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martedì 15 aprile 2008

"Da Napoli / Verso" - Poesia

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Da Napoli / Verso”. Almanacco di poesia contemporanea
Un volume collettivo fra rivendicazione di presenza e dialogo*


Nel presentare un volume di poesie di un autore, o anche l’insieme della sua opera, si lavora a ridosso di un universo poetico. Ma con una raccolta che comprende più nomi, come Da Napoli / Verso, l’Almanacco della poesia italiana contemporanea curato da Antonio Spagnuolo e Stelvio Di Spigno (Kairós Edizioni, Napoli 2007), ci troviamo ad avere a che fare con un “pluriverso”, e sarebbe compito arduo rendere adeguatamente conto di tutte le voci che vi compaiono, e ancora di più cercarvi un filo conduttore, considerato che, al di là della ripartizione cronologica – fra una pattuglia di nomi già storicizzati e un gruppo di giovani –, e della più cospicua presenza di napoletani, campani o meridionali, non vi sono criteri di scelta stilistico-formali o tematico-contenutistici specifici anche se qualcuno, pur nella varietà, vi ha trovato un filo conduttore (cfr. Pasquale Gerardo Santella in “Capoverso”, n. 14/2007).
Sia consentito allora fare non un’analisi critica, ma delle considerazioni o anche qualche divagazione. Parlando di poesia, viene fatto di pensare alla sproporzione fra l’ampia schiera dei facitori di versi, vere legioni, e gli esigui drappelli di lettori di poesia. E viene fatto di andare con la mente alla lirica di Puškin, Ad un amico verseggiatore (cfr. dello scrittore russo Opere, Mursia, 1967, pp. 457-459), in cui l’allora giovanissimo poeta esortava a non darsi necessariamente alla poesia, il Parnaso non reclamava per forza nuovi adepti. Anche se lui, fortunatamente per noi, si guardava bene dal fare ciò che raccomandava, continuando a scrivere: come quei preti che ammoniscono “fate quel che vi dico, non quello che faccio”. Con un salto temporale, veniamo al nostro Novecento e al lucano Leonardo Sinisgalli, che faceva queste considerazioni: “Il Poeta non sa assolutamente chiedere soccorso, o sollecitare consensi, o indulgere a qualunque forma di convenienza nei suoi rapporti con la tribù. È, senza scampo, un animale impolitico. Preferisce la compagnia degli umili all’amicizia dei potenti, lo onora il rispetto di un’anima semplice, più che la stima del critico complicato, dà la sua confidenza a un postino, a una portinaia, a un pensionato, piuttosto che a un Principe. Egli vive ormai più volentieri nel sottoscala che sull’Eremo sontuoso. È diventato il personaggio anonimo, l’ultimo anello, l’anello rotto, di una gloriosa catena. I suoi lontanissimi e favolosi antenati salirono sul Sinai, discesero all’Inferno, rivoltarono le pietre, risuscitarono i morti, predissero il futuro, camminarono sulle acque; ma i suoi parenti vicini sono affaticati e taciturni” (1948; ora in L. S., Intorno alla figura del poeta, Avagliano, 1994).
Pur sembrando, nell’ambito del testo sinisgalliano, considerazioni personali e autoriflessive, queste note acquistano invece una portata sociologica, sottolineando l’insignificanza pubblica del poeta oggi, più ancora che negli anni ormai lontani in cui l’autore le vergava (pensiamo, tanto per tornare in Russia, come, a inizio Novecento, circolassero cartoline con foto di Alexandr Blok o Anna Achmàtova, o a come le poesie di Majakoskij o Evtušénko accompagnassero le speranze rivoluzionarie), ora che ancora con più forza potremmo ripeterci la domanda di Hölderlin già ripresa da Heidegger: “Perché la poesia nel tempo della miseria?”. Molti dei volumi di poesia pubblicati non trovano neanche spazio nelle librerie e hanno una circolazione clandestina, con una distribuzione diretta da parte degli autori ad amici e critici, o agli amici-critici o ai critici-amici.
