguenza del terremoto) verso la cattedra di storia della filosofia moderna e contemporanea. In quell'edizione della Mostra erano stati premiati Margarethe von Trotta con Anni di piombo (Leone d'oro) e Nanni Moretti con Sogni d'oro (Leone d'argento) e fuori concorso erano stati proiettati Da un paese lontano: Giovanni Paolo II di Krzysztof Zanussi e Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Ulrich Edel (che anni, quegli anni!).  Vi accenno soltanto, e glisso sugli altri libri calviniani letti ancora successivamente.










 

venerdì 12 ottobre 2018




Eugenio Montale (Genova, 12 ottobre 1896 - Milano, 12 settembre 191)







Di Salvo/Zagarrio, Tavola rotonda,
 La Nuova Italia, III ristampa 1972
L'incontro con Eugenio Montale risale almeno agli anni delle medie, anche se non mi soccorre nessun ricordo diretto, a differenza degli altri due poeti della triade novecentesca, delle "tre corone" del Novecento: di Ungaretti ricordo le letture cavernose che precedevano la messa in onda delle puntate "epiche" (è il caso di dire) dello sceneggiato televisivo di Franco Rossi dedicato all'Odissea; di Quasimodo invece ho ben presente lo studio a memoria, alle elementari, di Milano 1943 (con quella mano che inutilmente scava tra le macerie), e la notizia della sua morte data in un telegiornale del tempo (e poi negli anni Duemila sono stato a un  Convegno ad Amalfi, dove si ricordava il malore fatale avuto proprio nella cittadina della costiera). 
   Il primo ricordo che ho di Montale risale invece ad una mattina del giugno del 1974, quando, agli sgoccioli sudati della scuola, lo leggemmo in classe con i pochi compagni superstiti (gli altri avevano deciso che le vacanze erano già iniziate). Da lettore di antologie scolastiche erano andato già compulsando tutto quello che nei libri di testo si poteva trovare, lasciandomi accompagnare dalle brevi introduzioni e facendomi aiutare dalle note in calce: le antologie letterarie del ginnasio, come quelle delle medie, erano onnicomprensive e comprendevano testi più antichi e più recenti, italiani e stranieri. La nostra s'intitolava Tavola rotonda, e lì erano avvenuti probabilmente i miei primi incontri con il poeta di Genova. A meno che non mi ci fossi già imbattuto in antologie delle medie, ma, appunto, non ne ho più memoria. 
dall'indice di Tavola rotonda
Che Montale fosse di Genova, e legato alla Liguria, benché poi passato a Milano, lo rendeva più vicino a me, pure nato sotto la Lanterna, per poi tornare nella terra dei miei, sotto il Vesuvio. E soltanto negli anni Novanta dovevo passare, in macchina con un amico che ci ospitava nel capoluogo ligure,  sotto la sua casa a Corso Dogali.
La casa di Montale a Corso Dogali, Genova

   Ma torniamo alle letture montaliane. La prima immersione intera in un suo libro è avvenuta al tempo del secondo liceo classico - ovvero al quarto anno delle superiori, anno scolastico 1975-76: ed è curioso come certe date, tramandatesi da un'età all'altra della nostra vita, siano ancora lì nel ricordo, a far da sentinella a certi momenti, a presidiarli, affinché tempi e luoghi della nostra epica personale non vadano smarriti. Eccomi allora leggere Ossi di seppia (una copia presa in prestito in biblioteca comunale), centellinando un testo alla volta, letto ad alta voce andando avanti e indietro nella stanza, intorno a quella scrivania dal ripiano verde, acquistata col padre proprio nel cuore di una Genova anni Sessanta. Leggevo e rileggevo ad alta voce, masticando le parole a volte aspre di Montale, con quelle loro giunture particolari, senza far caso allora al "correlativo oggettivo"  se non per come, pur non "battezzato", suonava al mio orecchio mentre la mia bocca si riempiva di mare, limoni, ciottoli ecc (e anche di consonanze che non sapevo si chiamassero così:"abbaglia/meraviglia"/travaglio/muraglia/bottiglia"). 

   Le imparavo a memoria, le poesie, anche se solo una parzialmente sarebbe dovuta sopravvivere al naufragio stesso della memoria: "Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale / siccome i ciottoli che tu volvi...". Proprio questa mi sarebbe toccato dire, a due voci, con Maria Luisa Spaziani  - sì, proprio lei, la "volpe" di Montale - mentre un giorno negli anni Zero del Duemila l'accompagnavo alla stazione di Napoli dove l'aspettava il treno per Roma.
   Ma torniamo a quella trepida lettura nella mia stanza, al mondo che mi si spalancava nella stanza, ai richiami di un mare, quello ligure, mediterraneo, e ai confronti che spontaneamente sorgevano al liceale tra Montale e Leopardi. Riscontri che poi dovevo ritrovare pari pari in qualche critico più avveduto di quanto fossi io allora (e di quanto sia ancor'oggi io). Degli echi che sorsero allora, voglio e posso ora ricordate solo un "parallelo" tra il montaliano muro irto di cocci e la siepe leopardiana. Facile gioco, ma vera scoperta a quell'età.  
Maria Luisa Spaziani e Eugenio Montale
   Quella partecipata e intensa lettura - e le conversazioni con i compagni e amici di lettura di allora - furono propedeutiche alla attribuzione del Nobel a Montale, proprio a lui, nel 1975. Orgoglio "italico" e orgoglio personale per averlo già scoperto e amato s'intrecciavano e mescolavano tra loro.
   Non credo vivessimo il Nobel a Montale come risarcimento per quello dato anni prima, e contestato,  a  Quasimodo, perché anche quello ci pareva meritato. 
   Però per anni Montale ci doveva sembrare il più grande - fermo restando l'amore per Quasimodo e Ungaretti, e Pavese, e per altri nomi che andavano aggiungendosi al di là delle "tre corone". Così, mi sembrò cosa preziosa regalare a un amico per un compleanno la prima edizione nei Millenni Einaudi, del 1980, de  L'opera in versi che raccoglieva tutto Montale. Invidioso, di lì a poco procuravo a me stesso la seconda edizione di quell'elegante volumone, credo il primo Millennio acquistato per la mia biblioteca. Al quale s'è aggiunto anche il Meridiano con tutte le poesie, e gli altri con la narrativa e gli articoli. 
    Il mio  Montale.  Ma il ricordo delle prime letture non sarebbe completo senza la rievocazione de Il pipistrello, che apre la terza parte di Farfalla di Dinard, una raccolta di narrativa di Montale del 1854. Ma ai tempi scovato in qualche antologia, ovviamente.
   Ed eccolo ora, quel pipistrello svolazzare in questa stanza, che si affaccia sulla stessa veduta di allora. Ma non apro la finestra per scacciarlo, e lo tengo qui, con i ricordi. E con Montale.
 