Che cosa fare a fronte di questo mancato riconoscimento pubblico e di tale disinteresse? Certo, il coalizzarsi, il mettersi insieme in un volume, come in questo caso, di più voci poetiche che possono, così, sperare in un maggiore ascolto. Assistiamo in questo periodo a una fioritura di antologie poetiche, o di volumi collettivi, il che potrebbe testimoniare di una tendenza, o pur anche di una “moda” come qualcuno potrebbe dire con fastidio, che risponde a un disagio e a un’esigenza. Ma antologie, o appunto raccolte collettive, sono sempre uscite. E di che tipo possono essere? Possiamo avere l’antologia (usiamo qui per comodità il termine con il significato generico e generale di raccolta di più voci) militante, che riunisce autori che si riconoscono in una certa concezione e in una conseguente pratica poetica. Ricordiamo soltanto I novissimi, curata da Alfredo Giuliani, che dava voce alla neoavanguardia italiana degli anni Sessanta, o La parola innamorata, curata da Giancarlo Pontiggia e Enzo di Mauro che, a fine anni Settanta (per la precisione: Feltrinelli, 1978), indicava una svolta rispetto alla stagione sperimentale (anche se, a ben vedere, alcuni di quei testi erano ancora nel guado). Alla base di questo tipo di raccolte c’è dunque un preciso criterio di selezione, di inserimento ed esclusione. Al polo opposto, possiamo invece considerare le antologie che vogliono stabilire un canone, un canone nazionale, che quindi includono quanto di più significativo e di rappresentativo sia apparso in un certo Paese e in un certo periodo storico. Ricordiamo, allora, in Italia, quelle di Pier Vincenzo Mengaldo per il Novecento, e di Cucchi-Giovanardi per il secondo Novecento (rispettivamente apparse nei “Meridiani” Mondadori nel 1978 e nel 1996 e poi riedite negli “Oscar” l’una nel 1990 e l’altra nel 2004). Si tratta, anche per esse, di repertori destinati a far discutere per le inclusioni-esclusioni operate, che suonano come patente di qualità o mancanza di qualità. Abbiamo poi le antologie regionali. Qui possiamo avere o l’applicazione del canone su scala locale o una più inclusiva esigenza generale di mappatura di un particolare territorio poetico. Ricordiamo la grande operazione condotta a suo tempo dalla Forum di Forlì che arrivò appunto a mappare, regione per regione, tutta la penisola poetica (per la nostra regione, uscì in quella collana nel 1990 La poesia in Campania, a cura di Michele Sovente e Biagio Cepollaro).
Come si situa in questo contesto la raccolta Da Napoli / Verso? Innanzitutto, si tratta di testi inediti: i curatori, quindi, non hanno operato una scelta, ma hanno invitato degli autori (la scelta cade tutt’al più sul nome del poeta ospitato) a inviare scritti non ancora pubblicati, con tutto il rischio che ciò comporta. Detto questo – che è tratto distintivo fondamentale –, cosa possiamo aggiungere? Forse, che si tratta di una raccolta che è allo stesso tempo – per ricondurla alla tipologia frettolosamente abbozzata – regionale e militante. Che sia regionale (locale) viene fuori ovviamente già nel titolo. Si muove da Napoli per raggruppare principalmente una serie di nomi meridionali. Ma non solo meridionali. Quindi non si tratta di una compilazione regionalistica in senso stretto e non si vuole stabilire un canone in questo senso: e va sottolineato che altri nomi significativi di area campana rimangono comunque fuori. È militante non perché proclama una qualche linea, ma piuttosto testimonia e rivendica una presenza poetica. Quella del Sud Italia spesso escluso da quei repertori “canonici” cui pure abbiamo fatto riferimento, costruiti nella parte settentrionale del nostro Paese. Questa presenza può essere rivendicata in modo conflittuale, come nella nota di Stelvio Di Spigno che apre la seconda parte del volume. O in modo dialogante, come in fondo suggerisce il titolo, nonché lo stesso spazio dato anche a poeti non meridionali. A ogni modo si ripropone la questione del binomio conflittuale Napoli-Milano con la possibile polemica relativa al fatto che la grande editoria milanese trascurerebbe, proprio nel campo della poesia, le voci meridionali. (Se ostracismo intenzionale c’è, per la poesia, c’è però da chiedersi perché non scatti nell’ambito più economicamente remunerativo della narrativa per la quale si registra invece una cospicua pattuglia di nuovi scrittori meridionali e specificamente campano-napoletani nelle importanti collane “nordiche”). Certe competizioni possono essere pure stimolanti. Pensiamo, per tornare al nostro paradigma russo, alla contrapposizione, a inizio Novecento – ma anche dopo, e prima – tra Mosca e Pietroburgo. Marina Cvetàeva, quando pubblicava negli anni Dieci la sua prima raccolta poetica, si rendeva conto che, nel momento in cui inaugurava la conflittualità con l’altra primadonna della poesia russa, la pietroburghese Anna Achmàtova, in realtà replicava la contrapposizione fra le due capitali russe (per le divagazioni russe, cfr. Solomon Volkov, San Pietroburgo [1995], Mondadori 1998, passim). Mutatis mutandis, nel suo “opporsi” a Milano, Napoli, oltre che meridionalisticamente rivendicare uno spazio nazionale adeguato, dovrebbe saper riflettere sulla sua incapacità, nonostante le dimensioni da terza città italiana, di dar vita a imprese editoriali e culturali come quelle della Laterza (per la saggistica) a Bari o della Sellerio (per la narrativa soprattutto) a Palermo (ed è ovvio che le condizioni che hanno permesso tali felici esperienze andrebbero analizzate, ma non qui e ora). Benedetto Croce, commentando le condizioni del Mezzogiorno d’Italia, diceva più o meno: è vero, la Spagna nella sua fase declinante ha coinvolto anche i paesi a lei sottomessi; ma forse c’era qualcosa pure nei napoletani, nei meridionali, che assecondava tale declino. Non basta e non ripaga il vittimismo. Più che aspettarsi dai milanesi un giusto riconoscimento (il che rimane legittimo), Napoli deve sapersi dare gli strumenti adeguati per un proprio decollo. Questa raccolta curata da Spagnuolo e Di Spigno è un segnale significativo, che tra l’altro viene anche recepito: un’importante rivista settentrionale, “La Mosca di Milano”, ne ha pubblicato (cfr. n. 17/2007) una recensione scritta dal siracusano Pippo Ruiz e Gabriela Fantato, che la dirige, ha dichiarato la disponibilità ad attivare un dialogo Napoli-Milano.
Entrando, anche se di scorcio, all’interno di questo volume, rispetto alla poesia che vi troviamo, cosa possiamo notare? Nella quarta di copertina si dice che la raccolta si muove fra tradizione e modernità: è curioso – ma non troppo pensando alla storia letteraria degli ultimi decenni – che la modernità, intesa anche come sperimentazione formale, riguarda soprattutto le voci poetiche dei più anziani: diciamo, la prima sezione. Mentre il richiamo della tradizione si fa sentire di più nella seconda sezione, nei versi dei giovani. Al contempo, nella prima parte sentiamo ancora gli echi dell’impegno civile mentre il tono si fa più privato nella seconda parte del volume. È come se si fosse fatto un doppio passo indietro. Il critico Gino Baratta, già negli anni Ottanta, dava il titolo di La doppia dimenticanza ad un’antologia generazionale della Forum (uscita nel 1983, era dedicata alla sesta generazione novecentesca). Nella prima sezione dunque troviamo il tasso sperimentale e/o la risonanza “civile” di poeti come Alberto Mario Moriconi (che nel suo irriducibile funambolismo verbale muove fra Garibaldi e Masaniello e oltre: “Per sete e imposte di sale sul sale / sono scoppiate le audacie furenti / di miti, ferocie di plebi e di principi, le insurrezioni / di sangue e ruine, impotenti…”; Da Napoli / Verso, p. 29), Ugo Piscopo (che va “alla ricerca di Pasolini” o riproduce il frammento di lettera di un e/migrante o instaura “un dialogo con la Carta costituzionale per la Casa del popolo”; pp. 50-51), Ciro Vitiello (che, “rileggendo Lukàcs”, scrive: “Negare la negazione della ragione è come affermare / che l’uomo è per esito di natura infinitesimale- / pensare senza agire è la stasi di ogni mutazione- / l’ideologia del capitalismo monopolistico lavora necessariamente coi mezzi di spietato cinismo […]”; p. 107), Raffaele Urraro (che, ascoltando “il lamento del Tigri” – “una volta portavo nel mio letto / acqua di luna piena / ora bevo ogni giorno / il sangue dei figli della terra” –, p. 91, dà voce alla