martedì 12 dicembre 2017

LUIGI PIRANDELLO - Ricordi di un lettore




Luigi Pirandello
(Girgenti, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936)

   Era l'anno scolastico 1972-73, quarta ginnasiale (ovvero, primo anno del liceo classico). Entra in classe un professore di lettere, il responsabile della Biblioteca scolastica. Regge come può un certo numero di libri, che posa sulla cattedra dopo aver salutato il collega. (Era quell'aula a piano terra, nel cortile del Comune, senza riscaldamento). Il prof. non ha il tempo di invitare a prendere in prestito un volume da leggere, che in tanti scattano e si accaparrano i pochi disponibili. Io rimango senza, ma in seconda o terza battuta posso usufruire del libro conquistato da uno dei compagni a me più vicini: un volumetto giallino della PBM, la Piccola Biblioteca Mondadori, che raccoglie Vestire gli ignudi (1922) e L'uomo dal fiore in bocca (1922) di Luigi Pirandello. Il mio primo incontro con lo scrittore siciliano, e uno dei primi libri "da grande" che leggo, tanto che non compare nemmeno nell'elenco dei "Libri letti", che inizia l'11 giugno 1973 con un libro di Sciascia.
   Pirandello è dunque per me il capostipite dei tanti scrittori che seguiranno, e un autore centrale nella mia formazione anche se - a differenza di altri - non ne leggerò tantissimi libri, almeno non concentrati in periodi particolari. Eppure, lui e la sua concezione  - il suo "relativismo" psicologico e gnoseologico - saranno per me riferimento continuo. All'esame di maturità scelgo la traccia che lo riguarda e che posso svolgere solo perchè avevo letto già suoi libri: il nostro programma di italiano non era arrivato fino a lui, e si era fermato a un altro siciano, il catanese Giovanni Verga, scelto invece da me come argomento "a piacere" per l'inizio del colloquio orale. La mia maturità - la maturità di un napoletano nato a Genova - si gioca sul terreno della Sicilia - e su quello tedesco per il colloquio di filosofia, tra Kant ed Hegel e alcuni "minori".
   Ma Pirandello. Forse al ginnasio ne avevamo letto comunque qualche brano antologico: non posso più affermarlo con sicurezza, forse da Il fu Mattia Pascal del 1904. Anzi, di sicuro ne avevo letto io almeno, per conto mio, un brano da questo suo più celebre romanzo grazie all'antologia del biennio Best-sellers del 900 (Giuseppe Galleno, Sansoni 1972), che corredava i passi con una nota introduttiva generale e per le pagine proposte. Da qui veniva dunque una mia conoscenza dell'autore. Ma ora che scrivo si arpionano i ricordi e mi pare di sentire le parole - pur non dintinguendole adesso nella mente, non cogliendone cioè il contenuto - con le quali ci commentava il brano il professore di lettere che ci avrebbe parlato di Moravia, Pavese e chissà di quant'altri. Ed ecco allora la lettura integrale del Fu Mattia Pascal, tra il 4 e l'11 giugno 1974. Il volume l'aveva acquistato mio padre su mia richiesta, credo insieme a Il castello di Kafka. Mio padre borbottava quando gli chiedevo di comprarmi dei libri, ma questa volta ne aveva presi ben due dalla lista che gli avevo dato: "costavano poco", mi aveva detto. Erano edizioni Oscar Mondadori: quei volumetti con cospicui apparati introduttivi e con una piccola antologia della critica. Da qui mi si squadernava davanti l'emblematica visione pirandelliana della realtà, questo gioco di specchi tra coscienze che si appannano tra loro nella reciproca incomunicabilità, rendendo sfuggente la comprensione stessa del mondo; la crisi dell'io; l'ipocrisia della propria recita di fronte alla naschera imposta dalle convenzioni sociali. Un connubio tra psicologia e sociologia; e - accanto a letteratura e filosofia - i nomi di queste discipline baluginavano davanti agli occhi già miopi dello studente ginnasiale. Non voglio qui ridurre a psicologismo o sociologismo il pirandellismo per non suscitare ire di pirandellisti. In quei primi anni Settanta il letterario veniva percepito attraverso il sociale o evocava rimandi al sociale. Ma non è di questo che voglio parlare ora. Senza dubbio, invece, il pirandellismo mi s'imponeva come una verità della non-verità dell'umano.
 E la triade Uno, nessuno e centomila mi s'imponeva così ancora prima della lettura del romanzo del 1926 fatta più tardivamente, dal 27 febbraio all'11 marzo 1990, ormai da qualche anno insegnante nel Nord Italia. Mi sorprendeva allora l'andamento più saggistico-filosofico che prettamente narrativo del romanzo, più apertamente "a tesi" - tesi che appunto avevo conosciuto nell'apprendistato pirandelliano che, in quanto a lettura, aveva annoverato nel frattempo anche i tre drammi Il berretto a sonagli, La giara  e Il piacere dell'onestà letti nel gennaio 1981, in piena università: tre testi diversi tra loro ma tutti del 1917 e raccolti in un unico Oscar Mondadori, il cui apparato introduttivo doveva dare altro materiale conoscitivo, seppure in sintesi, sullo scrittore e drammaturgo siciliano. La giara, di sicuro, l'ho letta anche in forma di racconto - non posso più dire se prima o dopo di quel gennaio universitario.
   Altri racconti, e testi teatrali, e romanzi, ho letto ancora qua e là, non più registrati, perché il mio elenco di "libri letti" si è fermato poi al 22 agosto 1994. E così non vi compaiono I quaderni di Serafino Gubbio operatore (1925) letti solo in questo 2017, un ritratto del nascente mondo del cinema le cui mistificazioni ben si prestano a entrare nella carne delle tematiche pirandelliane: la finzione sulla scena che poi doveva apparire realtà allo spettatore, il meccanicismo e l'artificio come di più fornito dalla tecnologia per cui la mano di Serafino che gira la manovella e il suo occhio non sono che un dispositivo ulteriore della cinepresa, tanto che alla fine si consuma un delitto vero e uno degli attori viene sbranato dalla tigre di scena, ma Serafino continua imperterrito a muovere la mano e a riprendere: anticipazione dell'attuale società delle immagini e dei social nella quale tanti serafini-gubbi diventano solo una mano che regge lo smartphone impegnato a riprendere gli accadimenti più crudi senza che ciò che avviene davanti all'obiettivo tocchi le emozioni dell'operatore.
   Il cinema nel romanzo in Pirandello, uno dei primi romanzi a parlare della settima arte anche se con un cipiglio critico. Ma ecco anche il teatro nel teatro in uno dei più celebri drammi, i Sei personaggi in cerca d'autore, la cui violenza si celebra nel confronto tra i personaggi che  - nella finzione - sono i veri protagonisti saliti sulla scena a reclamare attenzione da parte del regista per la propria storia, che poi appunto rappresenteranno sé stessi perché nessuno dei veri attori si mostrerà all'altezza del compito. Teatro nel teatro, perchè, quando i sei (poi sette) personaggi irrompono sulla scena cercando il proprio autore, si stavano tenendo le prove de Il giuoco delle parti, titolo e dramma emblematico che diventa espressione proverbiale. C'è una sottotraccia popolare di Pirandello nella cultura contemporanea, probabilmente anche al di là dei lettori forti e degli aficionados veri e propri. Una fortuna popolare oltre che strettamente letteraria. Quando nell'estate 1977, dopo la maturità, mi trovai per la prima volta all'estero, per le strade di Bruxelles potei vedere manifesti che annunciavano la messa in scena di un suo testo teatrale - non ricordo più quale. Il giovane neodiplomato doveva avere un moto d'orgoglio perché quel nome nazionale - tra l'altro protagonista della proria performance scritta agli esami appena conclusi - veniva proposto con grande rilievo nelle strade di un altro Paese.
   Ma i Sei personaggi dicevo: inizialmente non letto, ma visto alla televisione in bianco e nero degli anni Settanta, in quella prosa del venerdì allora offerta da uno dei due canali nazionali. Forse anche qualche altro dramma pirandelliano potei vedere allora in televisione, ma vatti più a ricordare quale.
   Un forte impatto doveva avere anche il Kaos (1984) dei Taviani visto al cinema al momento della sua uscita e che proponeva sei novelle di Pirandello (due racchiuse e ricucite in un solo episodio). E solo pochi anni fa ne dovevo vedere la continuazione, quel Tu ridi (1998) che ha avuto meno risonanza. A ridosso di questa visione mi sono anadato a leggere, o rileggere, tutti i racconti utilizzati dai fratelli Taviani, ripescandoli nei volumi delle Novelle per un anno. A proposito di cinema, relativamente recente è stata la visione del film Le due vite di Mattia Pascal  che Mario Monicelli ha tratto nel 1985 dal romanzo di Pirandello con Marcello Mastroianni nella parte di Mattia Pascal che diventa adriano Meis. Ecco, ora che digito anche il nome che Pascal assume pensando di poter inventarsi con il nome una nuova vita, mi diventa più chiaro e distinto nella mente il ricordo di quando studiammo il brano o i brani dell'opera a scuola: l'impossibilità di esistere davvero in un altro modo e in altro mondo, ridotto a fantasma senza consistenza anagrafica: Adriano Meis non può sposarsi perché non esiste, così come non esiste il Fauchelevent che vuole far sposare la figlia adottiva Cosette, perché Fauchelevent altri non è che la controfigura del Jean Valjean de I miserabili di Hugo. Ecco, ora ricordo - scrivendo - il momento in cui, in classe, leggiamo (qualcuno legge e altri ascoltano) della messa in scena del suicidio di Adriano Meis che lascia cappello, bastone e un biglietto sul muretto di un ponte romano. E ritornato al suo paese non pèuò neanche più riassumere la propria identità e riprendersi la moglie che ora sta con un altro. Non può che essere il fu Mattia Pascal che fa visita alla propria tomba.
   Rimane un cruccio. Quel I vecchi e i giovani cominciato e lasciato per strada, nonostante certe affinità con L'imperio di Federico De Roberto, e la politica postunitaria che mi interessavano proprio quando avevo intrapreso la lettura del libro che Pirandello aveva pubblicato nel 1913.
   Ma rimedierò.
   Così come bisognerà rileggere L'umorismo del 1908. Di cui qui non parlo, perchè questo non è un saggio su Pirandello - non potrei scriverlo - (però non resisto alla tentazione di verificarne la data e segnarla), ma la rivisitazione del mio incontro, dei miei incontri con lui, con un pezzo di storia della letteratura italiana, con un frammento prismatico di realtà.
   Ma posso aggiungere un ulteriore ricordo, che m'era sfuggito? Seconda metà anni Ottanta, corte del castello Lancelloti di Lauro, in bassa Irpinia. Il compianto Bruno Cirino rappresenta Liolà, il dramma del 1916 che fa da congiunzione tra il primo teatro siciliano e la fase più matura. Un'esperienza indimenticabile, con Cirino, che però stavo dimenticando...