tragedia irachena) o Giuseppe Vetromile che, in versi graficamente mossi, continua a portare avanti la sua critica della quotidianità. Mentre Antonio Spagnuolo stempera il suo linguaggio in un andamento più lineare che raccorda comunque screziature d’inquietudine con rigurgiti d’erotismo. Dall’altro, tra gli autori più giovani, seppure lascia i toni “impegnati” della sua precedente raccolta, Carlangelo Mauro coniuga il recupero memoriale dei propri affetti familiari con la Storia (“nel ’43 per strada / in pericolo di salire / sui camion / per un viaggio senza ritorno // fu il caso – una dei Contieri / che parlava tedesco – / studiò le attente parole // quelle che non so ripetere / che valgono una vita / senza essere mai scritte”; pp. 187-188), quella Storia che irrompe con la rievocazione di Hiroshima nei versi di Daniele Santoro che ne restituisce l’orrore fin nei particolari dei corpi devastati (“dove mai corri, dove cerchi scampo, figura / sfigurata, reggendoti le viscere squartate / ed urli contorcendoti […]”; pp. 249-250), e che torna in Ad Adolf Hitler di Prisco De Vivo che riannoda, come Mauro, la grande storia con dettagli familiari. Domenico Cipriano, contando i lampioni sulla strada Napoli-Avellino, continua il confronto con la propria terra nel binomio campagna-città, modernità-ruralità (“La fabbrica ha strisce di neon sempre accesi / e ovatta gialla circonda i lampioni: / contrastano le primizie di notte / che guardano immoti i paesi”; p. 158), e in Stelvio di Spigno leggiamo del rapporto conflittuale – “partire, tornare” – con Napoli (“Il profilo di Napoli scompare nella sua distruzione, ma stavolta sono io a girare la testa, per non vedere / quanto intatto resta in me, / mentre con gioia e tradimento lo abbandono”; p. 168), la cui immagine tra magica bellezza e irritante confusione compare, nella prima sezione, in Enrico Fagnano. Abbiamo poi, in questa seconda parte, l’asciutta ed essenziale quotidianità di Silvia Caratti, la quotidianità straziata riversata in un continuum paratattico di Mario Fresa, e ugualmente una straziante quotidianità variamente modulata dal punto di vista stilistico in Francesca Sallusti, il senso del tempo e della memoria in un forte rapporto con la natura in Adriano Napoli, e una tensione fra memoria ed eros in Raffaele Piazza. Segnali di un qualche mutato Spirito del Tempo nel quale la sfera privata prevale su quella pubblica. Quello che Umberto Piersanti diceva, anche in occasione di conversazioni private, che la poesia del Sud si porta appresso una inevitabile scorza di impegno civile – ovviamente come eco delle proprie condizioni sociali – vale più per generazioni poetiche precedenti e, per le attuali, il discorso si attaglierebbe meglio all’odierna produzione narrativa – più che poetica – campano-meridionale.
Ma, per tornare a noi, il tenere insieme tali voci con risonanze diverse, come in questo volume, significa aprire il ventaglio della poesia svelando la capacità di questo “vizio assurdo” di essere trasversale generazionalmente e geograficamente, aldilà di scelte stilistico-contenutistiche unilaterali.

Enzo Rega

*Il presente testo è rielaborazione e ampliamento della relazione tenuta in occasione della presentazione di Da Napoli / Verso ( a cura di Antonio Spagnuolo e Stelvio di Spigno, Kairós Editore, Napoli 2007, pp. 276) il 12 ottobre 2007 presso la Galleria “Metart” di Gaetano Romano a Ottaviano. Gli autori inclusi nel volume sono, nelle due sezioni, rispettivamente: (I. L’antefatto) Enrico Fagnano, Wanda Marasco, Stelio Maria Martini, Alberto Mario Moriconi, Felice Piemontese, Ugo Piscopo, Enzo Rega, Anna Santoro, Antonio Spagnuolo, Raffaele Urraro, Giuseppe Vetromile, Ciro Vitiello; (II. La scena del presente e del possibile) Guglielmo Aprile, Stefania Buonofiglio, Silvia Caratti, Lorenzo Carlucci, Domenico Cipriano, Prisco De Vivo, Stelvio Di Spigno, Francesco Filia, Mario Fresa, Carlangelo Mauro, Adriano Napoli, Alberto Pellegatta, Andrea Percacciante, Raffaele Piazza, Maria Pia Quintavalla, Jacopo Ricciardi, Francesca Sallusti, Daniele Santoro, Carla Saracino, Vanni Schiavoni, Francesco Maria Tipaldi.

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