Enzo Rega


giovedì 30 novembre 2017

Il compleanno di Moravia. Ricordi di un lettore


Alberto Moravia nel ritratto della sorella Adriana Pincherle, 1978


Il 28 novembre 2017 fanno centodieci anni dalla nascita di Alberto Moravia, nato Pincherle, da padre di origine ebraiche. Un compleanno un po' in sordina, anche se qua e là è uscito qualcos'altro di suo, come le lettere a Elsa Morante.
Eppure quando di anni Moravia ne faceva settanta - per fare un esempio -, e si era nel 1977, senza dubbio lo scrittore romano era un punto di riferimento nella vita culturale, letteraria, e anche politica in senso lato, di quegli anni. Quel porsi alla confluenza di psicoanalisi - con l'importanza data alla sessualità (in quegli anni circolavano molto anche le idee di Wilhelm Reich sulla Rivoluzione sessuale), di marxismo (per le critiche alla società borghese) e cattolicesimo (Moravia veniva considerato anche scrittore "cattolico") intrigava chi, un ragazzo, usciva dal liceo in quel fatidico '77 (il movimento, il processo 7 aprile, il convegno a Bologna sulla repressione), per cominciare l'università, tra tumulti che in realtà andavano spegnendosi in assemblee e "occupazioni simboliche" (cioè, facoltà bloccate senza che per forza qualcuno vi rimanesse a dormire). Era il Moravia (con altri) di "Né con lo Stato né con le BR", era l'anno tra l'uscita della raccolta di racconti intitolata Boh - apparsa nel 1976 e che era stato il primo suo libro che io acquistassi fresco di stampa - e il romanzo La vita interiore del 1978, letto in prestito. I racconti di Boh, scritti in prima persona femminile, m'erano sembrati rigorosi benché - o proprio perché - costruiti tutti su una stessa impalcatura, con una tesi teorica iniziale e uno sviluppo narrativo nella scabra, razionalistica e anche volutamente disadorna scrittura di Moravia: quel tono infranto solo nella prosa più colorita dei Racconti romani (usciti nel 1954), letti poco più in là, in anni universitari, e anche de La ciociara (1957), della quale avevo visto prima la versione cinematografica che un grande De Sica ne aveva tratto nel 1960, con una altrettanto grande Loren, ma anche un misurato e calibrato Jean-Paul Belmond. Non avevo acquistato invece Al cinema, il volume del 1975 che raccoglieva 148 recensioni di film, molte delle quali ero andato leggendo - giovane liceale - sulle pagine de "L'Espresso", nella rubrica dallo stesso titolo. Il mio sguardo cinematografico s'era andato formando anche grazie a quello di Moravia, ma adesso è difficile recuperare nella memoria la trepidazione con la quale si apriva il periodico, per trovarvi la rubrica cinematografica moraviana, e non solo quella.
 Mi sto muovendo a ridosso degli anni che vanno dalla seconda metà degli anni Settanta. Allora, un passo indietro: all'esame di maturità - tra Verga e altre cose - cito Gli indifferenti di Moravia affermando - ora forse sarei più cauto - che già nel 1929 anticipavano la stagione del neorealismo, anche se forse quella loro impostazione teatrale, con capitoli che si staccano come scene a teatro (e così anche per il successivo, più 'pesante' e involuto Le ambizioni sbagliate che ho letto solo da pochissimo) potrebbe portarci lontano dal neorealismo: ma l'attenzione per certi particolari e la critica della borghesia (ossessione moraviana) ci possono riportare nuovamente da quelle parti. Ma che importano le etichette: di sicuro era qualcosa di nuovo nella letteratura italiana. 
Allora, tornando all'università - tra Mezzocannone e il Rettifilo a Napoli - va detto che anche tra noi matricole di filosofia lo scrittore romano appariva riferimento imprenscindibile pure per gli elzeviri sui quotidani: ci servivano quei suoi ragionamenti sulla realtà, quello che poi sarebbe confluito nel volume Impegno controvoglia del 1980, del quale l'autore stesso aveva parlato in televisione, e che io  però allora non avevo acquistato. Un titolo che pure mi aveva colpito, così lontano - il titolo e l'autore - da quel Passione e ideologia di Pasolini: eppure i due erano amici. E come non ricordare, in una sera ventosa - almeno io rammento così la scena, e non voglio andare a verificare comodamente in un filmato sulla Rete - le parole di Moravia ai funerali di Pasolini. Anche qui cito a memoria: è stato assassinato un poeta, e nasce un solo poeta in un secolo. La televisione dicevo. Anche davanti alla telecamera, con il suo accento romano, e la voce roca ma anche un po' stridula - la ricordo ossimoricamente così - snocciolava i suoi lucidi ragionamenti che invogliavano a pensare, a continuare a pensare, oltre lui, magari anche contro di lui, o almeno diversamente da lui. Quello che voglio dire è che s'imparava un metodo. E ora - che non esistono più quelle passioni - non voglio sapere se quella passione per la sua opera e quella venerazione per l'intellettuale fossero bene o mal riposte. Oggi si gioca a smontare tanti miti - e non è neanche questione di miti, ma non so dire cosa.
Ma quando ho cominciato a leggere Moravia? Innanzitutto ce ne parlava al ginnasio lo stesso professore che ci parlava di Pavese, e di altri. La prima cosa sua che ho letto dovrebbe essere, al ginnasio appunto, un brano tratto da Agostino, il breve romanzo edipico-psicoanalitico apparso nel 1943 (il suo quarto romanzo), presentato sotto il titolo redazionale Il fumo dagli occhi: l'incontro al mare tra il borghese Agostino e i ragazzi del popolo. E Agostino è stato il secondo libro che ho letto di Moravia dopo il volume Racconti ripubblicato da Garzanti e letto tra il primo e il 12 dicembre 1974. Un occhio in copertina che appare al giovane lettore quello dello scrittore che scruta il mondo per metterlo poi nelle pagine che hai in mano. E in quarta di copertina una nota che presenta Moravia come il maestro anche degli allora nuovi scrittori francesi: quando nell'immediato dopoguerra Moravia torna per la prima volta in Francia - così informa la nota - Jean Paulhan l'accoglie chiedendogli "Cosa è venuto a fare qui? A trovare i suoi allievi?" La nota stessa cominciava con una citazione da Giacomo Debenedetti, allora sconosciuto al ginnasiale di provincia; "Davanti a un Moravia, inequivocabilmente nato per narrare, cade ogni preoccupazione di problemi sulla cosiddetta arte del romanzo", parole scritte recensendo una raccolta di racconti del 1937, probabilmente L'imbroglio che recava come sottotitolo Cinque romanzi brevi, in realtà piuttosto racconti lunghi ai quali era però possibile trasferire l'affermazione di Debenedetti sull'arte moraviana del romanzo. La mia edizione Garzanti del 1973 (da poco uscita al tempo della mia lettura) di questi racconti era in realtà la ristampa del volume Bompiani 1952 - che non va confuso con I racconti in due volumi dello stesso 1952 e vincitore allo Strega di quell'anno.
Sono dettagli che interessano solo al lettore che ricostruisce la propria storia che annovera come tappa successiva il romanzo La disubbidienza del 1948 che fa il paio con Agostino per quanto riguarda la giovane età del protagonista, qui Luca, antesignano dei futuri contestatori la cui contrapposizione al mondo degli adulti si sfoga nella distruzione del denaro; un libro letto dal 24 luglio al 6 settembte del 1975 poco dopo I fratelli Karamazov: e sappiamo quanto importante sia stato Dostoevslij per Moravia, precoce lettore e precocissimo scrittore (aveva solo 21 anni quanno usciva il suo primo romanzo). E poi tra il giugno e gli inizi del luglio 1976 si compiva la lettura dei racconti di Boh, questi acquistati all'uscita in una piccola libreria di Nola: in realtà fatta acquistare dal padre, mentre i Racconti erano stati personalmente scovati, per caso, in una cartolibreria di qui, di Palma Campania, in una rastrelliera che esponeva la collana de I Garzanti, spesso compulsata per trarne fuori anche La paga del soldato di Faulkner o Figli e amanti di Lawrence, ma questa nell'allora neonata collana de I grandi libri Garzanti. A seguire, di Moravia, vengono i saggi de L'uomo come fine, presi nella Biblioteca civica locale e letti tra fine del 1977 e inizio del 1988, ma anticipando alcuni saggi al giugno 1977, in preparazione del già menzionato esame di maturità, per il quale servirono i passaggi su Monaldo Leopardi e sui Promessi sposi quale romanzo ideologico da "realismo cattolico" alla stregua del "realismo socialista". Mi doveva colpire, tra le altre cose, il saggio che distingueva in qualche modo - cito a memoria - tra razionalità e ragionevolezza umana: nel caso della costruzione di una strada, la razionalità vuole che si scelga il percorso più breve tra A e B, a costo di radere al suolo case, coltivazioni o quant'altro; la ragionevolezza umana (umanista) accetta invece la deviazione che salvaguarda le cose umane.
Seguiranno via via gli altri libri: La vita interiore, al momento della sua uscita (così esplicitamente centrato sulla questione sessuale da rasentare, per qualcuno, la pornografia), dal 15 al 18 luglio 1978, Gli indifferenti dal 19 al 22 luglio, i Racconti romani - regalo di compleanno da parte di Gerardo Santella per i miei venti anni (venti anni!) -, letti dal giorno successivo del compleanno, e cioè dal 17 agosto al 27 agosto 1978. E ancora La bella vita (il primo libro di racconti del 1935) in prestito, poco dopo nel settembre di quell'anno.
La mia formazione moraviana era avvenuta, se poi da quell'anno salto al 1983 per la lettura di 1934 (io lo prendo nell'edizione Euroclub). Mi piace il primo capitolo, ma mi deludono gli altri capitolo, così come gli altri libri che seguono, un Moravia minore che la critica continua a osannare parlando sempre di ennesimo capolavoro. Nel frattempo, recupero le altre opere precedenti, come La noia (risposta italiana a La nausea di Jean-Paul Sartre), e - cito a caso - Il disprezzo, Il conformista (con la visione dei relativi film) ecc.
Un particolare: quando volevo riprendere a scrivere, dopo un'interruzione, sentivo il bisogno di leggere un nuovo Moravia, o riprendere Pavese.
Un altro rito: nei miei viaggi da Nord a Sud, con scalo a Roma, prendevo ritualmente un libro di Moravia che non avevo ancora alla Stazione Termini, quella della sua città. Perché? Non so. Dei riti non si sa sempre - forse mai - spiegare la ragione. Il rito, si sa, comunque, rivive il mito.

(Mitico nel ricordo: i Racconti di Moravia li andavo leggendo sul balcone di casa mia, di fronte alla collina che sta dirimpetto alla casa, tra i vasi delle piante; ecco, mentre leggo, un petalo di geranio cade sulle pagine aperte del libro di Moravia).

giovedì 31 agosto 2017

CESARE PAVESE - Ricordi di un lettore

Il 27 agosto 1950 Cesare Pavese viene ritrovato suicida in  una camera dell'albergo Roma, in piazza Carlo Felice, a Torino. Nella prima pagina del suo libro da lui più amato, e più difficile, i Dialoghi con Leucò del 1947, ha lasciato un biglietto divenuto celebre: "Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi". Nelle pagine interne un altro biglietto, con altre tre frasi: una citazione dai Dialoghi, "L'uomo mortale, Leucò, non ha che questo d'immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia"; una dal proprio diario, "Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti"; e infine a concludere, socraticamente, "Ho cercato me stesso". Un gesto preannunciato già nel diario stesso, pubblicato nel 1952 (e che lessi nell'inverno 1981-82), con il titolo Il mestiere di vivere, alla data del 17 e del 18 agosto 1950: "Questo il consuntivo dell'anno non finito, che non finirò"; "Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più". Ultimissime parole del diario. E che utilizzai allora per chiudere un mio taccuino, indicando non la volontà di farla finita ma di girare - radicalmente - una pagina nella mia vita; anzi, chiudere un libro. E aprirne un altro.
Dunque, c'era di che farne un mito, di Pavese, e come a un mito negli anni adolescenziali mi accostai alla sua scrittura, mitizzando però più la scrittura che quel gesto, dai quali (scrittura e gesto) mi separavano ancora pochi anni. Pochi anni, quattordici, che sembravano tanti, quando la propria età, quindici anni e mezzo, superava di poco quell'intervallo. Il primo gennaio del 1974, in una fervida giornata di lettura, divoravo le poesie di Lavorare stanca, primo libro pubblicato da Pavese per Solaria di Firenze nel 1936 e poi riedito da Einaudi nel 1943 con l'aggiunta di nuove poesie (a Siracusa, intorno al 2007, dovevo trovare, nella mia terza o quarta vita, un'enoteca intestata a "Solaria", non solo per il sole di Sicilia, quanto e soprattutto per la rivista-editrice fiorentina). E suo primo libro che leggevo, tra le prime letture "adulte". Pavese mi era venuto incontro dall'antologia di testo e dalle parole di un professore. La scuola serve anche a questo. Forse. O, almeno, serviva. 
In Lavorare stanca l'ingenuità accorta dell'adolescente veniva colpita da quella venatura dialettale che tramava una lingua fortemente letteraria, facendola tremare, vibrare, risuonare ulteriormente, accostandosi poi alle cose, luoghi e persone. Un (neo)realismo espressionista - non usavo allora questa cifra combinata ma probabilmente solo il primo dei due elementi, qui sostantivo. Un mondo - letterario e di vita - che veniva confermato dalla lettura di pochissimo successiva, compiuta dall'8 al 28 febbraio di quello stesso 1974, de La bella estate uscita per Einaudi nel 1949 con i tre romanzi brevi La bella estate, Il diavolo sulle colline e Tra donne sole, dal quale ultimo Antonioni avrebbe tratto il film del 1955  Le amiche, che avrei visto per la prima volta sempre nei Settanta, trasalendo al riconoscimento dell'intreccio pavesiano. Intreccio che non è intreccio: le storie di Pavese mi sembravano scorrere come nella vita, senza necessità di una trama forte, e terminare così di colpo, senza finale, come gli episodi della vita. 
Ciò che a me colpiva positivamente, veniva stigmatizzato negativamente da un altro mio autore di quegli anni giovani, Alberto Moravia. In Pavese decadente, articolo del 1954 raccolto ne L'uomo come fine nel 1963, Moravia stronca il mito di Pavese, in fondo suo concorrente benché ormai scomparso, bollando come penoso Il mestiere di vivere, da lui appena letto, e sostenendo che la letteratura più letteraria è proprio quella che vuole essere antiletteraria. E Pavese - rincara Moravia - fa parlare le persone del popolo con la sua voce di uomo colto, con un uso del dialetto non conseguente, a differenza di un Verga, per esempio. che farebbe parlare il popolo come tale. Più che andare verso le cose, per Moravia Pavese ci dà una letteratura fortemente "stilizzata" e dunque "prefabbricata". Comunque, riconosce, superiore a quella degli epigoni che utilizzano il modello prefabbricato di Pavese perché lo scrittore piemontese "era uomo di gusto e di rigore intellettuale". Rigore che non gli impedisce di scivolare nell'irrazionalismo, altro capo di imputazione adoperato dal razionale, logico e loico Moravia. Ma la razionalità moraviana non ci costruisce ugualmente romanzi e racconti a tesi, e quindi anche in questo caso "prefabbricati"? Di Pavese, come di Hemingway (futuro mio mito da lì a poco), Moravia afferma che scrivano sempre lo stesso libro. E Moravia? Ma forse non ogni scrittore riscrive sempre se stesso. Pavese poi, come il Paolini, amico di Moravia e lo stesso tentato dal dialetto (friulano, romano), darebbe rimasto fino allamorte un eterno adolescente (come qualcuno pure afferma accostando lo scrittore piemontese e il poeta bolognese-friulano).
Al di là del merito della questione, il giovane lettore incomincia a imparare una cosa. Che gli scrittori non vanno d'accordo tra loro. Che un "grande" (o che perlomeno a noi appare tale) stronca un altro "grande" (o che noi viviamo come tale). E si pone una considerazione: i giudizi sono "oggettivi" o frutto di un gusto personale? Che il gusto agisca in misura se non determinante, almeno significativa, doveva "confermarlo" molti anni dopo un Heimito von Doderer, letto tra anni Ottanta e Novanta, in un passaggio dei suoi Demoni.
Tant'è. Continuai a leggere Pavese e Moravia, consapevole del ventaglio di possibilità che la letteratura mi metteva davanti. Per di più, una cosa che Moravia nello stesso articolo rimproverava a Pavese, il passaggio dal decadentismo al comunismo, doveva "influenzare" anche me. 
Ecco come stavano le cose. Io leggevo per amore della letteratura e - posso dirlo in riferimento a un fervore adolescenziale? - per la conoscenza della vita che ritenevo passasse attraverso la letteratura (o almeno la riflessione sul vivere). Ma mi accorgo, all'inizio con fastidio, che Pavese, che Calvino (avevo letto Marcovaldo tra i due libri di Pavese) in qualche modo avevano avuto a che fare con il partito comunista. Ecco il sillogismo: a) Io amo Pavese e Calvino; b) Pavese e Calvino sono comunisti; c) ergo, non posso non essere comunista anch'io. Ma anche Moravia, e altri si aggiravano nel campo delle sinistre: lo stesso Moravia dal Pci al Psi, e poi Sciascia, Pasolini... Dalla letteratura si prende così il traghetto per la politica che per un giovane degli anni Settanta diventa pervasiva, e non più reversibile.
Ma Pavese. Ecco finalmente (14-17 giugno 1974) la lettura de La luna e i falò pubblicato da Einaudi nel 1950 e che io lessi nell'edizione Oscar Mondadori del 1974: quei volumetti che si aprivano con la foto dell'autore (e quell'ovale di Pavese doveva accompagnarmi per anni), corredati da altre foto prima del testo, da una cronologia e da una biobibliografia. L'ultimo romanzo, con forti elementi autobiografici, con quel ritorno del protagonista a Gaminella dall'America  (quell'America che Pavese aveva viaggiato con le sue traduzioni): proprio quel passo avevo letto a scuola, e quel passo mi è diventato refrain quando, scrivendo dei libri degli altri, voglio caratterizzare un "ritorno" - è vero, con il tempo si è aggiunto anche il ritorno del Wanderer Hӧlderlin come archetipo interpretativo, quale tic esegetico.
La lettura di Pavese nel corso già degli anni liceali ha sgranato diversi suoi libri, riletti ai tempi dell'università e riacquistati poi in cofanetto con una diaspora di molti dei volumi acquistati originariamente. Ad esempio, la mia prima copia de La bella estate nella seconda metà degli anni Ottanta è andata a un mio amore parzialmente ricambiato. Perduti, l'amore e il libro. Altre copie a mia sorella, tradizionale destinataria dei miei "doppioni" in un desiderio di condivisione che continua negli anni.
Due ultime cose. 
La prima. Una rilettura che urge, quella dei Dialoghi con Leucò, letti un po' più tardi, dal 22 marzo al 6 marzo 1981, ormai nell'ultimo anno di università, e non più riaperti, se non per frettolose consultazioni. Anche se del rapporto di Pavese con il mito, non solo quello greco, ho letto nel carteggio tra lo scrittore con l'etnologo napoletano Ernesto De Martino che Bollati Boringhieri ha pubblicato sotto il titolo La collana viola. Lettere 1945-1950 e a cura di Pietro Angelini: la collana viola (ovvero "Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici" edita dal 1948 al 1956), cosiddetta dal colore della copertina, è quella curata da Pavese e De Martino per Einaudi e che ha permesso di far conoscere in Italia molti classici dell'antropologia. Anche in questo scambio epistolare emerge il carattere "irrazionale" (per tornare al giudizio di Moravia) dell'approccio culturale dello scrittore piemontese. All'antropologo che vorrebbe, scientificamente, premettere alle opere da pubblicare un'introduzione che contestualizzi libri il cui contenuto è, in una certa prospettiva - quella marxista - discutibile, il poeta ribatte invece che non servono presentazioni profilattiche ma le opere devono parlare da sole. (Per non parlare poi dei molti suoi saggi ancora non letti...).
La seconda. Di Pavese ho solo letto, ma non ho scritto mai, stavo per dire: dovrei quindi farlo. Ma è parzialmente vero. Proprio de La collana viola ho scritto, in un articolo apparso nei primi anni Novanta in "Quaderni radicali" e poi ripreso in un mio libro - il primo di saggistica - del 2001.
Da quei "dintorni" ripartire... E magari da un ritorno alla casa natale di Santo Stefano Belbo, dove passai - anche lì - agli inizi dei Novanta. Ma come Anguilla che non ritrova la Gaminella che ha lasciato, perché il tempo della realtà scorre implacabile rispetto alla memoria che se si muove lo fa nel proprio stesso perimetro contingentato, così potremmo ritrovare mutato ciò che abbiamo lasciato pur provvisoriamente. E c'è comunque un "eterno ritorno del mito", come  si potrebbe dire parafrasando Mircea Eliade, uno degli autori della mitica collana viola, seppure in epoca post-pavesiana.
Il mito ha i suoi luoghi, e i suoi riti che lo rinnovano.






lunedì 26 giugno 2017

DON LORENZO MILANI - Ricordi di un lettore


DON MILANI - RICORDI DI UN LETTORE


foto nell'articolo online di "Famiglia Cristiana" 25 giugno 2017
http://www.famigliacristiana.it/articolo/don-lorenzo-milani-chi-era-costui-.aspx



   Il 26 giugno 1967, nella Firenze in cui era nato nel 1923, moriva don Lorenzo Milani. Sono passati quarant'anni ormai, oggi nel 2017; e nello stesso 1967 usciva, per la Libreria Editrice Fiorentina, a firma Scuola di Barbiana, come libro collettivo dei suoi allievi del borgo del Mugello, il titolo più celebre a lui legato, quella Lettera a una professoressa che tanto scalpore doveva destare nella pedagogia e nella società italiana. Ma a meno di dieci anni dalla morte, e dall’uscita del libro, ancora studenti all’ultimo anno di liceo, io e il compagno di tante battaglie a quei tempi, Pino Ionta, nel 1976 dedicammo una delle prime puntate del nostro programma radiofonico “Mondocultura” a quello che ora è un classico dell’antipedagogia. Come ero arrivato a quel libro, ora non saprei dire. Forse dovevo aver letto la recensione di una ristampa del tempo – e ora infatti il catalogo OPAC SBN mi fa sapere di una ristampa del 1975 (non ho più quella mia copia, per controllare: prestata, non mi è più tornata). Dev’essere molto probabile. Ed ero corso ad acquistare il libro. E così, quando dovevamo progettare le puntate del nostro programma in una delle prime radio private (radio libere come si diceva allora), noi, appunto ancora studenti –  studenti che pensavano a una scuola diversa – decidemmo di parlarne, per dedicare la puntata successiva a un altro classico dell’antipedagogia, il Descolarizzare la società che Ivan Illich aveva pubblicato nel 1971 e che probabilmente da poco doveva essere stato tradotto in italiano.
   Ma con ordine. Il nome di don Milani m’era già noto. I miei genitori, allora, compravano sempre “Famiglia Cristiana”. In un numero avevano recensito Le lettere alla madre uscite nel 1973. A ben pensarci, già lì dovevo aver trovato riferimenti alla Lettera a una professoressa. La figura di don Milani mi aveva quindi già colpito da tempo: nel 1973 completavo la terza media e iniziavo il primo anno del liceo classico. A meno che sul settimanale cattolico non mi fosse capitato di leggere invece un articolo sulle Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana che risalgono addirittura al 1970. Ma propendo per l’ipotesi 1973: un articolo che parlava anche delle altre “Lettere” del sacerdote anticonformista.
   Dunque, lettura dell’articolo e poi della Lettera alla professoressa. Quindi, puntata alla radio. 

   Eccoci di nuovo qui. Se volessi, potrei andare a ripescare il fascicolo relativo a quelle trasmissioni, con tanto di data. Ma non interesserebbe a nessuno, se non a me e a Pino. Ci colpiva il modo diverso di far lezione, con il coinvolgimento diretto degli allievi, nonostante il rigore richiesto ai poveri ragazzi di montagna, esclusi dalla scuola ufficiale: il libro parte dalla bocciatura subita da Gianni, che viene paragonato a Pierino, figlio di ricchi e quindi avvantaggiato in tutto, anche nella scuola. La scuola parla la lingua dei borghesi, e Pierino sa già parlare la lingua che la scuola vuole da lui. Una lingua che Gianni, e i suoi compagni, invece non conoscono. Quella di don Milani era una rivoluzione pacifica, dal basso, incentrata su istruzione e cultura. “Più parole più idee” si legge nella Lettera. Come questa prospettiva doveva affascinare degli studenti che allora, a metà anni Settanta, si avvicinavano a una politica che volevano umanistica, come quella del giovane Marx. Una politica che, anche a chi si allontanava dalla chiesa ufficiale, appariva autenticamente cristiana. C’erano i preti operai, c’era l’eco del Concilio Vaticano II. C’era un mondo che prometteva di cambiare – e che poi, è vero, è cambiato in tutt’altre direzioni, anche se per un po’ quelle concezioni, come quelle ispirate a don Milani, hanno contribuito a far restringere la forbice sociale, che si è poi drasticamente e drammaticamente di nuovo spalancata. Questo vibrava nelle nostre voci, facendo in diretta quella puntata. E quella successiva, dedicata a Illich. Ma dai responsabili della radio eravamo “sorvegliati speciali” già da don Milani: ed ecco che, mentre parliamo dell’abolizione della scuola ufficiale in nome della scuola diffusa nella società (la concezione di Illich), ci chiudono il microfono, fanno partire un disco, e ci convocano fuori dal piccolo studio (l’emittente era in una vecchia casa della frazione collinare, e uno dei responsabili era venuto su apposta per noi). Non potevamo continuare così, stavamo attaccando l’allora partito di maggioranza, la Dc. Ma quale Dc, diciamo noi, Illich vive in Messico, benché austriaco. Vabbè, ribattono, attaccate il “sistema” (come si diceva allora), e quindi la Dc. Potevamo continuare il programma, ma cambiare registro, e per il futuro portare il copione scritto per preventiva approvazione. Rientriamo nel piccolo studio, e l’angolo della poesia già preventivato si allarga, improvvisando a braccio, occupando metà puntata per il poeta Mario Luzi, allora ancora vivo, e che noi leggevamo per conto nostro, al di là dei programmi scolastici. Viene a proposito, in questi giorni di dibattito per il tema assegnato agli esami di stato su uno – ai più – “sconosciuto” Giorgio Caproni. E che noi invece già conoscevamo, pure Caproni: e di lì a poco mi sarebbe toccato, emozionato, incontrarlo in Toscana.
pagina da Enzo Rega,
 EducataMENTE.
Corso di psicologia e pedagogia
Zanichelli 2014
   Ma torniamo a don Milani e alla mia personale “lunga fedeltà”. Agli inizi degli anni duemila dovevo dedicare una lezione seminariale all’università di Salerno al suo pensiero pedagogico, e poi a quello di Pasolini, che su Milani si esprimeva con toni di ammirazione. E verso il 2010, anno più anno meno, gli dedicavo un intervento all’interno di un progetto pomeridiano presso un liceo campano dedicavo delle lezioni, con l’ausilio di un powerpoint per comunicare alle nuove generazioni con nuovi strumenti ciò che io avevo amato attraverso i vecchi strumenti. E poi è nato un  focus per il primo volume del manuale di scienze umane che ho scritto per la Zanichelli su “Linguaggio e classe sociale”, nel quale collegare le riflessioni di don Milani a quelle di Basil Bernstein su “codice ristretto” e “codice elaborato” e a quelle di William Labov sulla necessità di valorizzare le “parlate” dei ceti inferiori, anch’esse ricche di espressioni e non inferiori ad altre. 
   Ecco il mio don Lorenzo. Certo, oltre la Lettera a una professoressa, ho letto solo frammentariamente altre cose sue. Così non potevo farmi mancare il doppio Meridiano con Tutte le opere del priore di Barbiana appena uscito: sì, ci sono anche Le lettere alla madre, delle quali potrò leggere altro, oltre i passi citati nel settimanale del 1973.